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Il Discorso del Re
Il film che ha sbancato gli Oscar 2011
Così parlò Colin the First
Un film di Tom Hooper
Con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Michael Gambon
Titolo originale: The King’s Speech
Storico, durata 111 min. - Australia,Gran Bretagna 2010
Eagle Pictures uscita venerdì 28 gennaio 2011
Il discorso del re_scena

Quando negli anni ‘30 la radio diventa definitivamente uno strumento di comunicazione di massa, anche i membri della famiglia reale britannica vengono chiamati a servirsene per proclami e messaggi alla nazione. Iniziano così a sfilare davanti ai microfoni l’anziano e arcigno Re Giorgio V (Michael Gambon), il figlio maggiore, erede al trono e principe di Galles, Edward (Guy Pearce) e il figlio minore, duca di York, Albert (Colin Firth). Quest’ultimo – chiamato dai famigliari con il solo diminutivo di “Bertie” – è affetto dall’età di cinque anni da una grave forma di balbuzie e tale disturbo rischia di compromettere non poco la sua carriera di uomo pubblico e di oratore. Dopo una serie di infruttuosi approcci terapeutici da parte degli specialisti di corte, il duca e l’amata consorte Elizabeth (Helena Bohnam Carter), sua fedele alleata nella lotta alla balbuzie, si ritrovano a contattare, come ultimo ed estremo tentativo di guarigione, uno sconosciuto logopedista di origine australiana, Lionel Logue (Geoffrey Rush). Servendosi di mezzi poco ortodossi e di una paziente amicizia, Logue riuscirà a rintracciare la radice psicosomatica dell’handicap di Bertie e a rimuovere così gli ostacoli emotivi che da anni ne bloccano l’eloquio. Quando poi nel ‘36 Edward, poco dopo la sua incoronazione, abdicherà per essere libero di convolare a nozze con l’americana e più volte divorziata Wallis Simpson, il potere migrerà inaspettatamente proprio nelle mani di Bertie. E mentre il Paese saluta il nuovo re Giorgio VI, dall’Europa continentale iniziano a levarsi venti gelidi di morte che minacciano il mondo intero. Nella guerra contro la minaccia nazista, il Regno Unito necessita di un leader che lo arringhi e lo incoraggi. Ancora una volta la radio tornerà in primo piano. Radio alla quale Giorgio VI, supportato dall’ormai inseparabile Logue, pronuncerà il suo discorso più memorabile.

Perfettamente calibrato nei tempi della narrazione, equamente scandita tra momenti dal ritmo brioso e necessarie pause di riflessione. Delicatamente ironico nei dialoghi e al contempo malinconico nei toni freddi e nordici della fotografia, che come la caligine londinese pare avvolgere i personaggi. Mirabilmente curato in ogni singolo dettaglio degli interni e dei costumi come la miglior tradizione del cinema inglese vuole. Rassicurante e pieno di speranza nel messaggio morale che vuole infondere. Il discorso del Re, ultima fatica del regista Tom Hooper, è davvero un film ineccepibile. Un film a cui si fatica a trovare un solo difetto, una sola mancanza o caduta di tono. La direzione esperta del set, l’amore per la materia narrata, una sceneggiatura, quella di David Seidler, che permette a un terzetto di ottimi interpreti di rifulgere, sono tutti fattori che qui si rinsaldano reciprocamente. Non sorprendono quindi i quattro premi Oscar vinti, rispettivamente per Miglior Film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior attore protagonista, e le numerose nomination ai Bafta e ai Golden Globe. Proprio la mole di premi e di candidature potrebbe indurre a ritenere che – come spesso accade ai cosiddetti film acchiappa premi – Il discorso del Re sia un’opera ruffiana o peggio ricattatrice. Al contrario, forse il merito più grande del film di Hooper è quello di essere completamente alieno da qualsiasi eccesso di enfasi emotiva e di sposare invece una grande misura nei giudizi. Una misura che fa sì che il suo punto più alto sia proprio la riflessione sull’umano che innesca.

