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Ferrara, Woody Allen e la Parigi degli anni Venti
Il regista newyorkese affronta i dilemmi del presente con uno sguardo al passato
"Midnight in Paris" presentato in prima nazionale all'Apollo

Momenti di palpabile entusiasmo e piacere per la serata di giovedì 1 dicembre tenutasi al Cinema Apollo di Ferrara. In occasione dei suoi novant’anni di attività, la storica sala cinematografica ferrarese è stata infatti sede di un evento di eccezione: la presentazione in anteprima nazionale dell’ultima fatica di Woody Allen, Midnight in Paris.
midnight in paris
Se la première di un autore del calibro di Allen crea già di per sé attesa e interesse, agli organizzatori dell’iniziativa – Ferrara Arte, Arci Ferrara, il Comune e Massimo Maiarelli (commercialista di professione, ma qui intervenuto in qualità di appassionato di arte) – va il merito comunque di aver saputo arricchire il senso della serata, istituendo una sorta di fil rouge tra la visione del film e la mostra locale “Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí. 1918-1933”. L’esposizione, aperta a Palazzo dei Diamanti sino all’8 gennaio e dedicata al mito della Parigi degli anni Venti, sembra infatti costituire un perfetto contrappunto pittorico alle fascinose suggestioni di cui è intessuto Midnight in Paris. Da questa complementarietà visiva e tematica, è quindi scaturita l’idea di offrire al pubblico una sorta di duplice invito: un ‘immersione nell’effervescente piacevolezza del film di Woody Allen e a seguire la possibilità di una visita gratuita alla mostra ferrarese.

È proprio dall’inestinguibile fascino che la Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì continua a esercitare ancora oggi che prende le mosse l’idea centrale di Midnight in Paris. Protagonista del film è infatti Gil (Owen Wilson), un giovane e insicuro sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore “serio”, che si trova a Parigi per una breve vacanza con la futura sposa Inez (Rachel McAdams) e i ricchi genitori di lei. Mentre questi ultimi incarnano appieno la superficialità e i falsi intellettualismi dell’America agiata per cui l’Europa altro non è che una gigantesca occasione di raffinato shopping (meravigliose le stoccate che Woody infligge a questi tre insopportabili babbei), Gil sente un autentico trasporto per la capitale francese, tanto che vorrebbe utilizzarla come fonte di ispirazione per il romanzo che sta scrivendo. Vorrebbe addirittura trasferirvisi, ma ovviamente Inez coltiva sogni molto più materialisti e non vuole sentir parlare di abbandonare la California. La fascinazione che il giovane protagonista nutre per la vecchia Europa e il suo desiderio di accedere finalmente ai ranghi della cultura alta – tensioni, queste, che agitano da decenni il cinema alleniano, ma che sono inscindibili anche dalla storia del cinema statunitense più in generale – diventano punto di partenza per un favoloso viaggio tra piani temporali differenti. Nel capolavoro del 1985 La rosa purpurea del Cairo, Allen si divertiva a infrangere il diaframma che separa inesorabilmente il pubblico dai suoi beniamini del grande schermo, e permetteva l’incontro tra una modesta cameriera e il suo eroe cinematografico. Ora in Midnight in Paris il regista newyorkese concede al suo protagonista e alter-ego la possibilità di viaggiare a ritroso nel tempo e rivivere il fervore culturale della sua epoca e città preferita. Una sera a mezzanotte, perso per le strade parigine dopo una degustazione di vini e aver abbandonato la compagnia, Gil si ritroverà infatti catapultato per incanto nella Parigi degli anni Venti e avrà così il piacere di far conoscenza dei suoi eroi e ispiratori: Ernest Hemingway, Francis Scott e Zelda Fitzgerald, Cole Porter, Pablo Picasso, Gertrude Stein, Salvator Dalì, Man Ray, Louis Buñuel etc. Un piacere, questo, che poi Gil cercherà di prolungare anche nelle notti successive, suscitando più di un sospetto nei futuri suoceri.
midnight in paris2
Vocazione di Midnight in Paris si rivela dunque quella di essere un sogno, una fantasticheria, una visita, ricca di emozioni, risate e citazioni, a quei grandi fantasmi dell’ultimo scorcio di Ottocento e del Novecento con cui non smettiamo di fare i conti. Perché, come afferma il protagonista citando Faulkner, “«il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato». Al diavolo quindi l’insopportabile pragmatismo della fidanzata e dei suoi genitori: passeggiando per Parigi ci si può ritrovare nella “festa mobile” di Hemingway, si può sventare un tentativo di suicidio di Zelda, offrendole una compressa di valium, si può discutere dell’intreccio tra sesso e arte con Picasso e Gertrude Stein, e perfino suggerire a un Buñuel in crisi creativa lo spunto per la trama de L’angelo sterminatore. Ma questa girandola di incontri immaginari non è fine a se stessa, e nelle mani di Woody l’intramontabile metafora del viaggio nel tempo diventa occasione per mettere in caricatura uno degli snodi decisivi della cultura di massa. Stretta fra la necessità di conoscere, frequentare, conservare il passato, e al contempo quella di liberarsi dall’eccesso di memoria e dai miti più imbalsamati. Se possibile, qui sta il punto, non prima di averli metabolizzati a dovere. Ovviamente, il regista non è nuovo a queste genere di tematiche e più volte nel corso della sua fluviale produzione ha affrontato simili ingombranti figure. Qui però il gioco delle citazioni apocrife è adombrato da quel velo di malinconia che caratterizza i suoi ultimi film. Una volta calato nella realtà della Parigi passata e dopo essersi innamorato di Adriana, una fascinosa modella (Marion Cotillard), Gil scoprirà che la nostalgia non è prerogativa solo del nostro tempo. Anche nei ruggenti e favolosi anni Venti c’erano fior di personaggi convinti che si stesse molto meglio prima. Come a dire che l’incapacità di accettare e vivere il proprio presente è tipica dell’uomo di ciascuna epoca e condizione. La ragazza che è stata amante di Modigliani, Braque, Picasso e Hemingway sogna infatti di vivere ai tempi della Belle Époque e di cenare con Toulouse-Lautrec e Gauguin. E questi ultimi, a loro volta, considerano il Rinascimento il periodo ideale.

Alla fine l’evasione fantastica di Gil si scontrerà con l’amarezza di questa constatazione e la necessità di comprendere che non si può sfuggire dal proprio presente, ma bisogna cercare semmai di viverlo nel migliore dei modi. Magari avendo il coraggio di realizzare quei “piccoli” sogni che almeno nel qui e ora si possono ancora concretizzare: come trasferirsi finalmente a Parigi e dar spazio a un nuovo amore, davvero capace di comprenderci e di condividere le nostre più autentiche passioni. É dunque con un accenno di sorridente e ironica speranza che si chiude l’ultima fiaba di Woody Allen. E non senza averci ricordato che per quanto insoddisfacente sia la vita, la nostra vita, la bellezza di una città come Parigi e la bellezza dell’arte più in generale esistono sempre per consolarci, per renderci un po’ più sopportabile un viaggio che non possiamo esimerci dal compiere.


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