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Mar 18 2011

L'allenatore ha compiuto 85 anni

Auguri Gibì, il bel calcio ti ringrazia

di Alessandro Orlandin

L'omaggio al tecnico del calcio totale all'italiana

"Mi chiamo Gustavo Peregrino Fernandez, ma la professione mi ha privato del primo nome e me ne ha regalato un altro, pedante e volgare: Mìster. Mìster Peregrino Fernandez, insomma. Porto dei ragazzi a correre per i campi di qualche dimenticato angolo della patria. Cerco di fare in modo che si comportino bene e mettano sul terreno il meglio che hanno. Che non corrano come ossessi dietro la palla. Vado in giro di qua e di là per la parte brutta del mondo. Sono un vincitore incompreso, corro nell'ombra, prendo treni e autobus nella tempesta".

Memorie del Mìster Peregrino Fernandez - di Osvaldo Soriano


Gibì Fabbri


Giovanni Battista: il destino nel nome. Chi ha bazzicato il catechismo in giovanissima età, anche distrattamente (cioè chiunque), saprà che si tratta di un celebre santo. Se ci si aggiunge un cognome, Fabbri, non ne uscirà un santo, ma un profeta. Profano quanto si vorrà, ma un profeta. Un profeta del gioco del pallone, fino a prova contraria uno tra i più innovativi e premiati. Ha compiuto 85 anni il mister. Per tutti Gibì, o sbrigativamente G.B. da San Pietro in Casale. A differenza del Peregrino Fernandez raccontato da Soriano, l’allenatore che inventò centravanti Paolo Rossi (quel Paolo Rossi, sì) non sta spendendo gli anni del pensionamento in solitudine. Anzi, a ogni compleanno tanti dei suoi giocatori ed estimatori si riuniscono per salutarne la grandezza e la profonda umanità. Lontano dalla spocchia di Mourinho e dagli intellettualismi di Trapattoni, Gibì predica ancora oggi la necessità di un gioco che sia prima di tutto divertimento, spettacolo e soprattutto gol. “I moduli, per me, lasciano il tempo che trovano – ha detto in una bella intervista a Daniela Modonesi per Lo Spallino – Messi per esempio ha la maglia numero dieci, ma gioca dappertutto. Non era da mettere in competizione con Xavi e Iniesta per il Pallone d’Oro. Un po’ come non bisognava premiare Cannavaro nel 2006, dato che non sa triangolare né colpire di testa”.

Il vecchio allenatore è stato tra i primi predicatori del calcio totale in Italia. Prima ancora degli olandesi? “Con tutto il rispetto per Cruijff e compagni, io ho sempre giocato così, fin dai primi anni quando ho fatto l’allenatore-giocatore al Pavia e al Varese, fine Anni 50. Dicevo: dobbiamo andare a cercare la porta avversaria, dobbiamo farlo più spesso possibile e con tutti gli uomini. Sa quante volte ho sgridato il portiere, quando faceva i rinvii a casaccio?”. Se lo ricordano bene a Vicenza, una delle tante tappe della predicazione fabbriana: da modesta squadra di serie B lo storico Lanerossi divenne Real Vicenza (così venne soprannominato) vivendo un biennio magico (1976-78) fatto di una promozione in serie A e di un secondo posto nel massimo campionato solo dietro alla Juventus. Il tutto attraverso la felice intuizione di prendere un ventenne Paolo Rossi e di spostarlo dal ruolo di ala destra a quello di centravanti. La squadra giocava per lui e i gol arrivavano come se piovessero dal cielo. “Naturale: avevamo davanti uno che la metteva dentro sempre. Paolo unica punta, Cerilli e Filippi ai lati e Salvi dietro a rifornire. In difesa un libero moderno come l’ex mezzala Carrera, velocissimo e tecnicamente valido, coi terzini che salivano. Gran calcio”. Il Gibì – pensiero è ben condensato nel libro scritto dal mister in persona, intitolato Una vita di bel calcio, edito da Bacchilega. Lettura consigliatissima. In un mondo del pallone fatto di banalità a profusione, Fabbri riesce sempre a uscire con un dettaglio, un aneddoto capace di lasciare a bocca aperta chi ascolta. “Vendrame era un poeta. Gli dicevo: Ezio tu suoni la chitarra, io prendo un cesto e andiamo per le piazze, magari tiriamo su più soldi che con il pallone”. E poi c’è il legame con Ferrara, indissolubile. A lui sono legati gli ultimi ricordi veramente felici di casa Spal, la doppia promozione agli albori degli anni ’90, prima alla lunga insonnia della Serie C a cui l'Ars et Labor è tuttora condannata. In biancazzurro Gibì ha anche giocato una stagione (1955 – ’56) e allenato nel settore giovanile dal 1963 al 1970. In piena epoca-Mazza ("eravamo come cane e gatto" ha detto del suo rapporto col presidente) sotto i suoi occhi è passato anche un certo Fabio Capello. “Capello è il caso in cui l’allievo ha superato nettamente il maestro. Era già un tecnico in campo quando giocava”.

A chi gli ricorda che dopo i miracoli in terra vicentina poteva finire ad allenare nientemeno che il Milan, Gibì risponde sempre: “Eh va ben, e se a Milano fossi finito sotto un tram?”. Fortunatamente non è successo, il mister è ancora qui per indicare la strada giusta verso un calcio migliore. Al giornalista Filippo Vendemmiati, che l’anno scorso gli chiese il totale dei suoi anni spesi attorno al pallone, ha risposto: “Ah, non lo so, una sessantina. Anche adesso ogni tanto do dei calci ai sassi sul selciato davanti a casa mia”.

Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 18-03-2011

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