LIVE \ Heineken Jammin Festival 2011 - giorno uno

I Coldplay sbarcano a Mestre

di Edoardo Gandini
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coldplay 1

Una tromba d’aria non ha rovinato la prima giornata di festival e questa è, di per se, già una buona notizia. Fatto sta che in conferenza stampa le pungenti domande sulla scarsa affluenza di pubblico hanno monopolizzato il tempo concesso ai giornalisti. A detta degli organizzatori il problema principale è dovuto al fatto che Vasco Rossi abbia già in cartellone quattro concerti sold out e che riempire il Parco S. Giuliano sia una cosa infattibile; "non vi stupireste più nemmeno se Vasco camminasse sull’acqua" - dicono, aggiungendo poi che le vendite sono state scarse perché chi comprerebbe il biglietto in prevendita quando si è sicuri di trovarlo direttamente all’ingresso risparmiando quasi dieci euro?. Considerando che, da quanto si evince dalle parole degli organizzatori, Vasco venga chiamato proprio per portare pubblico, forse un po’ di autocritica e una qualche riflessione in più dopo questo flop non potrebbe far altro che giovare al festival e agli spettatori. Anyway, sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e nel frattempo gli Echo and the Bunnyman stavano facendo il loro ingresso sul palco, come giustamente riproposto sui maxi schermi (privi di audio) della sala stampa, rendendo tanto simpatica la scenetta da chiedervi lo sforzo di immaginarla: decine di giornalisti e altrettanti intervistati impegnati nel parlare dei problemi del festival mentre uno dei cinque gruppi "headliner" si stava esibendo, per giunta riportato da un televisore muto.
Ma torniamo alle cose serie, cioè la musica dell’ Heineken Jammin Festival e i loro interpreti.
Sono i The Last Fight, giovane band Fat Rock proveniente da Bergamo, ad aprire l’edizione del 2011 del Festival, 20 minuti per eseguire tre brani tra cui la coinvolgente Tom’s Dealer. Ma è troppo presto (le 14.40 secondo più, secondo meno) e il parco è ancora semi deserto.
Alle 15.15 ci pensa Erica Mou ad accogliere la maggior parte degli spettatori per (addirittura) trenta intensi ed intimi minuti di melodie delicate fino al momento più atteso dalla folla, cioè l’esecuzione di Don’t stop, colonna sonora e vero punto di forza della pubblicità di una nota azienda di elettricità. A soli ventuno anni, Erica, si dimostra già a suo agio su un palco enorme davanti ad una platea da brividi salutando il pubblico con Torno a casa, brano scritto di ritorno dal Pukkelpop, al quale era andata da spettatrice. Voce ammaliante.
Ma ecco che sul finale dell'esibizione di Erica le prime goccioline di pioggia iniziano a cadere e, per non rischiare di trovarsi subito fradici, diventa fondamentale trovare questa area stampa di cui tutti parlano ma che nessuno sa dov'è..l’Area51 dell’Heineken Jammin Festival. Ma ogni festival ha la sua gola profonda e finalmente, dopo un’ora di pellegrinaggio, un addetto ai lavori si lascia sfuggire qualche informazione per raggiungere questa famosa area "Where the grass is green and the girls are pretty", ma soprattutto la birra è gratis, gratis, gratis!.
Ed è proprio in contemporanea con questa meravigliosa scoperta che, alle 16.00, salgono sul palco gli Echo and the Bunnyman, creando di fatto un legame affettivo inscindibile tra me e questa band, per il principio del cane di Pavlov; d’ora in poi, quando sentirò una loro canzone inizierò a sbavare e avrò voglia di heineken.
La band di Liverpool suona una quarantina di minuti, nel momento meteorologico migliore della giornata, proprio mentre si teneva la conferenza stampa. La prima idea che si ha del gruppo rimarrà intatta poi fino alla fine dell’esibizione: non sono i The Cure, ma vorrebbero tanto esserlo. Nonostante abbiano iniziato a suonare negli stessi anni, i loro più celebri colleghi hanno lasciato decisamente qualche ricordo in più. Il fatto, però, è che suonano bene e i pezzi sono davvero molto interessanti, il pubblico, infatti, applaude e partecipa divertito dall’esibizione di Ian McCulloch e compagni, che salutano con The Killing Moon, sicuramente la canzone più nota del gruppo.
Alle 17.00 è il turno dei We Are Scientist, band formatasi appena una decina di anni circa fa e nota ai più per i singoli d’esordio The great escape e It’s a hit che gli sono valsi una nomina come miglior band internazionale.
Il trio californiano delizia il pubblico del parco per circa quarantacinque minuti, rivelandosi tra le migliori band della giornata e toccando il momento più alto, a mio avviso, con l’esecuzione di After hours. Il cantante però me lo ricordavo meno vecchio, o forse è stato solo il colore dei capelli, bianco, ad ingannarmi.
Alle 18.00, orario previsto per i Beady Eye, il pubblico inizia ad accalcarsi verso il palco chiedendo a noi provvisti di scaletta se fossero in programma canzoni degli Oasis, salvo poi restare fortemente delusi dalla risposta negativa. Come andare ad un concerto degli Audioslave e sperare di vedere i Rage Against the Machine; queste cose non accadano (e per fortuna), mettiamocelo in testa.
Dieci minuti dopo, comunque, fanno ingresso sul palco gli Oasis..chiedo scusa..i Beady Eye, accompagnati da un forte applauso del pubblico. Liam Gallagher, che da vecchio fan degli Oasis ho comunque piacere di vedere, si avvicina con la sua tipica camminata da spaccone al microfono e saluta il pubblico. La prima cosa che salta all’occhio è che il buon vecchio Liam sia veramente basso, oltre che insofferente alla leggerissima brezza veneziana a considerare dalla giacca anti vento, neanche fossimo nel video di D‘you Know What i Mean (l‘inizio della fine, a mio avviso). Il quartetto di Manchester si esibisce per circa un’ora, eseguendo tredici pezzi, tra cui la più celebre The Roller, che viene accolta da applausi e cantata quasi interamente dal pubblico. Ammetto che vedere il pubblico canticchiare solo ed esclusivamente i singoli estratti dal primo lavoro della band, Different Gear, mi ha infuso un po’ di tristezza, come se si stesse assistendo all’esibizione di un gruppo emergente, e non semplicemente agli Oasis privati di Noel Gallagher. Fatto sta che tutti i pezzi dei Beady Eye ricordano inevitabilmente ed inesorabilmente altri brani degli Oasis e, volendo, potrebbero anche risultare interessanti se non fossero esistiti nella loro versione migliore con Noel alla chitarra e, soprattutto, alle idee.
Mi sarebbe comunque piaciuto chiedere a Liam un commento sul fatto di dover suonare come spalla di Cesare Cremonini, anche se probabilmente mi sarebbe costato un pugno in faccia.

