RECENSIONI \ The Cure - Disintegration

Le atmosfere dell' anima

di Ilaria Battistella
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the cure disintegration“Penso che ci sia buio e che stia per piovere - tu dicesti - E il vento sta soffiando come se fosse la fine del mondo - tu dicesti - Fa così freddo, freddo come se tu fossi morto. E poi hai sorriso per un secondo (…) Qualche volta mi fai sentire come se vivessi alla fine del mondo”.
Nuovamente un cambio di line-up (l’ennesimo) per questo album targato 1989, che vede il cantante Robert Smith, impegnato anche alle tastiere, accompagnato da Simon Gallup (basso), Boris Williams (batteria), Roger O’Donnel (tastiere) e Lol Tolhurst (batteria); album peraltro che chiude il periodo ‘80s della band e che rappresenta forse l’ultimo avamposto della disperazione, la disintegrazione appunto. Le atmosfere cupe (quasi volte ad una triste rassegnazione, messe a confronto con uno dei precedenti album, Pornography) si estendono verso un misterioso infinito sonoro…un susseguirsi di emozioni e ricordi che ci accompagnano sin dalla prima canzone (Plainsong), che ci permette da subito un’ immersione nell’universo rarefatto dell’album.
Il viaggio continua con la celebre ballata del ricordo di un amore, che sopravvive appunto nelle Pictures of you (fotografie di te), che affiorano dall’inconscio; poi Closedown (“…sto correndo fuori dal tempo…”), che trasporta l’ascoltatore in una dimensione parallela e surreale, Love song e Last Dance, entrambe canzoni d’amore, malinconiche e sofferenti.
Arriva giusto a metà dell’album la statica perla di perfezione distorta, Lullaby (canzone vincitrice anche di un Brit Award), ninnananna enigmatica e visionaria, in cui i sussurri di Smith annunciano che “…su gambe variopinte l’uomo ragno arriva delicatamente attraverso le ombre del sole della sera, insinuandosi oltre la finestra del morto, felicemente, cercando la vittima tremante nel letto”: genialità e pazzia corrono sullo stesso binario ed è l’incubo che culla il sonno della mente.
E’ con Fascination street, canzone che narra allo stesso tempo di seduzione e rabbia, che l’album rinvigorisce pur mantenendo sonorità essenzialmente “pacate”: un intro di basso ben piazzato ed uno Smith dalla carica più incisiva coronano la song.
A seguire le splendide Prayers for rain e The same deep water as you, capolavori di dolore ingabbiato in un’atmosfera di sospensione senza tempo: “…Dammi il bacio di addio - sospiro prima di addormentarmi - è più bassa ora e più lenta ora, la più strana smorfia sulle tue labbra, ma io non vedo, e io non sento (…) le mie mani davanti ai miei occhi appannati, e nei miei occhi il tuo sorriso, l’ultima cosa prima di andarmene…”.
Meta di questa peregrinazione della mente tra i ricordi ed il sogno, la lunga Disintegration (ben 8:23 minuti di traccia, comunque troppo brevi per l’intensità che esprimono): poesia in musica, uno scintillio di vetri rotti, una scheggia dell’anima tormentata di Smith che ti entra dentro e non vuole più uscire, e quello che colpisce è ancora una volta la denuncia della sofferenza, dell’angoscia, dell’annullamento, attraverso la linea melodica, a tratti soffocata, ossessiva, in rotta verso il pianto.
Per riportare una sorta di opaco e sperato equilibrio l’album si chiude con la melodia di Homesick, struggente e alata (“…i miei occhi sono cuori che scoppiano in un cielo sporco di sangue…”) e Untitled, più soft, che si dissolve in una visione e si allontana sempre di più dall’ascoltatore e dagli strumenti, per diventare in conclusione linea melodica allo stato puro.
Che altro dire? Disintegration inteso come distruzione, disintegrazione, ma anche come toccare il fondo per riemergere (con l’album successivo, intitolato non a caso Wish): lavoro semplicemente imperdibile per gli amanti di sonorità che fluttueranno in eterno, nella testa e nel cuore.
…Mi ricordo di te, caduta tra le mie braccia, che piangevi per la morte del tuo cuore, tu eri bianca come la pietra, così delicata, persa nel freddo, tu eri sempre così persa nell’oscurità, mi ricordo di te, come eri una volta lentamente affondata, tu eri angeli, così tanto di più di tutto quanto…”.
testo alternativo



01-02-2006 - visite: 17235

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