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Io non ho paura
Il grande successo italiano a Berlino
Di Gabriele Salvatores
testo alternativo Michele e Filippo sono due bambini. Hanno entrambi dieci anni, e dicono di loro che sono uguali.
Uno è moro e viene dalla Puglia. L’altro biondo e viene da Milano. Michele può correre veloce, in bicicletta o a piedi, tra i campi della sua terra, con gli amici o da solo, Filippo è legato ad una catena, in un buco scavato per terra, ha occhi che non possono vedere e la psiche sull’orlo del baratro. Filippo è stato rapito, questa è la verità che farà crescere Michele, che lo proietterà fuori dal mondo che gli apparteneva, lontano dagli amici e dai genitori, che frapporrà un muro tra lui e la sorellina.
In molti diranno o hanno detto che questo film di Salvatores è un film sull’infanzia negata. Niente di più falso. Questo è un film sull’infanzia, punto. E’ un film che la mostra, la descrive, la ama, la accarezza, si ferma a contemplarla felice di farlo. Tutta la prima parte del lungometraggio è lasciata alla descrizione dei personaggi e dei luoghi dal punto di vista di un bambino. Un bambino come Michele, che scrive storie, anche quella tremenda che sta per vivere, la scrive per esorcizzarla, per renderla vivibile.
Il regista napoletano, adottato da Milano, stavolta descrive i miti e la paure dell’infanzia, usa archetipi antichi, come il buco e l’oscurità, la paura del buio, il diverso che attrae e respinge. E’ una sorta di film di formazione, la formazione di Michele, bambino sveglio per la sua età, ma non ancora pronto per il mondo dei grandi, grandi che ad un certo punto non possono più permettersi di dargli lezioni morali. Certo, perché nulla è più morale di un bambino sembra dire Salvatores, la vera sfida è quella di non corrompersi crescendo. Certo il regista di “Mediterraneo” è in buona compagnia dicendo questo, da Rousseau in poi. Ma lo dice in modo non banale, assolutamente non scontato, realizzando un racconto morale da un esempio estremo, ma le conclusioni a cui arriva non valgono solo per situazioni che pongono gli uomini di fronte a scelte di vita o di morte.
Spesso è stato criticato per la ridondanza eccessiva dei suoi temi tipici di film in film. In fondo gran parte della sua filmografia è basata sul tema dell’amicizia virile. Anche in “Io non ho paura” Salvatores affronta questo argomento, ma effettua una rivoluzione copernicana nel suo modo di intendere il problema. Ora non ci sono più uomini fatti che fumano marijuana ricordando le esperienze passate, ma bambini pronti al sacrificio in nome di una amicizia impossibile, infanti senza paura pronti a giocare alla guerra per difendere l’amico.
Se dal punto di vista argomentativo questo è uno dei film più ricchi del regista, possiamo allo stesso modo notare che stilisticamente è perfetto. La scelta di porre il punto di vista all’altezza di Michele, e per una volta anche di Filippo, contribuisce ad una identificazione quasi totale con il protagonista. La messa in scena è implacabile, coinvolge e sconvolge lo spettatore grazie a soggettive brevi ma significative, evitando nel contempo il rischio del manierismo, rischio che il nostro non era riuscito a controllare nel corso delle opere precedenti.
Nota di vero merito a tutti gli attori, dai magnifici bambini ad un Abatantuono sempre più maturo e a tratti camaleontico.
Ma la parte del leone la fanno le ambientazioni, altrimenti dette locations dagli anglofoni. Il giallo del grano, sgargiante e mutevole, l’azzurro intenso del cielo del meridione, il bianco delle nubi rendono il film un’esperienza estetica oltre che razionale. E la fotografia bacia splendidamente i luoghi e le persone, rendendo omaggi a capelli e pelli, al sudore dei corpi e ai bagliori del mondo visti da Filippo per la prima volta dopo molto tempo.
Insomma il più coraggioso dei cineasti italiani, dopo una serie di film difficili e controversi, centra in pieno il bersaglio, colpendo i suoi spettatori e ammiratori al cuore e alla testa, in un connubio difficile che così bene mai gli era riuscito. Forse parte del merito è da ascrivere al grande romanzo di Ammaniti, che ha anche curato la sceneggiatura, ma il trattamento che l’autore cinematografico ne fa rende il film un meccanismo perfetto, che giustamente è stato applauditissimo al Festival del cinema di Berlino, sia dal pubblico che dalla critica. Noi umilmente ci accodiamo, sperando che Salvatores continui ad essere così, un regista che ha il coraggio di sbagliare, ma che quando colpisce l’obbiettivo lo fa alla grande.

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