cremonini

Nemmeno il tempo di prendere un caffè, fare una pausa al bagno ed un rifornimento di birra (a proposito vi ho detto che la birra era gratis??) che dagli spalti si iniziavano a udire i primi applausi e boati per l’ingresso sul palco di Cesare Cremonini e la sua band. Premetto che ero leggermente prevenuto nei confronti del cantautore bolognese, complice anche il posizionamento nella line up, ma di li a pochi pezzi mi sono dovuto ricredere.
In realtà i pezzi possono piacere o non piacere ma Cesare e la band li eseguono in maniera impeccabile, coinvolgendo il pubblico come nessuno, fin’ora, era riuscito. L’ex leader dei Lunapop corre, visibilmente emozionato, per tutto il palco, alternando momenti divertenti e battute ad altri seri e riflessivi, guadagnando applausi a scena aperta al termine di ogni canzone. L’esibizione dura circa un’ora e un quarto in cui Cesare Cremonini si divide tra microfono, chitarra e pianoforte, strumento che usa meravigliosamente proponendo tutti i più grandi successi della sua carriera da solista, come la splendida Il pagliaccio, Marmellata e la toccante Hello, con la quale io, personalmente, avrei chiuso il concerto; ed invece, facendo fare un tuffo nell’adolescenza a quasi tutti i presenti, l’ultimo pezzo in scaletta è proprio quel 50 Special con cui tutto è iniziato. Felice di essere stato sorpreso in questo modo da Cremonini, ma la verità è che, a quel punto, già fremevo al pensiero che di li a poco avrei finalmente visto i Coldplay esibirsi. Un’attesa infinita: 50 Special all’improvviso sembrava, solo in durata sia chiaro, Comfortably Numb dei Pink Floyd.

