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Jun 15 2011

Racconto di una serata che va oltre lo sport

La "despedida" di Martin Palermo

di Alessandro Orlandin

L'attaccante argentino in lacrime davanti ai suoi tifosi

Martin Palermo
Anche i titani a volte piangono. Non pioveva domenica sera sulla Bombonera di Buenos Aires, ma sugli spalti scorrevano copiose le lacrime mentre Martin Palermo, appunto El Titàn, si congedava - anche lui con occhi gonfi di pianto - da quelli che per undici anni sono stati prima i suoi tifosi e poi i suoi sudditi. Perché Palermo nella parte Xeneixe della capitale argentina è per forza di cose un re. Ha segnato 235 gol con la maglia del Boca Juniors, diventando il goleador più prolifico di sempre del club, superando addirittura gente come Varallo e Cherro, giocatori che segnavano carriole dei gol ai tempi in cui si attaccava in otto alla volta.

La leggenda di un goleador si misura necessariamente con il numero di reti che segna nella sua carriera, meglio se decisive. E l’uomo ne ha fatte parecchie. Ma la parabola lunga quasi vent’anni dell’ottimista del gol (così lo definì il suo mentore Carlos Bianchi) è fatta anche di momenti controversi e di cadute, seguite da inaspettate rinascite. Palermo non è mai stato un primo della classe, di quelli che si mettono nella prima fila di banchi e alzano sempre la mano per rispondere alle domande dell’insegnante. La sua stazza fisica, unita a movimenti in campo non proprio armoniosi non permettono di iscriverlo alla scuola di quegli interpreti sudamericani tutti estro e piedi educati. Anzi, Palermo è un loco, un pazzo, come lo soprannominano agli inizi della carriera per il suo look stravagante e il suo atteggiamento provocatorio. Palermo è però anche figlio di un operaio dei cantieri navali Rio Santiago. Il padre Carlos era in prima linea durante le proteste sindacali dei primi anni ’90 contro la privatizzazione dello stabilimento. Episodio che secondo lo stesso capofamiglia ha avuto un impatto decisivo sulla formazione di Martin: “Seguiva con interesse il problema e partecipava alle discussioni sul tema. Il nostro obiettivo di operai era quello di non smettere di lottare. E la nostra sofferenza ha poi avuto la sua ricompensa. Credo che lui abbia preso esempio da questa lezione e l’abbia applicata a quelli che erano i suoi obiettivi”. E l’obiettivo del biondo attaccante era fare tanti gol, malgrado i primi passi da calciatore – all’età di sette anni – li abbia percorsi facendo l’arquero, il portiere. La sua storia personale lo fa assomigliare di più allo studente nella media che riesce a prendere otto solo dopo essersi applicato duramente.

Sembra che la scelta abbia effettivamente pagato: durante la sua permanenza con la maglia gialloblu del Boca è diventato un vero e proprio idolo della Doce, il settore più caldo dello stadio La Bombonera, grazie anche a gol epici. Come ad esempio quelli messi a segno nei derby fratricidi con il River Plate. O l’estemporaneo gol (decisivo) di testa da quaranta metri (!) contro il Velez Sarsfield su rinvio sbilenco di un portiere. Oppure ancora, la magica doppietta da attaccante di razza purissima che stese nientemeno che il Real Madrid dei galacticos nella finale di Coppa Intercontinentale del 2000. Se la storia d’amore di Palermo con i colori degli xeneixes è stata intensa e proficua, non si può dire lo stesso di quella con la maglia della Selecciòn, la nazionale albiceleste. Solo quindici presenze totali e nove gol, con un record probabilmente infrangibile: tre rigori sbagliati nella stessa partita, contro la Colombia durante la Copa America del 1999. Un ricordo che ha perseguitato Palermo per più di dieci anni, fino a che Diego Armando Maradona – divenuto nel frattempo commissario tecnico della nazionale – lo convoca per le ultime due partite di qualificazione al mondiale da disputarsi in Sudafrica. L’Argentina schizofrenica del Pibe de Oro rischia l’eliminazione e la partita col Perú, giocata sotto un diluvio di proporzioni bibliche non sorride a Messi e compagni, persi nella tempesta e fermi sul risultato di 1-1. A un certo punto, nei minuti finali la palla passa nell’area piccola dei peruviani e chi la corregge in rete? Proprio lui, Palermo, il ragazzo ormai 36enne che manda in delirio un intero stadio e salva Maradona da una figuraccia storica. Il premio di Diego non tarda arrivare: El Titàn viene convocato per la fase finale in Sudafrica e diventa, grazie al gol segnato alla Grecia, il marcatore più anziano della nazionale argentina in un mondiale. Esulta levandosi la maglia e piangendo, perché sa che si tratta del coronamento di un sogno di bambino.



I critici di scuola euro-centrica gli rimproverano di aver fallito in Europa, nelle sue esperienze in squadre spagnole a cavallo tra gli anni ’90 e gli anni zero. Ed è stato probabilmente un peccato non poterlo vedere all’opera in Italia. Nel 1999 il suo passaggio alla Lazio era praticamente fatto e fu stroncato solo da un terribile infortunio che lasciò Palermo lontano dai campi per sette mesi. Manco a dirlo, tornò in un clasìco contro il River e segnò un gol decisivo. Lascia il calcio in un momento il cui Boca fatica a tornare vincente, nonostante qualche giovane promettente e la presenza di quel Romàn Riquelme perfetto compagno di merende nel fornirgli assist millimetrici. Lo hanno supplicato di giocare altri sei mesi, di rinviare di nuovo il momento inevitabile. Anche perché lui nel frattempo ha continuato a segnare gol fantastici, come quello di tacco contro l’Independiente. Ma per quanto ottimista l’attaccante ha detto di no. Anzi, ha fatto sapere che da più di un anno è in terapia psicologica per affrontare la dura sentenza dei limiti biologici che una carriera sportiva impone.



Domenica scorsa c’erano tutti, vecchi e giovani, a cantare il suo nome e ad applaudirlo. 60mila e più persone a dirgli quanto è stato importante per loro in questi anni. C’era Maradona e c’erano anche mamma e papà che hanno stretto Martin in un commovente abbraccio a metà campo. Hanno pensato bene di regalargli un’intera porta, nella fattispecie la porta che sta sotto la Doce, la curva sotto la quale ha segnato decine di gol, fissando alla traversa una placca d’oro con inciso il suo nome. La despedida di Palermo ha rappresentato un evento che spiega appieno quanto e perché questo sport possa dare emozioni così profonde. Sentimenti che vanno oltre ogni freddo dato tecnico. “No habrà ninguno igual” - non ci sarà nessuno come te - hanno scritto i tifosi, nella notte in cui la Bombonera ha pianto con e per un solo uomo.

Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 15-06-2011

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