LIVE \ Joey Calderazzo live al Jazz Club

Un concentrato puro di energia e romanticismo

di Clelia Buccarello
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Joey Calderazzo
Il secondo appuntamento del Bologna Festival al Jazz Club di Ferrara è dedicato alla new jazz generation, firmata Joey Calderazzo, accompagnato da basso e batteria (rispettivamente Orlando Le Fleming e Donald Edwards). Nelle sue note al pianoforte, Calderazzo predilige una sperimentazione in cui il jazz si intreccia a volte al blues e a volte alla musica classica, sfiorando il sound dello smooth jazz, che fa tanto atmosfera. Spesso si presenta invece con toni decisamente più sostenuti, rapidi e incalzanti, probabilmente riferibili al cool jazz. Qualche arpeggio viene accennato solo all’apertura del concerto per lasciare immediatamente e definitivamente spazio agli accordi sincopati e alle scale alte. Calderazzo si presenta subito come un uomo dall’adrenalina incontrollabile. La sua musica dal ritmo velocemente scandito sembra non voler mai prendere fiato. Lui stesso quasi sembra spesso andare in apnea, lasciando libero sfogo ai suoi piedi che vorrebbero quasi allontanare lo sgabello.

La rapidità del primo pezzo viene dettata dal charleston della batteria e dal contrabbasso. Calderazzo approfitta per togliersi la maglia di dosso. È già un fuoco. Nella parte finale del brano si impone una gran batteria, che sembra inseguita dalle scale del piano. Il pezzo finisce ed esplode subito un grande applauso. Il primo di una lunga serie. Nel secondo brano, attacca solo il pianoforte, in tonalità blues. Un tasto scordato lo obbliga a ripeterlo più volte quasi per controllarne l’entità, il che sottoscrive la grandiosità dell’improvvisazione. La rapidissima rincorsa degli strumenti non trova ostacoli di alcun genere. Quasi si diverte piuttosto a girarci intorno. Le splendide note blues tornano ad imporsi con un meraviglioso assolo di basso, che cede infine di nuovo il passo al virtuosismo del piano. Calderazzo resta in bilico sullo sgabello per diverse manciate di minuti. Infine, ancora un tripudio di applausi.

L’atmosfera generale si è già scaldata. Calderazzo approfitta così per presentare di nuovo il trio e raccontare alcuni aneddoti del suo soggiorno in Italia e del sui lunghi spostamenti delle ultime settimane. Il suo “nothing is perfect” sembra voglia riferirsi anche alla leggera scordatura del piano, tant’è che Francesco, l’art director, dopo aver appoggiato il concetto, ci tiene a precisare che è il piano e non il pianista ad avere imperfezioni. Il terzo brano parte con un bellissimo assolo di basso, successivamente accompagnato dai tempi cadenzati dai rapidi accordi ripetuti del piano, a cui segue un perfetto attacco di batteria. Questo gioco strumentale si ripete più volte. Alla rapidità del ritmo, in cui si impongono le alte del piano, seguono delle pause, rappresentate dalla sola alternanza di grancassa e piatti.

Anche in questo caso, Calderazzo sembra entrare in apnea, per riprendere fiato solo a brano concluso. L’ultimo pezzo del primo tempo è una poesia per l’orecchio affamato di melodie. E’ una composizione di Calderazzo, scritta per la moglie. Praticamente un notturno. Romantico e armonioso. Dopo una seconda apertura dal ritmo veloce e incalzante, il trio propone un brano con un sound più soft. Un jazz malinconico e delicato, ricamato talora dai mallets (bacchette con le punte rivestite di cotone), talora dalle spazzole della batteria. Decisamente un gran bel pezzo. Il terzo brano della “ripresa” è improvvisazione pura. Una jam session organizzata al volo con il batterista milanese Michele Salgarello. Calderazzo lo invita sul palco. Questa è la prima volta che suonano insieme. L’approccio è con brevi stacchi della batteria. I ruoli tra gli strumenti vengono ben scambiati tra l’uno e l’altro e viene dato spazio a un ultimo, interessante assolo della batteria prima di chiudere il pezzo. Ovviamente, tornato Edwards sul palco, tutta l’attenzione del pubblico è rivolta su di lui. Edwards torna a destreggiarsi magnificamente sulla batteria, decisamente non da meno rispetto all’italiano. Il ritmo cadenzato dagli strumenti del trio è sempre più veloce, come sempre più veloci sono le mani di Calderazzo sul pianoforte, tanto veloci che il pezzo appare praticamente spezzato. Muore sulla corsa all’impazzata degli strumenti.

Il bis a questo punto è naturalmente d’obbligo. Il piano apre il brano con un sound leggero, successivamente seguito da un accompagnamento soft. E’ un blues. E’ un’aria. E’ una progressione armonica di accordi, un jazz modale. E’ Blue in Green, di Bill Evans e Miles Davis, magnificamente rivisitata. Dopo il finale di solo piano, c’è il tripudio di applausi, che continuano sul sottofondo di batteria e basso. Calderazzo ha conquistato tutti. Il concerto è andato ben oltre ogni profana aspettativa. Pura energia e romanticismo si sono fusi in una perfetta combinazione di quasi due ore e mezzo. Eccellente.



Per la foto si ringrazia cortesemente Gilberto Cerasuolo

14-11-2011 - visite: 6095

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