Finalmente alle 21.30, nel delirio totale, i Coldplay, che tutti stavamo aspettando, salgono sul palco. Il primo pezzo in scaletta è MX, subito seguito da Hurts like Heaven, uno dei nuovi brani presentati dalla band londinese. Ad accompagnare questi due brani, da dietro il palco, si innalzano altissimi i consueti fuochi d’artificio, dando subito un’idea sulla sontuosità dell’esibizione. Chris Martin è davvero un fenomeno: salta e balla, suona meravigliosamente chitarra e pianoforte e quando avvicina la bocca al microfono riesce a trasmette emozioni incredibili.
L’esibizione dura circa un’ora e trenta minuti in cui il quartetto inglese ripercorre tutti i brani più famosi del repertorio, come la vincente accoppiata Yellow - In My Place o la splendida ballata God Put a Smile Upon your Face.
Se il prossimo pezzo vi piace, bene, altrimenti fanc**o - dice Chris - prima di eseguire la cadenzata e melodica Violet Hill e la celebre The Scientist.
C’è tempo anche per una versione a ritmo dance di Viva la Vida e per un ricco bis che presenta, oltre all’ultimo singolo Every Teardrop is a Waterfall, anche la meravigliosa Clocks e l’emozionante Fix You sulla quale, di nuovo, partono i fuochi d’artificio, creando brividi sulla mia pelle paragonabili a scosse telluriche e costringendomi a fischiettare quel passaggio tra la prima parte del pezzo e l’esplosione finale per tutti e sette i chilometri che, a piedi, mi hanno diviso dalla stazione dei treni.
I Coldplay, comunque, si confermano in assoluto uno dei migliori gruppi degli ultimi anni (anche se a fine concerto, incredibilmente, se ne vanno senza salutare).

chris martin

In conclusione è stata una bella giornata, in cui il tempo, per fortuna, si è rivelato clemente, lasciando il pubblico asciutto per quello che si può definire l’unico vero concerto di spessore di questo Festival 2011, ovvero l'esibizione dei Coldplay.
L’organizzazione dell’evento non è stata affatto delle migliori, escluso il trattamento meraviglioso riservato agli organi di stampa, e da un Festival con una tradizione come l’Heineken ci si poteva (e doveva) aspettare di più; invece prezzi alti e line up a tratti assurde hanno rovinato, secondo me, quello che potrebbe diventare un festival di richiamo europeo, anche se la strada è ancora lunga.
Come di consueto, vi saluto allegando alcune scalette dei concerti.
Un ringraziamento speciale a Francesco Prandoni che ci ha permesso di usare le sue splendide fotografie e alla gentilissima redazione di Onstage
Alla prossima.


Cesare Cremonini
1. Intro
2. Mondo
3. Dicono di me
4. Padre Madre
5. Figlio di un re
6. Hello
7. Amami quando è il momento
8. Ancora un po’
9. Marmellata
10. Il Pagliaccio
11. Le sei e ventisei
12. 50 special

Coldplay
1. MX
2. Hurts like heaven
3. Yellow
4. In my place
5. Major minus
6. Lost!
7. Cemeteries of London
8. God put a smile upon your face
9. Violet hill
10. The Scientist
11. US against the world
12. Politik
13. Viva la vida
14. Charlie Brown
15. Life is for living
----Bis----
16. Clocks
17. Fix you
18. Every teardrop is a waterfall

21-07-2011 - visite: 7157

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