LIVE \ Kaki King al Chinaski in Factory, Sermide - 07.12.11

La chitarra come vocazione e un caratterino niente male

di Alessandro Orlandin
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Kaki king
Malgrado le voci che vorrebbero il locale in un momento non proprio economicamente brillante (ehi, ma chi non lo sta attraversando oggi?) il Chinaski In Factory di Sermide continua a proporre eventi di sicuro rilievo: mercoledì è stata la volta di Kaki King, virtuosa americana della chitarra acustica. La trentaduenne di Atlanta (ma newyorkese di adozione) ha fatto tappa nel profondo della provincia mantovana con il suo “traveling freak guitar show” come lei ama definirlo. Una reminiscenza dei tempi in cui suonava seduta sulle panchine della metropolitana della Grande Mela per pagarsi gli studi? Possibile. Il suo è il classico esempio di realizzazione del sogno americano, con il demo prodotto dopo l’attenzione dei passanti e la conseguente scalata al successo fino alle collaborazioni con Foo Fighters ed Eddie Vedder, nonché esibizioni nei maggiori show televisivi d’oltreoceano come quello di David Letterman.

Detto questo, la King è risultata fin da subito personaggio complicato da inquadrare: con la sua figura minuta, minimale nell’abbigliamento e nel taglio di capelli, sarebbe potuta tranquillamente entrare nel bar del locale e ordinare un drink senza essere notata, non fosse altro per una questione strettamente linguistica. Questo nonostante lei stessa ammetta di essere impegnata nello studio dell’italiano. Chiede: “Per cosa è famosa Sermide?”, le rispondono: “Per la nebbia”. Lei fa una faccia stupita, ma si accontenta della risposta. In effetti la ragazza se la cava bene, salvo incappare in un imbarazzante vicolo cieco a base di stereotipi nel momento di annunciare la sua esibizione a Palermo, prevista per giovedì. Spiacevolezze etniche a parte, la ricetta musicale è quella che l’ha resa celebre negli Stati Uniti: composizioni chitarristiche complesse, mai banali, esclusivamente strumentali e sempre in bilico tra l’arpeggio melodico e lunghe digressioni fatte di dissonanze, quasi fosse una jam session solitaria. Esclusivamente senza plettro. Kaki, peraltro – al secolo Katherine Elizabeth – non ha bisogno di nessuno che le tenga il tempo: provvede lei con colpi del dorso della mano sul corpo della chitarra, o al massimo pestando il piede sinistro sul palco rialzato (pare) esplicitamente richiesto per l’esibizione. Che la giovane americana abbia una caratterino non semplice si è capito subito e lo ha dimostrato anche nel momento di rimproverare un fotografo per i ripetuti flash durante la performance. Si fosse chiamata Queen di cognome anziché King sarebbe stato favoloso, impegnata com’è era a dominare la situazione dall’alto della sua postazione.

Di fronte comunque non c’erano sudditi ma spettatori, per quanto meno di quanti il nome dell’artista potesse richiamare: tutto sommato meglio così, perché il genere è parso più consono alla dimensione intima del club piuttosto che a scenari più ampi. Il pubblico è parso decisamente soddisfatto, almeno a giudicare da reazioni e commenti e tra un pezzo e l’altro. La ricetta musicale di Kaki King non è certo alla portata di tutti, ma si apprezza soprattutto per la maestria tecnica con cui la ragazza si destreggia tra le sue tre chitarre: nelle note cristalline che si alzano dalle corde si possono sentire nitidamente le atmosfere dell’America profonda degli immensi spazi aperti, unite a un’anima dal sapore latino che si fa spazio di tanto in tanto. Tra un pezzo e l’altro Kaki fa una bella sorsata di Coca-Cola dalla bottiglia di vetro: più americana di così è difficile.

Da uno dei brevi interludi in cui l’artista ha coinvolto il pubblico è nato un gustoso siparietto: certa di andare a colpo sicuro, la King ringrazia i convenuti, “visto che domani vi alzerete per andare al lavoro”. Parte ovviamente il boato per smentirla: domani è festa. Lei posa la chitarra e chiede – stupita – di cosa si tratti e dal pubblico arriva la perla, con uno spettatore prodigo nel tradurre la festa dell’Immacolata in un “Madonna’s party”. “Madonna’s party? – ride lei – what the hell is that!?”. Poco importa: Kaki imbraccia di nuovo la acustica e consegna ai presenti altri due pezzi prima di congedarsi con un inchino. Sparisce per qualche secondo, ma riappare poco dopo, acclamatissima: avrà pure dei pregiudizi sui siciliani, ma gli italiani li conosce bene e sa che amano i bis. Parte con un altro dei suoi tortuosi percorsi su sei corde (ci perdoneranno i lettori se non vengono citati i titoli) prima di filare via in mezzo alla nebbia e agli applausi, lasciando ai presenti il ricordo di un’ora e mezza ben spesa.



Il video è tratto dal canale Youtube dell'utente matteogabutti, a cui appartengono i diritti

08-12-2011 - visite: 7221

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