LIVE \ Ron Carter Golden Striker Trio al Teatro Comunale

Tappa ferrarese per il Bologna Jazz Festival

di Clelia Buccarello
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Ron Carter
L’atmosfera sopraffina del Teatro Comunale preannuncia come sempre spettacoli di un certo spessore. Quello di ieri non era affatto adatto a tutti. Gli orecchi più fini e gli amanti delle sperimentazioni più caparbie ne sono rimasti, di certo, affascinati. Ron Carter pizzica il contrabbasso, intercalando alle singole note scorrimenti tra i toni delle dita, che scivolano su e giù, quasi a voler fare la prima e la seconda voce insieme. Memorabile il brano di arrangiamento del celebre motivetto popolare americano di fine Ottocento, Oh my Darling Clementine, totalmente rivisitato e a stento riconoscibile, date le molteplici voci spesso sovrapposte dallo stesso contrabbasso. A stento riconoscibile anche la splendida My funny Valentine, che inizia con il pianoforte come prima voce e segue con uno scambio di ruoli tra contrabbasso, piano e chitarra a dir poco inebriante. Il motivo principale si perde tra le interpretazioni di Miller e i cambi di direzione di Carter. Così, da un classico pezzo bebop, cadenzato dai tempi dettati dal basso, scelto quasi per far crescere suspense e attesa nel pubblico, si passa a un brano in cui il contrabbasso diventa protagonista, a volte rafforzato dalla chitarra, a volte dal piano, che l’accompagnano come un gioco di corte all’unisono.

La chitarra ne esce cardine di contemporaneità, con splendidi fraseggi alla chitarra accompagnati, a volte, anche da distorsioni (la semiacustica di Eubanks ha un timbro eccezionale) e scale alte del piano. Tant’è che l’esecuzione successiva è un vero e proprio inno alla chitarra acustica. A tratti suadente e nostalgica. La molteplicità di generi in cui il trio sa destreggiarsi appare già chiaro con il terzo brano: un pezzo bossa nova di grande effetto. Chitarra armonica su sperimentazioni jazz di basso e piano. Siamo poi alla volta di My funny Valentine, annunciata dalla voce caldissima di Carter, a cui segue il pezzo puramente ludico, precedentemente esposto, in cui Carter si diverte a mascherare la celebre ballata popolare americana. E’ qui maestro del sound jazz. Della serie come camuffare una melodia con arrangiamenti di libertà (dis)armoniche. Il trio conclude infine con una sua composizione omonima, dal titolo appunto “Golden Striker Trio”. Forte e dinamico, tanto da ravvivare anche i presenti meno esperti e gli animi più assopiti. Grandi applausi. Sonanti e lunghissimi. I tre si inchinano al pubblico. Eleganti e ordinati nei loro frac neri adornati di cravatte rosse. Escono con il pubblico ancora in tripudio e rientrano con gli applausi non ancora cessati.

Il bis è un’ultima grande esecuzione. Il pianoforte scalda tutti i presenti. La chitarra e il contrabbasso sono orchestrali, dirigendo l’interpretazione, ora rallentando e ora velocizzando i tempi. A concerto finito, il pubblico li acclama con grande entusiasmo. Le luci si alzano. La visione è magnifica: il teatro è completamente pieno, tanto che Carter si preoccupa prima di uscire di salutare anche i più lontani, su in piccionaia. A quest’ultimi probabilmente ancor con maggiore riconoscenza. I più escono con calma, ma non tutti. Il contrabbasso dal suono grave e legnoso è stato la colonna portante dello spettacolo. Gli orecchi meno sensibili probabilmente a tratti ne hanno risentito, ma il prezzo del biglietto forse è riuscito a selezionare i sostenitori più appassionati. Sicuramente, almeno in parte.

15-11-2011 - visite: 7308

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