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Dylan Dog, Francesco e gli altri
Dal fumetto al grande schermo: un rapporto problematico
Dylan Dog-locandina

Il primo numero di un nuovo fumetto esce 1986. È disegnato da Angelo Stano e sceneggiato da Tiziano Sclavi, edito da Sergio Bonelli. Questo fumetto è Dylan Dog, e l’episodio è intitolato L’alba dei morti viventi. Nella storia del fumetto in Italia sarà un grandioso successo editoriale, pari a Tex Willer e a Topolino. Il protagonista, Dylan Dog, ha a che fare con misteri più o meno inspiegabili, casi polizieschi esoterici, bizzarri, cruenti; freaks, anomalie genetiche, esseri mitici o frutto della fantasia più sfrenata; ritornanti con intenzioni vendicative. Lui, eroe tragico solitario e fin troppo umano in ogni tentazione e paura, accede a questi fatti inspiegabili con la chiave del dubbio, della ricerca di ragione e prassi: non prescinde da ciò che vede, è profondamente ancorato alla realtà; e spesso, a indagine conclusa, arriva a dimostrare come ci sia più da temere da un essere umano che non da un essere soprannaturale, e di quanto la realtà possa essere ben peggiore di qualunque fantasia o incubo.

Un film ispirato a questo fumetto è uscito nelle sale italiane il 16 marzo 2011. Il titolo è Dylan Dog – Il film, e si propone come trasposizione cinematografica del fumetto. Probabilmente né Sclavi né Bonelli immaginavano, vendendo i diritti alla Platinum, di vedere messi da parte gli ideali etico-estetici del Dylan Dog idealista eppure scettico indagatore dell’incubo. La rappresentazione che ne viene data non è speculare né elettivamente affine, bensì distorta: così, il protagonista perde i tratti spigolosi e seducenti di Rupert Everett, come alla sua verve romantica e restia alla fisicità nel confronto con le creature delle tenebre viene sostituita la predilezione allo scontro diretto dell’ex Superman Brandon Routh. Groucho, chapliniana spalla di Dylan dai modi raffazzonati e dalle micidiali freddure con la pecca di ispirarsi troppo chiaramente al comico Marx, viene sostituito da Marcus, uno zombie che reclama attenzioni e un salto di qualità lavorativo. Il maggiolino Volkswagen che guida Dylan da bianco con tettuccio nero diviene nero con inserti bianchi: è impossibilitato alla messa in scena con il colore originale, privilegio che negli USA spetta alla Walt Disney Company, proprietaria dei diritti (eredità di Herbie, il maggiolino tutto matto). La Londra piovosa e giocata su chiaroscuri viene sostituita da una New Orleans alla mercè di creature ambigue e cattivi modaioli da B-movie, che colmano la differenza con i tanto odiati respiranti mescolandosi a loro, unendosi in clan criminosi che poco hanno di soprannaturale, molto di umano –anche se nella peggiore accezione del termine. Elizabeth, il personaggio femminile, ha un suo spazio in quanto porta di un nuovo mistero; ma non possiede la profondità che spesso è parte dei personaggi femminili che Dylan incontra –donne spesso sole ma forti, dalla personalità complessa. Sono quasi lasciati da parte hanno alcuni oggetti che nel fumetto sono invece simbolici e in alcuni casi catartici: la pistola di Dylan, che ne connota precisamente la personalità romantica e non-violenta –spesso ne è sprovvisto al momento fondamentale; altre volte è Groucho a lanciargliela, ma sempre e comunque scarica; il clarinetto – strumento con cui Dylan suona, immancabile, il Trillo del Diavolo di Tartini e un piccolo galeone di legno che aspetta, pazientemente ma altrettanto inutilmente, di essere terminato. Completamente assente è l’ispettore Bloch, mentore poliziesco e sorta di padre putativo dell’investigatore, che gli offre aiuto e protezione pur non rinunciando a tragicomici sfoghi inerenti un pensionamento che non arriverà mai.

Dellamorte DellamoreNel film restano solo in ultima analisi solo alcune caratterizzanti del fumetto: la mise di Dylan, camicia rossa, giacca nera e jeans, i monologhi interiori, il logo, colorato di rosso. In larga parte sembra quasi di guardare non l’adattamento cinematografico di un fumetto, bensì un film a sé: divertente, splatter, chiassoso, dinamico; un collage di tanti pezzetti di materiali diversi, una costruzione ibrida che lascia la voglia di ritrovare dentro il film qualcosa che invece è stato lasciato fuori dalla porta: forse perché poco conosciuto, forse perché ritenuto inadatto a un progettato blockbuster destinato a piacere a un vasto pubblico, forse perché il risultato non ha mantenuto l’intento. Ma ciò che qui è sfuggito è che il fumetto era davvero destinato a un grande pubblico, grazie a elementi narrativi e culturali assortiti, in grado di attirare lettori di ogni età: i mostri, il sesso, l’atmosfera dark, il senso del comico e dell’amicizia, l’amore mai veramente trovato ma sempre dietro la porta. Tutti elementi sui quali sono basati costruzione e raffigurazione di un altro film: lo spesso bistrattato DellaMorte DellAmore (1994), tratto da un romanzo dello stesso Sclavi pubblicato nel 1991, solo qualche anno più tardi della comparsa nelle edicole del fumetto. Qui Everett presta il volto al solitario alter ego dylaniato Francesco Dellamorte, edonista del macabro e della solitudine, alle prese con una epidemia di non-morti. Spesso si è portati a pensare che questo film sia tratto dal fumetto perché è Rupert Everett a interpretarlo, in quanto prolungamento umano e iconico di Dylan, e perché lo stesso Stano illustrò il testo. Ciò che colpisce occhi e pensiero è che in realtà c’è già tutto: c’è il maggiolino bianco; c’è un aiutante muto e malinconico (lo scavafosse Gnaghi), c’è la femme fatale, ci sono i ritornanti, c’è lo stesso umorismo spiccio e a volte demenziale che spesso troviamo nel fumetto. C’è persino un divertente sostitutivo del galeone, naturalmente in linea con lo spirito del tutto – un teschio da ricomporre pezzo per pezzo. Queste somiglianze sono incoronate da citazioni che Dylan fa di Francesco, del quale anzi dimostra una conoscenza e una vicinanza di spirito rintracciabili all’interno dei numeri #94 (La donna che uccide il passato), #205 (Il compagno di scuola), e nell’albo speciale #3 (L’orrore nero), in cui lo stesso Dellamorte compare fisicamente, intrecciando la propria storia con uno dei casi di Dylan, combattendo – e vincendo- un mostro comune. Anche a questo proposito è possibile parlare di contaminazione tra le due opere di carta, e di pellicola: sta di fatto che l’unico vero film di Dylan Dog, nonostante smentite e rampognamenti severi, sembra proprio DellaMorte DellAmore: gli ingredienti sono gli stessi, sono solo mescolati differentemente. Racconta una leggenda metropolitana che Tiziano Sclavi non esca di casa; che sia morto, ma che nemmeno lui se ne sia reso conto. Di Sclavi altro non resta nel film che un omaggio, il suo nome dato a un vampiro dormiente e oramai innocuo, che stringe tra le mani il cuore, contenente il sangue di un essere demoniaco. Un po’ triste, forse, ma profetico: perché suo resterà il cuore del fumetto, semplice declino e inutile sfoggio in mano altrui. Il resto è silenzio.



"Caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico". Martin Heidegger


Giorgia Pizzirani
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