Sentimentale senza essere “sentimentaloide”, Il discorso del Re non indulge infatti mai nel dramma di Giorgio VI, né pretende a tutti costi di farne un santo o un eroe. Il ritratto di questo monarca, chiamato dalla Storia o forse dal caso ad una missione più grande di lui e per niente desiderata, emerge nel complesso come quello di un uomo tenero e vulnerabile, gravato dal protocollo di una famiglia anaffettiva. Ma anche un uomo suscettibile, ciclotimico, capace di scoppi di ira, snobismo e arroganza. Proprio questa ambivalenza caratteriale, la presenza di grossi limiti a fianco di un’infinita dolcezza (perfettamente espressa nel rapporto d’amore con la moglie e le figliolette) rende indimenticabile il personaggio. In questo senso, molto del merito va alla bravura del suo interprete, Colin Firth. Il discorso del re_locandinaAttore di solida formazione teatrale rimasto per anni in sordina e ora prepotentemente uscito allo scoperto, Firth ci consegna la complessità di tutte queste sfumature psicologiche tanto attraverso l’uso della voce (ma questo è un aspetto che il doppiaggio italiano purtroppo disperde) e l’uso del corpo, che qui diventa ingobbito, timido, goffamente strizzato dentro a capi di alta sartoria. L’Oscar come Miglior attore protagonista lo risarcisce pienamente della mancata vittoria nel 2010 per la sua interpretazione del Professor George Falconer nel patinatissimo A Single Man di Tom Ford. E che dire di Geoffrey Rush e della perfetta miscela con cui fra sobrietà, istrionismo e tenerezza dipinge il ritratto del logopedista Logue? Paterno e imperturbabile, accogliente eppur caustico, Lionel Logue, nella sua straripante umanità, ci appare come l’amico, il confidente, il terapeuta che tutti noi vorremmo incontrare in un momento di difficoltà. Peraltro – ed è questo uno dei temi più interessanti del film – Logue, senza rabbia o pedanteria, riuscirà a smantellare sistematicamente ogni tentativo di altezzosità e di snobismo da parte del suo nobile paziente e a ribaltare la classica dialettica servo-padrone, portando così ogni interazione fra loro ad un livello di parità. In fondo, il senso ultimo che Il discorso del Re pare volerci consegnare è che tanto “l’uomo comune” – come lo chiama Bertie – quanto l’uomo pubblico e potente possono essere gravati dalle stesse forme di inadeguatezza e solitudine affettiva e ugualmente bisognosi di aiutarsi vicendevolmente. La sofferenza umana vanifica quindi qualsiasi differenza di status sociale. E questa lezione morale Lionel sembra averla ben impressa fin dall’inizio della vicenda. Lui stesso è un personaggio non meno sfumato di Bertie. Con garbo, infatti, il film allude ad un passato di sogni infranti a proposito di una carriera come attore teatrale, e della successiva scoperta di una missione certo più nobile ma meno prestigiosa, ovvero quella di ridare voce ai traumatizzati.

Centrale per il film risulta anche il tema dell’amore coniugale, che nella vita di Bertie e di Logue assume la veste di devozione, incoraggiamento ed energia amicale. Tanto il monarca che il modesto logopedista australiano sono infatti spalleggiati da mogli affettuose, ironiche e tenaci, pronte ad infondere coraggio nei loro uomini giorno per giorno. Dopo decenni in cui la stampa ci abituati a vedere fallire miseramente molti dei matrimoni dei Windsor, qui stupisce positivamente vedere come re Giorgio VI, alla vigilia della sua incoronazione, pianga tutto il suo smisurato senso di inadeguatezza tra le braccia di sua moglie e come abbia da lei conforto. Tutta la simpatia e la meravigliosa capacità di sdrammatizzare di Elizabeth sono rese dalla misurata e briosa interpretazione di Helena Bonham Carter, che qui sembra rispolverare la lezione della scuola ivoriana. Infine, un’ultima nota di merito va alla regia di Tom Hooper, che con la sua macchina da presa si incolla al protagonista, seguendolo per stanze e corridoi, e schiacciandolo in spazi angusti o accerchiandolo grazie a obbiettivi appena deformati. Mirabile risulta, per esempio, la costruzione della prima sequenza in cui Bertie, momentaneamente ancora duca di York, pare essere condotto davanti ad un microfono radiofonico come un condannato alla forca. Sequenza che contrasta perfettamente con quella finale, lirica e struggente, in cui il sovrano, finalmente guarito dalla balbuzie e maturato psicologicamente, pronuncia il memorabile discorso di entrata in guerra contro la Germania nazista. Il tutto sotto gli occhi commossi dell’amico Logue.

Diletta Pavesi
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