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Jun 29 2011

Il giorno in cui i milionari persero tutto

di Alessandro Orlandin

Il River Plate saluta la serie A per la prima volta

River1 Dopo aver perso quelli veri nella crisi economica dell’ultimo decennio, l’Argentina perde i suoi milionari più famosi, quelli del calcio. Il River Plate, la squadra dei Los Millonarios – col suo forziere carico di storia e onori – scende per la prima volta in centodieci anni in seconda divisione dopo un drammatico spareggio col Belgrano di Cordoba. I biancorossi del barrio Nunez, Buenos Aires, salutano la massima serie argentina nonostante il passato parli di trentatrè titoli in bacheca, primato tuttora inattaccabile. Si tratta di uno schianto dal rumore assordante, perché, oltre al disastro sportivo in sé, è chiaro come la storia del futbol argentino ora non possa più essere la stessa. Rimangono solo Boca Juniors e Independiente a mantenere la pagella immacolata.

Era davvero difficile pensare a un epilogo simile, soprattutto perché in Argentina promozioni e retrocessioni vengono decise in base a un cervellotico sistema denominato “promedio”, che si basa su un coefficiente calcolato sui risultati delle ultime tre stagioni sportive. Un meccanismo dovuto in massima parte alla formula a doppio campionato, Apertura e Clausura. Fatto sta che i Millonarios ora sono condannati a fare il giro dei campi di periferia per tentare di tornare dove la storia impone che stiano. Il River non è arrivato sull’orlo del baratro in un baleno. È servita una sciagurata concatenazione di circostanze negative per sporcarne il glorioso simbolo. Prima di tutto la gestione quasi decennale del presidente Aguilar (destituito nel 2009) che ha dissanguato economicamente il club e ha costretto a giocare con un manipolo di onesti mestieranti, peraltro non stipendiati o pagati con ritardi paurosi. Non è un caso che dal 2002 a oggi nessun giocatore del River abbia vestito la maglia della nazionale. Altro che milionari. Addirittura l’anno scorso è tornato Matias Almeyda per giocare a metà campo, alla soglia delle trentotto primavere. Il mediano, apprezzato alla Lazio e al Parma, era ormai troppo appesantito dalla gloria di un tempo per poter essere di nuovo decisivo. E infatti è affondato assieme a tutta la barca biancorossa.
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Neanche Daniel Passarella, El Gran Capitàn, è riuscito a tirar fuori il River dalla palude. Si dice che il leggendario difensore, presidente dei Millonarios dal 2009, abbia infilato tuta e k-way e abbia diretto gli ultimi allenamenti prima dello spareggio da dentro – o – fuori contro il Belgrano di Cordoba. Un’ultima disperata mossa visto che il povero Juan José Lopez aveva finito le ultime due partite di campionato (perse) con le lacrime agli occhi dallo scoramento. Succede allora che il doppio confronto contro i Piratas di Cordoba si trasforma in una questione di vita o di morte (come spesso accade in Argentina, ma non solo). E gli incubi prendono subito forma. L’andata giocata a Cordoba finisce due a zero per i padroni di casa e resterà nella memoria solo per l’invasione di campo di un gruppo di tifosi del River, disperati e incavolati nella stessa misura. Il ritorno, nella cattedrale dello stadio Monumental di Buenos Aires, ha contorni diversi. Per quanta tensione ci sia, c’è la sensazione generale che i 65.000 o forse più stipati sulle tribune, dietro gli stendardi colorati, possano davvero spingere la squadra alla rimonta. Un paio di giorni prima della partita i tifosi della barra Borrachos del Tablon sono stati chiari, con uno striscione: “Noi ci giochiamo la storia, voi la vita”.
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Un avviso più che concreto che sembra essere inizialmente recepito dai giocatori di casa: giocano l’avvio di partita come se fossero minuti di recupero. Zero tatticismi, furore agonistico massimo e disperata ricerca di un gol che metta subito all’angolo l’avversario. D’altronde bastano due gol di scarto per raggiungere la salvezza. Il cuore della tifoseria milionaria si ferma però al quinto minuto: segna il Belgrano su punizione, l’arbitro annulla per fuorigioco. Sospiro di sollievo, che immediatamente si trasforma in delirio grazie a Mariano Pavone che azzecca un bel destro dal limite dell’area. Terremoto di entusiasmo al Monumental, con ottantaquattro minuti da giocare l’impresa è a portata di mano. Anche perché di fronte c’è una squadra arrivata quarta nella Nacional B, la seconda serie. Un gruppo di giocatori di cui nessuno ha mai sentito parlare, ma che gioca un calcio senza fronzoli e mai rinunciatario. Malgrado la grande generosità nel provarci, il River non passa più nel primo tempo. Anzi, rischia grosso in apertura di ripresa quando Cesar Pereyra – che i tifosi chiamano El Picante – fallisce un comodo pallonetto sopra la testa di Carrizo (sì, proprio quello della Lazio). Altro sospiro di sollievo per il popolo River, ma di lì a poco ecco la sciagura: i due centrali di difesa combinano un pasticcio da campionato amatori e regalano un comodo tiro in porta a uno sconosciuto centrocampista al primo gol stagionale. Uno pari. Un calcio alle parti bassi di un’intera tifoseria. In compenso i coraggiosi tifosi del Belgrano giunti a Buenos Aires festeggiano alla grande.

