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Oct 23 2011

Alert.Net -www.trust.org-

Myanmar, Palestina

di Giorgia Pizzirani

Sotto lo stesso cielo

Myanmar, accessibili a poche delle persone migranti servizi di assistenza medica gratuita e di educazione.
19 ottobre

Una donna del Myanmar tesse abiti tradizionali in una azienda al confine di Aizwal, capitale dello stato a nordest dell’India Mizoram, il 31 luglio. Decine di migliaia di esili illegali fuggiti dal regime militare in Myanmar a causa di abusi di diritti umani e povertà durante gli anni ’80, e stabilitisi ora in India, sono sottoposti a sempre maggiori minacce di deportazione. Nita Bhalla/ALERTNET

AIZAWL - La storia di Ral Hnin, dissidente politico del Myanmar, riflette la condizione che si trova a vivere nel nord-est dell’India. La prudenza con cui racconta è testimone di decine di migliaia di migranti senza status politico, tollerati nello stato indiano di Mizoram da quando hanno iniziato ad aggirare i limiti militarmente imposti lungo il confine nei tardi anni ’80. In questi giorni però la paura di raid di polizia e di deportazioni oltre il confine perseguita l’intera comunità. Ral continua raccontando che la polizia indiana usa caricarli su camion e portarli a nove ore di distanza lasciandoli lì, dispersi. Loro non possono però fare ritorno a Burma, perché il governo li ucciderebbe o li farebbe morire di fame. Questo li spinge a ritentare, a tornare indietro.

Hnin è un membro dei Chins. Per più di due decadi, i Chins hanno vissuto in pace in India, anche se poveramente. Hanno vissuto indisturbati dal governo indiano, uno tra i primi a condannare il Myanmar per la sua repressione ai danni degli attivisti pro-democrazia e del loro simbolo, il premio Nobel Auung San Suu Kyi. Il Chin National Front è un gruppo armato che si batte per i diritti dei Chin, una delle minoranze etniche del Myanmar maggiormente oppresse. La visita del presidente del Myanmar Thein Sein in India, la scorsa settimana, ha fatto aumentare le ipotesi per cui Nuova Delhi avrebbe messo da parte le preoccupazioni e la priorità circa i diritti umani in Myanmar, concentrando la proprio attenzione sulla competizione economica con la Cina.

I legami del Myanmar con l’India hanno inizio secoli indietro, quando entrambi i Paesi divennero indipendenti dall’Impero inglese a un anno di distanza l’uno dall’altro, una volta terminata la Seconda Guerra Mondiale. I Chins ora presenti in India sono una popolazione cristiana di migranti e rifugiati politici, scappati dalle proprie case per sfuggire alla povertà e alle persecuzioni per motivi politici o religiosi, per mano del regime militarista. Decine di migliaia di queste persone hanno trovato rifugio nelle colline rigogliose di Mizoram e in Aizaul, la capitale di Stato. Sono soprattutto tessitori, carpentieri, lavoratori manuali. Chins e Mizos provengono dallo stesso territorio che ora fa parte di Myanmar, Bangladesh e India. Ma l’occupazione britannica nel 18° secolo divise la regione, separandone le popolazioni native. Lingua, costumi e religione cristiana accomunano le due popolazioni, che hanno creato assimilazione e un livello di reciproca tolleranza con le popolazioni originarie e con le autorità. Nonostante ciò persistono numerosi problemi. Molti Chins non sono ufficialmente riconosciuti, e istituzioni di carità locali denunciano la vulnerabilità dovuta a discriminazione salariale e nella ricerca di una casa, oltre alle difficoltà ad accedere all’assistenza e alla educazione messe a disposizione dal governo.
Devono inoltre fare fronte ad arresti, sfratti ed espulsioni oltre il confine, rischiando poi epurazioni come molestie e persecuzioni perpetrate da influenti gruppi cristiani di estrema destra che accusano i Chins di essere coinvolti nei traffici di droga.

Tuttavia, con lo sviluppo da parte di Nuova Delhi di relazioni diplomatiche con i propri vicini, le vite dei Chins in India potrebbero cambiare –questa è la speranza. In Myanmar, il nuovo governo civile sembra essere in stretto contatto con Suu Kyi; in seguito è inoltre avvenuto il rilascio di 300 prigionieri politici, e l’allentamento della pressione sui mezzi di informazione. L’India è ora all’opera nella costruzione di strade e ferrovie, cercando di tenere a freno i separatisti nella regione. Entrambi i Paesi stanno lavorando per controllare il narcotraffico ai confini.



I Palestinesi pianificano altre soluzioni in caso fallisca la richiesta di adesione Onu
20 ottobre

RAMALLAH - I Palestinesi richiedono che il Consiglio di Sicurezza decida circa la richiesta di adesione Onu al più presto, così che possano vagliare altre soluzioni. È quanto ha dichiarato l’inviato Onu in Palestina, sottolineando il fatto che Washington sta rimandando per evitare il voto. Al momento, i Palestinesi detengono lo status di entità osservatrice presso l’Onu. Nonostante ci sia speranza per la risoluzione positiva dell’accordo, il diplomatico Riyad Mansour esprime la possibilità che possano essere valutate altre opzioni in caso di esito negativo.

Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha presentato richiesta di adesione Onu il 23 settembre, a dispetto di Israele e Stati Uniti, che accusano la Palestina di tentare, con questa mossa, di aggirare il processo di pace messo in atto nel corso degli ultimi venti anni. Washington aggiunge che l’approccio adottato dalla Palestina non la porterà più vicina all’obiettivo di creare uno stato indipendente. D’altro canto, i Palestinesi rispondono che il processo di pace è oramai a un punto fermo, e che la continuata evoluzione dei trattati ebraici minaccia di distruggere qualunque possibilità di nascita di uno stato produttivo.

Il riconoscimento di uno stato “non membro” spianerebbe inoltre la via dei Palestinesi alla adesione di agenzie internazionali alle quali essi non hanno al momento accesso: tra queste, sono comprese la Corte di Giustizia Internazionale e la Corte Criminale Internazionale, davanti alla quale i Palestinesi ricordano che potrebbero portare casi e avvenimenti contro Israele.
Secondo Mansour, gli USA stanno tentando di ostruire le richieste di adesione Onu. Tuttavia, mentre è dato per certo che la richiesta palestinese cada nel vuoto, Abbas si è impegnato per ottenere nove voti a favore; fatto che implicherebbe la necessità da parte degli USA a utilizzare il proprio veto, dato che sarebbe visto dai palestinesi come una vittoria morale. Per essere approvate, infatti, le risoluzioni necessitano di nove voti e di nessun veto.

Washington e i suoi alleati stanno cercando di sdrammatizzare la crisi diplomatica circa la richiesta palestinese, riproponendo trattative di pace interrotte più di un anno fa a causa del trattato. Mediatori internazionali terranno incontri separati con entrambe le parti in causa la prossima settimana a Gerusalemme, sebbene gli analisti ritengono ci siano poche probabilità di progresso a causa del baratro che esiste tra di esse, a proposito della espansione territoriale.



Scritto da: Giorgia Pizzirani

Data: 23-10-2011

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