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Hero
ANTEPRIMA ASSOLUTA!!! Il capolavoro del Wu Xia Pian
di Zhang Yimou
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CATEGORIA: beo, beoo, capìo un caz, ma beoooo

Candidato all’Oscar come miglior Film straniero, Hero è un Wu Xia Pian, un cappa e spada cinese. Il pubblico occidentale è venuto a contatto con questo tipo di film con "La tigre e il dragone", discreta coproduzione sino americana, il cui regista era Ang Lee, il più hollywoodiano degli autori dell’ex impero celeste. In Oriente, questo tipo di lungometraggio è estremamente famoso e apprezzato. Si tratta in origine di cinema popolare, che narra vicende avvenute in un lontano passato, cinema epico che trae ispirazione primaria dalle leggende orali.

Ma questo "Hero" si inserisce in una diversa tradizione: certo, rimane un Wuxia, ma con pretese autoriali, come le aveva il conclamato capolavoro del genere, "The Blade", grande opera del grandissimo Tsui Hark. Il regista di "Hero" è, infatti, Zhang Yimou, pluripremiato autore orientale, notissimo ai critici e anche a parte del pubblico. Autore impegnato e colto, Yimou non si era mai cimentato con il cinema di genere, con il cinema popolare. Ma con il film in questione realizza un’operazione simili a quelle fatte da Stanley Kubrick, prendendo il genere, sia esso la fantascienza o l’horror, e facendogli travalicare confini e steccati.

Sia chiaro fin da subito: "Hero" è un capolavoro.
Frutto di una coproduzione che vede da una parte la Miramax, casa leader a questi Oscar, e un grande produttore cinese, Bill Kong, realizzato in Cina con una équipe completamente asiatica, "Hero" narra una delle leggende sulla creazione dell’Impero Cinese. I racconti tramandano che tre invincibili guerrieri, Sky, Broken Sword, e Flying Snow minacciassero la vita dell’imperatore Qin. Un abile spadaccino, magistralmente interpretato da un Jet Lee non più solo corpo da arti marziali ma attore completo, senza nome arriva da Qin in possesso delle armi dei tre, sostenendo di averli uccisi in combattimento. Per questo motivo ha il diritto di avvicinarsi al Re a una distanza di 10 passi e di raccontargli la sua storia. Tutto il film è costruito su questo dialogo, e la regia si affida a lunghi flashback che ricostruiscono le gesta dei guerrieri. Ma da "Rashomon" in poi sappiamo che non necessariamente i flashback ci raccontano la verità, e Qin sospetta, e noi con lui, che il guerriero senza nome stia mentendo.
Raccontare altri dettagli sarebbe un crimine, e noi non siamo dei fuori legge. Lasciatevi cullare dalla trama che vi trascina in un mondo lontano dal mondo, ma che ci parla dell’oggi e delle ansie che attraversano la modernità. Yimou è capace di analizzare la guerra e l’odio, la gelosia e la vendetta, l’agire strumentale e quello emotivo. Ma la sua grandezza sta nel non farlo nel modo verboso e saccente del linguaggio Occidentale, ma attraverso le immagini e le metafore che una messa in scena sapiente può concedergli di usare.

Certo il film a tratti è oscuro e difficile, come solo le grandi metafore sanno essere. Il senso si conquista a poco a poco e con fatica, comprendere appieno un film di questo tipo è un lavoro minuzioso che necessita della conoscenza della cultura cinese. Ma un film che stimoli la curiosità intellettuale è un pregio di pochissimi, considerando il fatto che il cinema al di qua degli Urali ultimamente tratta i suoi spettatori poco più che come marionette a cui si deve spiegare ogni cosa.
La bellezza dei combattimenti e della messa in scena è stordente. I rallenti, usati in abbondanza, servono a rendere puliti i movimenti e poetiche le azioni, una poesia che forse il cinema Occidentale mai ha conosciuto.
La fotografia esalta le scelte cromatiche anti - naturalistiche volute da Zhang, in cui il giallo della gelosia trasfigura nel rosso della vendetta, in cui il grigio nero degli eserciti informi combatte l’azzurro degli individui guerrieri.

I contenuti del film non sono univoci, ed in certi momenti potrebbe apparire abbastanza criptico. Quelle che seguono sono alcune conclusioni tratte a caldo, al termine di una prima visione in cinese sottotitolato in inglese e pertanto vi prego di perdonarmi se il tempo mi spingerà a corregerle.
Chi segue il cineasta cinese sa che è inviso al regime. E’ stato accusato, ultimamente, si essersi ammorbidito nei confronti del potere, ma questo "Hero", se all’apparenza è una fuga all’indietro, nella sostanza è un ferocissimo atto d’accusa nei confronti di ogni potere autoritario, è una colpo di spada dato al petto di ogni tirannia, è una fiero esempio di film pacifista. Certo vengono mostrati scontri, duelli e vendette. Ma, come in una sorta di racconto morale, è un film che ci insegna a vivere, e che potrebbe insegnarlo a molti.
Mentre scrivo mancano 9 ore allo scadere dell’ultimatum dato dagli Usa all’Iraq. Forse è alla luce di questo che ho visto le invincibili frecce dell’esercito di Qin trasformarsi in bombe americane. Che la guerra produca gli orfani che diventeranno i vendicatori di domani non lo ha scoperto Yimou. Ma in un mondo come il nostro questo film è balsamo benefico: certo, non potrà salvare le persone in guerra, però ha il coraggio di affermare con forza che il primo dovere dello swordsman, dell’uomo d’armi, è quello di non combattere.

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P.S. Ancora non si sa se Hero sia stato acquistato da un distributore italiano. Se questo capolavoro non dovesse uscire nel nostro paese, nessun problema! Il nostro cineforum si preoccuperà ancora una volta di fornirvi un'opportunità unica in Italia: la proiezione di Hero in versione originale, sottotitolato italiano.
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