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Aristotele
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Aug 04 2011

L'omaggio all'opera di Vladimir Dimitrijevic

La vita è un pallone rotondo

di Alessandro Orlandin

Lezioni di filosofia di vita, applicate al football

Nel calcio, come in letteratura, preferisco quelli che hanno mantenuto l’impertinenza dei bambini. È un gran bene per la società che ci siano gli adulti, ma io preferisco Maradona. […] Intendiamoci: Pelé, Platini, Beckembauer sono grandi giocatori, ma per il popolo non sono dei signori. La leggenda di Kaiser Franz non mi interessa. Beckembauer incarna il genere di giocatore perfetto, del professionista, e ho come la sensazione che, se un giorno gli si proponesse di diventare presidente o gran magnate lui resterebbe in dubbio fra le due carriere. Oggi è presidente di una delle più grandi squadre del mondo; imperturbabile, sempre in cravatta, inforca occhiali d’oro e continua a vivere un’esistenza che non mi appassiona per nulla. È come quei poeti accademici che consultano i rimari, si scelgono temi raffinati e diventano, nel migliore dei casi, epigoni di Paul Valéry. È ammirevole, ma non è niente. Quando don Diego fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Beckembauer no, aspettano che il giro lo paghi lui



PALLONE
Di questi tempi, con Ferragosto che incombe sul calendario, di cosa si può parlare all’interno di questa rubrica dichiaratamente e paraculamente romantica? Non certo del processo sul calcio-scommesse o della Supercoppa tra Milan e Inter che verrà giocata a Pechino.

Tocca allora partire da una notizia triste e sviluppare una riflessione, anzi recensione, più generale. Lo scorso 28 giugno, su una strada della Borgogna, se ne è andato Vladimir Dimitrijevic, vittima di un incidente stradale. Un nome che dirà poco o nulla, malgrado si tratti di un rinomato editore svizzero nato nel 1934 nell’ex Jugoslavia.

Un omaggio a Dimitrijevic è d’obbligo, in quanto autore di un libro fondamentale per chiunque abbia visto un pallone rotolare davanti a sé almeno una volta nella vita. “La vita è un pallone rotondo” è un volumetto di nemmeno centocinquanta pagine, incastonato nell’elegante veste grafica delle edizioni Adelphi. Uno scritto uscito nel 1998 ma che è destinato a resistere ancora a lungo all’usura del tempo. Perché quelle di Dimitrijevic sono riflessioni che attengono quasi alla metafisica del calcio. Nelle pagine dello scrittore jugoslavo non si parla di tattica, non si trovano discettazioni su chi sia più forte o più scarso. Si ha invece a che fare con considerazioni filosofiche attorno al pallone, che si intrecciano ai ricordi ormai polverosi del ragazzo fuggito dalla Jugoslavia nel 1956. Quasi un quaderno d’appunti, finemente assemblato nel corso degli anni, con capitoletti brevi che arrivano al massimo a cinque-sei pagine ciascuno. Gli spunti proposti da Dimitrijevic spesso somigliano ad abbozzi, un po’ come se l’autore esortasse il lettore a far sua quella base di partenza per poi attaccarci il frutto delle proprie esperienze personali in materia.

Nel calcio, ricerchiamo l’agilità e la perfezione in un arto che di solito rimane in fondo alla classe, nell’oscurità. Mi si potrà obiettare che il balletto e la danza si servono delle gambe proprio come il calcio. Vero, ma con la piccola differenza che la specializzazione totale si innesta immancabilmente sul canone estetico. Perfino la bruttezza ne risulta stilizzata. Garbato, terribilmente aristocratico, il balletto è l’emblema del buongusto. E il buongusto è la perfetta convenzione. Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime”.

Dimitrijevic evoca concetti complessi con parole semplici, ripercorre tutti gli aspetti essenziali del gioco del calcio senza procedimenti scientifici invasivi, bensì con la lucidità di uno spettatore raffinato che riesce a stabilire nessi logici a volte azzardati ma di sicuro fascino. Si vola lontani anni luce rispetto alla discussione da bar, qui si è nel campo dei caffè settecenteschi, la diffusione dei lumi. Dimitrijevic ha molto da insegnare a chi dirige il pianeta del pallone al giorno d’oggi.

