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Jun 07 2011

La proiezione al cinema Boldini chiude Ante Quattro-Fast Forward

Viaggio da Lampedusa a Ferrara in un mare di applausi

di Grazia Russo

Un documentario firmato da Giuseppe Di Bernardo

“Quando vivi in un’isola devi farti amico il mare”
(proverbio arabo)




Viaggio a Lampedusa A parlare di migrazione ci pensano dei ragazzi, e il loro racconto è molto più efficace di altri. Il tema della migrazione è posto al centro del documentario Viaggio a Lampedusa e intorno ad esso si svolgono come negativi di una pellicola fotografica i volti non dei disperati – che così spesso abbiamo incontrato in tutti i telegiornali nazionali, ma dei lampedusani: popolo ospitale e che da sempre ha avuto a che fare con i fenomeni migratori. A far parlare queste voci, e questi pescatori con il volto bruciato dal sole ci hanno pensato quattro ragazzi, che con la scusa di fare un viaggio di piacere nella piccola isola a sud della Sicilia, si sono mossi alla ricerca di risposte sul fenomeno migratorio, considerandolo però da una prospettiva del tutto nuova. Il documentario che vede la regia affidata a Giuseppe di Bernardo, insegnante di sostegno precario "usato spesso dalla scuola per fare supplenze, tappare qualche buco", e la sceneggiatura ad opera di Christian Foersch, Giandomenico Pumilia e Federico Tsucalas, dura in tutto 50 minuti ed ha il suo fuoco di originalità proprio nella scelta del punto di vista preso in considerazione. In molti si sono interrogati, soffermati sul fenomeno da alcuni mesi a questa parte più che mai, ma raramente per parlare di migrazione lo hanno fatto dando voce ai Lampedusani e questo a dispetto dalla fama che la loro isola ha raggiunto in così breve tempo. La migrazione è descritta in modo magistrale da chi la vive e non dimentica di averla vissuta in prima persona: un pescatore, che come tanti popola l’isola parla di come il fenomeno abbia radici molto lontane nel tempo, un movimento di uomini che si è sviluppato anche in modo contrario rispetto a quello attuale, che oggi ci sembra l’unico possibile e che non molto tempo fa, invece ha visto molti dei Lampedusani raggiungere le coste africane, dove si poteva vivere meglio e con meno soldi. L’immagine che ci lascia è legata a poche parole, ma di quelle che restano impresse e indelebili nella mente, che con la semplicità quasi di un inconsapevole poeta parla della migrazione legandola alla disperazione, perché esperienza comune visto che “non è cambiato niente: disperazione era ieri e disperazione è oggi”.

La storia “magistra vitae” ci insegna infatti che i fenomeni migratori sono connaturati nell’essere umano, non si possono fermare e sostiene l’ex sindaco di Lampedusa Giovanni Fragapane “le piccole isole sono provvidenziali per quest’attività dell’uomo”. Lampedusa ne è un esempio lampante, poiché anticamente era ritenuta “porto franco: dove le navi nemiche in mare, una volta giunte sull’isola smettevano di farsi la guerra”; a parlare così è Paola La Rosa dell’associazione Askavusa (che nel dialetto lampedusano significa “a piedi scalzi”) che è presente ed attiva in prima linea per portare soccorso ai migranti, molti dei quali sono richiedenti asilo politico e dunque non hanno nulla a che fare con la clandestinità e il gioco dell’invasione portato avanti da una certa parte politica di questo paese, interessata a creare un fenomeno di emergenza e di timore dei confronti dello straniero. Non vi è un messaggio finale unico, perché gli interventi, le parole restano volutamente sfilacciate, pronte a farsi cogliere e intrecciare dalla sensibilità di chi guarda il documentario e riflette sulla condizione di questi uomini. A chiudere la proiezione del documentario e il dibattito sviluppatosi, è uno degli sceneggiatori, Federico Tsucalas, che invita a considerare la situazione nella quale si trovano i migranti africani oggi “i quali una volta portati via dall’ isola si vedono consegnare un numero, con il quale saranno ridistribuiti senza alcun criterio in diverse regioni d’Italia, e l’assegnazione di numeri a delle persone ha purtroppo ricordi non molto antichi (…). L’idea che si voglia fare di Lampedusa una piccola Alcatraz nostrana, non è poi così lontana dalla realtà, ed è un timore che gli intellettuali lampedusani hanno colto da tempo, durante il fascismo ci mandavano i carcerati nell’ isola, oggi i migranti vengono stipati nel centro di identificazione ed espulsione, un luogo come Ellis Island, dove le persone arrivano e dove poi restano come ad Alcatraz, un centro che per forza di cose è divenuto centro d’accoglienza” . Invertire la rotta si può, anche solo scegliendo di passare le vacanze nell’isola che ha avuto un crollo del 95 % delle prenotazioni, è un invito a una vacanza responsabile, oltre ad un segnale di non abbandono per questa gente che vede lo stato lontano: cogliamolo. Ancora una volta gli italiani sono chiamati a fare ciò che non fa l’Italia, ma devono farlo con il sorriso sulle labbra, convinti di fare la cosa giusta e di proseguire lungo il cammino migliore, quello dell'incontro tra popoli che equivale sempre ad un arricchimento.




Per saperne di più: Il sito ufficiale del documentario

Scritto da: Grazia Russo

Data: 07-06-2011

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