La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Nov 10 2011

Una vicenda unica, raccontata dal documentario Catching Hell

La venticinquesima ora di Steve Bartman

di Alessandro Orlandin

Quando l'istinto umano può spedirti all'inferno

Steve Bartman
Chissà se Steve Bartman si è mai sentito un po’ come Monty Brogan nel finale de “La 25^ ora”. Ammaccato, più nello spirito che nel fisico, speranzoso di una vita diversa da quella che le circostanze gli hanno prospettato. Di una vita come avrebbe dovuta essere. Invece l’esistenza di Bartman, mansueto trentacinquenne di Chicago, dal 2003 non è più la stessa. La sua storia è ben raccontata dal documentarista americano Alex Gibney, giunto al Festival Internazionale del Cinema di Roma per presentare “Catching Hell”, pellicola di un’ora e mezza dedicata a uno degli episodi sportivi americani più discussi dell’ultimo decennio.

Si torna indietro a otto anni fa: lo scenario è il Wrigley Field di Chicago, una delle più sacre cattedrali del baseball. La partita è di quelle importanti, gara sei delle finali di National League, per capirci una sorta di semifinale assoluta. I Chicago Cubs sono in vantaggio per 3-0 sui Florida Marlins e la gara sembra indirizzata verso una vittoria che porterebbe la squadra alle World Series, la serie di partite che assegna il titolo più prestigioso dell’antica disciplina. La dinamica che porterà Steve Bartman a diventare l’uomo più odiato di Chicago è di quelle abbastanza usuali nel baseball: il battitore dei Marlins colpisce la palla, che prende una traiettoria esterna, vicina al muro che separa il campo dai seggiolini del pubblico. Gli spettatori accomodati nel settore si alzano, convinti che la palla sia destinata a un fuori campo. In tal caso si palesa il sogno di ogni fan, quello di fare una bella presa e portarsi a casa quella piccola sfera di pelle, pesante neanche un etto e mezzo. Ma le cose non stanno così. O meglio, i sogni degli spettatori in prima fila interferiscono con la realtà delle cose. Con ciò che avrebbe dovuto essere. L’esterno dei Cubs, Moises Alou, ha la stessa idea: una sua presa metterebbe la partita dei suoi in discesa. La mano di Steve Bartman però arriva prima delle altre in gioco e rende l’azione nulla. Un evento di per sé non così raro nel baseball, ma che in quel momento assume un’importanza di proporzioni colossali. Da quel momento i Cubs non ne faranno più una giusta e i Marlins vincono addirittura per 8-3. La serie è pareggiata, serve la settima partita per decidere chi andrà avanti.

Per rendere l’idea di quanto quel momento sia stato dirimente nella storia dei Cubs bisogna richiamare altri dettagli, non secondari. Gibney lo fa bene nel suo documentario: i Chicago Cubs sono una delle squadre più antiche dell’intera storia del baseball, ma anche una delle più sfortunate. L’ultimo campionato vinto risale al 1907. Da un secolo a questa parte si sono guadagnati la fame dei “loveable losers”, una squadra simpatica ma perdente. Eppure hanno un seguito di tifosi ampio e passionale. “È lo stesso spirito che anima il tizio che ha divorziato sei volte e dice ancora di credere nell’amore” dice lo scrittore Scott Turow, lui stesso un fan dei Cubs, ovviamente. A questo si aggiunge un fattore culturale per certi versi inedito in Europa: l’incoraggiamento della cultura delle “maledizioni". La lista delle superstizioni, nel baseball come negli altri sport, è lunga e la stampa sportiva degli Stati Uniti non manca mai di attingervi. Anche i Cubs ne hanno una, la maledizione di Bily Goat. Nel 1945 Billy Sianis, proprietario della Goat Tavern (La locanda della Capra) fu invitato a lasciare il Wrigley Field perché la sua capra, che portava con sé allo stadio, puzzava e infastidiva gli altri spettatori. Indignato, Sianis lanciò la sua maledizione: “I Cubs non vinceranno mai più”. Da quel giorno la squadra del nord di Chicago non è mai più riuscita a centrare le World Series.

