LIVE \ Frank Lacy 4et in concerto al Jazz Club

Il jazzista texano mette in scena un live a due velocità

di Clelia Buccarello
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Frank Lacy al Jazz CLub
Ku-umba”. Il nome ispira esoticità che fa rima con l’Africa. Tant’è che Frank Lacy si presenta indiscutibilmente in stile afro: indossa una lunga tunica con ricami etnici e una papalina di lana da cui si sottraggono rasta grigio-dorati sotto la luce dei riflettori. Frank Lacy e il suo gruppo non vengono presentati dettagliatamente, probabilmente perché si dà per scontato che i presenti sappiano perfettamente chi siano. In platea ci sono anche dei protagonisti attuali del jazz in Emilia-Romagna, degli intenditori, insomma. Basta dire che il concerto sarà in stile pienamente jazz, dal bebop al blues feeling, con una “ritmica decisamente giovane”, per supporre che si sia detto più che a sufficienza.

Ascoltando i brani, ci si rende conto che insieme allo stile classico del bebop, caratterizzato da basi molto veloci e da suoni ripetitivi, si è di fronte a uno stile che vi sovrappone come voci principali progressioni scalari che svincolano dagli accordi della tonalità del brano. Gli accordi sono spesso dissonanti e vi si associano scale modali differenti, in relazione fra loro, con passaggi continui e netti. La “ritmica giovane” si riferisce al fatto che si toccano stili post anni ’60. Il pianista è il componente chiave di questo stile “giovane”. E’ un maestro di dissonanze e di mix di tonalità su scale diverse, abbellite da mordenti e arpeggi rapidissimi, che spesso si intercala alla voce principale di Frank Lacy, a volte rappresentata dalla tromba, più spesso dal trombone, e a volte rappresentata dalla sua stessa voce. Molto bassa, calda, carica. Ascoltandoli, il pubblico dovrebbe spaziare da una voce all’altra con naturale leggerezza, e infatti ci riesce nel secondo pezzo, dove trombone e piano risultano davvero capaci di rafforzarsi e compensarsi. Si passa qui da una simbiosi dei due strumenti al passaggio a una sola “voce” principale: il pianoforte prima, con toni più nostalgici e a tratti drammatici, e il trombone principale poi, per tornare infine al motivo iniziale suonato nuovamente all’unisono dai due strumenti principali. E’ qui che il quartetto raggiunge probabilmente una sintonia maggiore.

Il pezzo più coinvolgente è quello semiblues, dove l’apertura iniziale del solo pianoforte introduce magnificamente un pezzo dalle tonalità ancora basse, e in cui la voce di Frank Lacy si impone davvero con passione. Poi l’assenza di coinvolgimento attivo del pubblico, forse, comincia a sminuire i toni dell’entusiasmo del pubblico. Frank Lacy è meno carismatico di quel che si direbbe di primo acchito. Riceve gli applausi in maniera quasi impassibile ed evita di introdurre i brani, limitandosi a dargli il via con il battere del tempo: “one, two, and one, two, three, four”. Si passa a due pezzi molto impegnati, in cui il trombone continua ad alternarsi agli assoli di pianoforte, senza toccare però la simbiosi strumentale raggiunta inizialmente. Alle 23,00 c’è la pausa (probabilmente arrivata al punto giusto).

Siamo alla seconda parte del concerto e si riparte con uno stile di avanguardia. Qui forse si intuisce cosa sia il mainstream e ci si può dimenticare di riascoltare bebop, se non alla fine, con l’ultimo pezzo, che risulta sicuramente il migliore del secondo tempo.
Dopo il primo pezzo incalzante, in cui le dissonanze degli accordi al pianoforte lasciano spazio al tripudio della batteria, si impone un pezzo forse troppo lento, in cui tromba e trombone si alternano più volte, per lasciare la voce infine al solo pianoforte. Qualcosa però in questa celebrazione strumentale lascia un po’ di perplessità. Con il brano successivo, Frank Lacy abbandona gli strumenti e raggiunge con la voce tonalità anche molto alte (meno coinvolgenti di quelle basse) e, per la prima volta in tutta la durata del concerto, si lascia andare a un tentativo di comunicazione con i presenti decisamente inaspettato: cerca di coinvolgere il pubblico che risponde cantando in principio timidamente. Tuttavia, i più esperti lo sostengono e ci si riavvia al termine del concerto, tornando al tanto amato bebop, in cui il motivo principale dei brani torna a rilassare i sensi e i ritmi di fondo vengono piacevolmente cadenzati dal contrabbasso, che nel pezzo del bis viene finalmente anche valorizzato, con un assolo che merita tutto l’applauso della sala. Il pezzo, degno del finale, sfiora così l’apice della serata, un po’ come all’inizio. Peccato che nell’intermezzo, però, si sia voluto, forse, strafare. E che lo charme di Frank Lacy superficialmente assaporato non sia stato all’altezza di quanto previsto.



Per la fotografia si ringrazia Gilberto Cerasuolo


15-10-2011 - visite: 5792

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