Fortunatamente (o no, dipende parecchio dal punto di vista) il calcio riserva spesso seconde possibilità anche a chi non le merita. E allora ecco che a venticinque minuti dalla fine l’arbitro Pezzotta fischia un rigore netto per il River. Salta all’occhio subito l’atteggiamento di Mariano Pavone che va a prendersi il pallone sottobraccio per caricarsi della responsabilità più grande. Una doppietta riaprirebbe il discorso e in caso di successo lo innalzerebbe a eroe della storia del club. Lui, che ha già firmato il passaggio per un club messicano. Chissà cosa avrà pensato in quei lunghi momenti di attesa prima di incrociare lo sguardo col portiere Olave. Dietro i pali dipinti di bianco, la gente, stipata nella curva ribollente e maestosa, attendeva solo di poter alzare le braccia al cielo. E invece l’attaccante tira una pallonata forte, brutta, centrale, nel ventre del suo avversario. E così l’eroe diventa l’arquero trentacinquenne con la casacca azzurra del Belgrano. Il biglietto di sola andata per l’inferno è timbrato. I successivi venti minuti servono solo ad apparecchiare la tavola per il dramma ormai inevitabile. I tifosi smettono di cantare. La regia della tv argentina inquadra più loro dei giocatori. Hanno gli occhi scavati, di chi non riesce a dormire da giorni per l’attesa. Li attende un’insonnia ancora più lunga. In campo si consuma uno sterile assedio, in cui Erik Lamela, talentino sponsorizzato a dovere sul mercato, si dimostra uno dei tanti sudamericani dribblomani che si possono trovare in qualsiasi spiaggia del continente. Non basterà una sua vendita a un club europeo per far tornare il club davvero milionario.
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L’epilogo è davvero dei più tristi. Non c’è nemmeno un vero fischio finale, perché i tifosi delle barras bravas hanno già iniziato a invadere il campo al minuto 43’. Il direttore di gara, in camiseta verde, sa bene che non ha senso continuare. I giocatori del River sono in campo, ma hanno già gli occhi gonfi di lacrime. Si può giocare mentre si piange? Pare di no, così Sergio Pezzotta indica il tunnel degli spogliatoi per sancire l’amara sentenza. I giocatori del Belgrano non festeggiano subito: la prima cosa da fare è trovare un riparo sicuro dal diluvio di oggetti che li vede come bersagli. Anche i loro tifosi piangono, ma di gioia. Rimarrano chiusi dentro al Monumental per mezza giornata perché fuori infuria la battaglia tra fanatici e polizia. Il bilancio è da sommossa popolare, ma non poteva essere altrimenti in circostanze del genere.

La squadra dell’aristocrazia argentina, che fu imbattibile negli anni quaranta, la squadra che ha vinto trentatre campionati e due Libertadores, la squadra che lanciato gente come Sivori, Passarella, Diaz, Francescoli, Batistuta, Ortega, Crespo, Salas, Sorin, Cruz, Aimar e Saviola tra gli altri, ora è costretta a una discesa tra i plebei che riserverà sicuramente sorprese. Un percorso che potrà essere anche di redenzione. "River siempre serà grande por su gente" c’era scritto sul sito ufficiale del club il giorno dopo la disfatta. Probabile, se è vero che – in tempi in cui i milioni e i millonarios scarseggiano – chi trova un amico, in questo caso un tifoso, trova un tesoro.

Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 29-06-2011

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