Comprensibile quindi che l’aria attorno a Wrigley Field quella sera del 2003 fosse elettrica: la maledizione stava per essere spezzata. E invece tutto andò a rotoli: i Cubs persero anche gara sette e Steve Bartman divenne il nemico pubblico. Fu accusato da tifosi e giornalisti di essere il responsabile della disfatta. Dalla capra del signor Sianis al capro espiatorio Bartman. Venne scortato fuori dallo stadio dalle guardie di sicurezza dello stadio per essere sottratto dal linciaggio del pubblico inferocito. Catching Hell Chiunque sia mai stato a un evento sportivo di rilievo sa bene che in momenti del genere non ci sono né tempo, né possibilità di riflettere, soppesare, capire. Lì per lì il cervello risponde solo al cuore pulsante e alla gola rauca. Nessuno o quasi, poco dopo l’interferenza di Bartman, ha riflettuto sul fatto che altri avevano tentato la sua stessa impresa. Che si trattasse di un naturale riflesso, di uno spiacevole inconveniente. Il tutto ha assunto una piega drammatica per via della sconfitta sopraggiunta poco dopo. Alex Gibney focalizza la sua attenzione proprio su questo: “Se quella serie fosse finita con la vittoria dei Cubs, nessuno avrebbe più parlato di Bartman”. La vicenda del giovane tifoso viene confrontata con quella di Bill Buckner, un ottimo giocatore dei Boston Red Sox negli anni Ottanta, che vide la sua carriera letteralmente demolita da una singola giocata durante le World Series del 1986. Buckner mancò una facile presa durante una memorabile e decisiva gara sei con i New York Mets e divenne un nemico per i sostenitori dei “calzini rossi”, che fino a poco prima lo idolatravano. Anche in quel caso sembrava consolidarsi una maledizione, quella del “bambino” Babe Ruth che durava dal 1918.

Steve Bartman da quel giorno del 2003 è diventato un uomo invisibile. Non ha mai rilasciato una singola dichiarazione, se non uno scarno comunicato stampa in cui si diceva profondamente addolorato per quanto successo. Ha cambiato casa, numero di telefono e lavoro. Avrebbe potuto rifarsi con tutte le offerte di interviste e apparizioni pubblicitarie, ma ha sempre declinato, scegliendo il più basso dei profili. Descritto come una persona buona, mite e sincera, nei mesi successivi alla partita ha dirottato tutti i regali giunti dalla Florida a un centro per la ricerca sul diabete giovanile. La sua immagine è quella della vittima ideale, un giovane uomo che rimane impietrito e impassibile al suo posto mentre una folla immensa gli urla ogni tipo di insulto. Gibney lo ha cercato per il suo documentario, ma si è sentito rispondere di no ancora una volta. È stato costretto a lasciare il suo incarico di allenatore di una piccola squadra di baseball giovanile e pare che non usi la carta di credito per paura che qualcuno possa ricordarsi di lui. Tutto questo nonostante i giocatori dei Cubs abbiano ammesso che l’episodio non è stato determinante nel corso degli eventi.
Bill Buckner
Nella parte finale del suo documentario, Gibney intreccia le sorti di Bartman a quella del già citato Bill Buckner. Il baffuto prima base dei Red Sox ha visto la sua redenzione nel 2008 durante una commovente cerimonia tenuta a Fenway Park, la casa dei rossi di Boston. Nel frattempo la squadra aveva sconfitto la maledizione del Bambino nel 2004 vincendo le World Series e si era ripetuta nel 2007. Buckner entrò così in campo accolto da un’ovazione, lacrime agli occhi e passo timoroso verso il monte di lancio, con addosso la giacchetta numero sei. Per lui c’è mancato poco che non succedesse mai. Per Bartman deve ancora succedere, dovrà attendere il giorno in cui la maledizione della capra verrà battuta. Nel frattempo, come un Monty Brogan dalla coscienza meno sporca, potrà solo immaginare la sua vita come avrebbe dovuta essere.

Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 10-11-2011

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