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Aristotele
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Apr 05 2011

Recensione letteraria

Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze

di Alessandro Orlandin

Il racconto dei perduti e favolosi anni sessanta

Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?” – “Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”.
Pier Paolo Pasolini a Enzo Biagi in un’intervista del 4 gennaio 1973


Mazzola e Rivera


C’è mai stato un tempo in cui il calcio ci è piaciuto più delle ragazze? Difficile a dirsi, il confronto è impari malgrado calcio e ragazze siano gli argomenti preferiti della maggioranza degli uomini che affollano la penisola. “Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze” è il provocatorio titolo di un bel libro scritto da Marco Innocenti, giornalista del Sole 24 Ore e scrittore eterodosso (ha firmato anche saggi storici), uscito nel 2008 per la casa editrice Mursia e che ha avuto decisamente scarso rilievo se confrontato con altri libri a tema calcistico (giusto per non fare nomi, quelli di Mario Sconcerti … brividi forti). Il sottotitolo scelto dall’autore svela già la natura del titolo stesso: “I favolosi anni sessanta”. Particolare che può far pensare a un’opera a puntate, una sorta di antologia che getterebbe il guanto di sfida alla Storia Critica del Calcio Italiano di Gianni Brera: tuttavia al momento il capitolo sui sixties rimane l’unico pubblicato da Innocenti. Ci si ferma alle maglie di flanella e ai terzini "buoni colpitori". C’è da sperare che l'autore trovi il tempo di scriverne altri, perché Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze è una lettura piacevole, agevolata da uno stile mai ampolloso o appesantito dalla zavorra della nostalgia a tutti costi. L’autore sceglie di dividere il suo lavoro come fosse un album di figurine in diciotto capitoli, ognuno dedicato a singoli personaggi o a squadre che hanno fatto la storia del calcio nell’epoca del boom economico. Le foto in rigoroso bianco e nero che impreziosiscono il volume contribuiscono a formare una galleria che per chi ha superato gli “anta” avrà il gusto dolce del ricordo, mentre per i più giovani può servire a immaginare – lontanamente – un calcio troppo bello per essere vero. Sandro Mazzola e Gianni Rivera in posa prima di uno dei tanti derby della Madonnina (con le maglie immacolate senza sponsor o patacche varie), lo sguardo penetrante dello sfortunato Gigi Meroni, il profilo quasi principesco dell’arbitro Concetto Lo Bello, l’aspetto contadino del “paronNereo Rocco. Nomi e volti di un epoca che ha reso il calcio una passione travolgente fatta di radioline a transistor sempre a portata di mano per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto” e della gente ammassata nei bar del paese per vedere alla televisione le imprese delle squadre impegnate nella Coppa dei Campioni. Niente pay-per-view, niente telecronisti urlanti, niente moviole.
Real Madrid 1960
Dalla prosa di Innocenti emerge il ritratto di una nazione di giovani (e meno) impegnata a godersi i benefici del consumismo: le gite in Cinquecento, le domeniche a passo di danza e i baci rubati, i primi germi della liberazione sessuale alla fine del decennio. E soprattutto un calcio vissuto senza isteria, dove Helenio Herrera(il Mourinho degli anni sessanta) dice a Nereo Roccovinca il migliore” e si sente rispondere in dialetto “speremo de no”. I racconti dei vari capitoli sono arricchiti da piccoli particolari storici e di costume utili a ottenere una fotografia completa del contesto trattato. Se mai un tempio del football venisse eretto da qualche parte e vi fosse una cupola come quella del Brunelleschi da affrescare, tutti i personaggi raccontati da Innocenti troverebbero sicuramente spazio. Ci sarebbe l’undici di bianco vestito del Real Madrid dei cannibali capitanati da Alfredo Di Stefano, Pelè attorniato da un’aura quasi divina nel suo completo verdeoro, l’elegante silhouette di Juan Alberto Schiaffino, la faccia da professore di Manlio Scopigno con la sigaretta che gli pende dalle labbra e l’immancabile Niccolò Carosio davanti al microfono che lo ha consacrato come la voce del calcio. Capita spesso tra gli appassionati di calcio, almeno quelli che non perdono tempo in dispute più consone a un pollaio, di dire che il football degli anni sessanta era più scadente di quello moderno. Difficile a dirsi, ma a leggere delle gesta dei protagonisti di quell’epoca viene da credere che fosse un mondo in cui il talento puro prevalesse sempre e comunque sulla maniacale preparazione fisica che contraddistingue il pallone d’oggi. “Nulla ci dava un brivido come una palla giocata da Corso o da Rivera – scrive l’autore nell’intensa introduzione – perché lì, in quella danza divina, ci sono una magia e una profonda emozione. Il calcio è poesia nei tunnel di Sivori, nei dribbling di Meroni, nell’eleganza di Facchetti, nel sinistro cattivo di Riva sul secondo palo. […] Oggi è cambiato il calcio e siamo cambiati noi. Non ci fa più trattenere il fiato, come bambini sull’ottovolante. Ma, scrivendone con la cifra della nostalgia, sembra di riviverlo, di toccarlo, ancora tiepido, con quel silenzio assoluto, nel vento leggero, prima che partisse la rincorsa per battere il calcio di rigore, il lento gonfiarsi della rete e l’urlo liberatorio del gol: la sintesi corale della felicità”.

George Best

L’opera ai confini del filologico di Innocenti (in fondo al libro lo scrittore ha piazzato una bibliografia ragionata particolarmente preziosa) spazia così lungo un intero decennio chiudendosi con i venti di rivoluzione sessantottini attraversati con stile dal divo George Best (“Se non fossi stato così bello nessuno avrebbe mai sentito parlare di Pelè”), ma soprattutto con la partita che ha cambiato tutto: Italia – Germania 4 – 3, mercoledì 17 giugno 1970, stadio Azteca di Città del Messico. Quell’altalena di emozioni infinite vissuta a notte fonda aprì i cupi e controversi anni ’70 e il suo racconto chiude come un sipario di stoffa pesante il libro dalla verde copertina (e di che colore sennò?). In un’altra pietra miliare della bibliografia calcistica universale, Febbre a 90, Nick Hornby scrive: “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”. Quanta verità e quanta corrispondenza con l’azzeccato titolo scelto da Innocenti. Ilsa in Casablanca esortava Sam a suonarla ancora come a quel tempo, noi non possiamo fare altro che invitare il buon Marco a continuare la sua ricostruzione del calcio che fu, in onore degli eroi e delle giocate che hanno segnato le domeniche pomeriggio di tutti noi.


Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 05-04-2011

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