La vita è un pallone rotondoIl calcio non è un’addizione, e non è nemmeno una moltiplicazione: non è con cinque giocatori straordinari che riuscirete a moltiplicare per cinque il vostro talento. […] Proprio come negli scacchi, i pezzi da novanta possono essere messi in condizione di non nuocere da pedoni abilmente disposti. […] Ci sono squadre meccaniche, disciplinate, e ci sono squadre organiche, come il corpo umano. In queste ultime, tutte è naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. […] Le grandi squadre sono fatte di amici, di compagni d’infanzia, di figli di una determinata epoca, di una classe sociale o di una stessa nazione. La squadra è un sogno, la squadra è una fede. È come l’equipaggio di un aereo da combattimento: ognuno deve assolvere il proprio compito per la sopravvivenza di tutti, per segnare dei gol evitando di incassarne”.

Addentrandosi nella prosa di Dimitrijevic si possono riscoprire grandi miti e imprese del passato, come la Jugoslavia vincente sull’Inghilterra dei maestri o l’Ungheria di Puskas, Czibor e Kocsis giunta a un passo dal vincere un campionato del mondo. Ma ci sono anche tanti illustri sconosciuti, coetanei o giù di lì di Dimitrijevic che con lui condivisero pomeriggi interminabili a calciare un pallone dalle parti di Belgrado. Lo scrittore non è un retrogrado oppositore del calcio moderno, quanto piuttosto un nostalgico dei tempi in cui lo sport era ancora legato a una componente strettamente umana.

Per strada, di ritorno dallo stadio, era tutto un raccontarsi le partite, le prodezze … sospiri alla base della creazione del mito. È come a teatro, quando vi raccontano una battaglia cui non avete assistito e voi dovete immaginarvelo. Il corpo ripete i gesti ispirati dal racconto e a svegliarci è la gamba che, nel dormiveglia, fallisce il rigore. Questa intensità è stata dissolta dalla televisione. L’informazione è incollata al momento in cui il fatto accade, è una pseudo-partecipazione. […] Ci hanno portato via la ri-creazione, e per ciò stesso una parte della creazione. Il racconto è stato ucciso, sostituito da una fibrillazione di fatti salienti ed è come se avessimo sostituito il cuore con il tracciato dell’elettrocardiogramma”.
Dimitrijevic
Si potrebbe andare avanti ancora a lungo nel parlare del libro di Dimitrijevic e dell’autore stesso, divenuto dal 1966 un editore di riferimento in Svizzera con la casa Age d’Homme da lui stesso fondata. In “La vita è un pallone rotondo” c’è tutto quello che una persona dovrebbe sapere sul calcio, ma anche molto sulla vita. La storia per cui questo sport ne è una perfetta metafora può sembrare una insulsa banalità, ma grazie a Dimitrijevic appare più vera che mai.

“[…] Durante i miei spostamenti, quando passo per Avallon, Sens, Auxerre, Grenoble, Lione, fermo la macchina appena vedo uno stadio di calcio e dei giocatori correre dietro ad un pallone rotondo […] Auguro loro di riuscire a tenersi in mente con precisione tutto ciò che accade durante queste ore esaltanti, perché forse saranno questi i più bei ricordi che resteranno della loro giovinezza. Mi sono persino soffermato davanti a stadi deserti, per rivivere ad occhi aperti partite che avevo visto o giocato”.

Uno degli spostamenti citati gli è costato la vita, conclusasi con uno schianto frontale addosso a un trattore. Chissà se, vedendo i prati verdi della Borgogna, gli fosse venuto in mente di fermarsi a ripensare a quanto possa far sentire liberi correre dietro a un pallone di cuoio.

La ragion d’essere dell’opera di Dimitrijevic è stata magistralmente sintetizzata da Gegenschlag nell’ottimo blog Lacrime di Borghetti:

Un libro da leggere e rileggere per perdersi e poi capire ogni volta in che zona del campo e in quale minuto di quella partita chiamata esistenza ci troviamo”.



Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 04-08-2011

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