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Le vacanze di Hegel...a Parigi!
Corposa riflessione in chiave filosofica su "Midnight in Paris"

Alex Tagliatti, trent'anni ben portati, è laureato in filosofia a pieni voti presso l'Università di Ferrara. Vorrebbe fare l'insegnante, ma l'Italia di oggi gli impone un altro mestiere, decisamente meno improntato alla conoscenza. Ha contribuito a fondare e dirigere Orfeo Magazine, quello che per anni è stato il periodico universitario più conosciuto di Unife. Recentemente ha dato alle stampe il suo primo romanzo, intitolato"La stagione passata". Ospitiamo con piacere questo suo granitico contributo, nella speranza che voglia comparire più spesso sulle nostre frequenze.
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Woody Allen mi piace sempre, o forse quasi sempre, ma non è questo il punto di questa non-recensione. Sono stato rapito dall’idea di fondo del film Midnight in Paris, che come fa notare la recensione di Diletta Pavesi su Occhiaperti (la trovate qui), non è certo nuova per lui. Spesso Allen incontra nei suoi film sia scrittori che personaggi particolari, che rimandano ad altri ancora, e spesso i suoi protagonisti scendono in dimensioni oniriche, immaginarie o meno. In “Deconstructing Harry” realtà e finzione si mescolano e i personaggi dello scrittore Block (che ha il blocco dello scrittore) escono dalle pagine dei racconti come i “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello.

Sono stato letteralmente trasportato in quella atmosfera da sogno, ma a quanto pare da un’indagine più approfondita non è un bene. Potrei essere un sociopatico. Il merito di questo geniale salto temporale, che avviene allo scoccare della mezzanotte come nelle favole che tutti conosciamo, non è da attribuire solamente al regista ma anche ad altri due pensatori che si muovono sotto la trama del film: il primo è Hegel e il secondo è Freud. Tra l’altro è evidente che Allen “frequenti” Freud da anni, anche ironizzando: “E poi Freud – altro grande pessimista! Gesù, sono stato in analisi per anni. Non è successo niente. Il mio analista, per la frustrazione, cambiò attività. Aprì un self-service vegetariano” (da “Hannah e le sue sorelle”). Sono sicuro che per quanto riguarda la presenza di Freud è molto più evidente rispetto a quella di Hegel, anche perché viene indirettamente citato dal saccente e petulante Paul che, non solo deride la stramba idea dei “negozi nostalgia”, ma demolisce completamente Gil (Owen Wilson) dal punto di vista psicologico.
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Hegel invece ha il dannato merito di aver introdotto temporalità e dimensione storica nella filosofia e per questo gli oggetti si conoscono e si susseguono nella storia, anche non necessariamente empirica ma anche spirituale, storia che penetra la storia cronologica. Qui si racchiude la dialettica hegeliana, in questo rimando temporale tra concetti legati tra loro e tra esperienze legate. Sarà per quello che Magritte dipinse quell’ombrello con sopra il bicchiere? Hegel sostenne (e per quello che conta io gli do ragione) che anche nella storia della filosofia tutto è legato e che tutti i sistemi filosofici contribuiscono alla realizzazione dello spirito. Forse non voleva dare del tutto torto ai suoi predecessori. Insomma non si butta via nulla del passato, al contrario lo si recupera sempre attraverso un movimento particolare detto negazione. La negazione viene rivolta verso un oggetto, ma la negazione ingloba altro, cresce e quando ritorna al punto di partenza lo spirito ne esce arricchito. Lo spirito, attraverso il suo viaggio nella negazione di qualche cosa, impara a conoscersi, diventa cosciente del proprio stato e quindi torna dalla negazione verso la consapevolezza dell’esserci, torna al suo tempo presente.

Per Gil, protagonista indiscusso della discesa nell’Io, Parigi è la città in cui grandi capolavori dell’arte e della letteratura hanno preso vita; rappresenta il luogo del ritorno - lui stesso dice che è già stato lì - ma anche il luogo da cui ripartire, come una sorta di Stargate verso una nuova vita. Mi ricordo che c’è un altra Parigi in un altro film, in un altro stato, che rappresenta la stessa cosa: il ritorno e il nuovo inizio in un film di Wim Wenders ("Paris, Texas"). Gil non vuole solo farsi una nuova vita, ma vuole scrivere, vuole rinascere come scrittore del suo tempo, cosa che non è in grado di fare e che non sarà in grado di fare se non dopo il viaggio che compie nella Parigi degli anni Venti. In quella Parigi che si muove al ritmo del jazz di Porter egli dialoga con i suoi miti artistici, con i suoi maestri e, grazie a quelle vicende, comprende che è il presente il tempo nel quale dovrà realizzarsi, ovviamente prendendo dal passato tutto ciò che può portarsi dietro. Qui sta il senso hegeliano della storia e del filosofo infatti la storia finirà con la piena realizzazione dello Spirito. La sua fuga temporale è breve, è in un qualche modo turistica, poiché è nel punto di vista del turista in viaggio che sta l’analogia più semplice con il senso della vita. Il protagonista più volte dice di essere di passaggio in quel mondo e che non desidera realmente fermarsi per sempre, anche se è ossessionato dal ritornarci, e tutte le notti passeggia per Parigi nella speranza che il passaggio si apra. Di fatto gli danno sempre un passaggio! Gil entra ed esce dalle pieghe del tempo in un movimento pienamente dialettico e dialogico.
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L’oggetto negato da Gil è il presente, è la sua incapacità di leggere il presente e scriverlo, nega la sua incapacità di scrivere “ciò che è vero”. Al contrario, il suo mitologico Hemingway si è tuffato nella vita: lo scrittore dell’Illinois ha visto la guerra, fa a pugni con tutti, ha relazioni sentimentali complesse e nella Parigi alleniana della grande Festa Mobile è sempre attaccato ad una bottiglia di vino. Perché? Perché “La vita di ogni uomo finisce nello stesso modo. Sono i particolari del modo in cui è vissuto e in cui è morto che differenziano un uomo da un altro”. Le risposte alle negazioni di Gil arrivano dai suoi maestri che lo guidano lentamente verso un rientro al suo tempo, infatti essi hanno vissuto il loro tempo e hanno scritto del loro tempo, lo hanno interpretato al meglio ed è per questo che sono diventati grandi. Adriana, la donna di cui si innamora, musa e compagna di numerosi pittori, è il suo specchio, è l’elemento dialettico per eccellenza che mette in relazione lo stesso Gil ed il suo io. Egli vede che la voglia di Adriana di vivere nella Belle Epoque è la stessa malattia che lo affligge e dunque trova il modo per guarirne. Lui torna al presente ma Adriana scompare, inglobata dal dorato passato parigino. La dialettica più profonda dunque risiede nella specularità dei due personaggi in fuga dal loro tempo, mentre la dialettica con i maestri del passato funge da caposaldo: i dialoghi con i vari Fitzgerald o Gertrude Stein sono le stazioni del suo viaggio di apprendimento e riscoperta, proprio perché il passato “non è nemmeno passato”. Ovviamente la negazione del presente non è solo lo stato che impedisce a Gil di scrivere e di collocarsi nel mondo ma è anche, in modo molto più forte ed evidente, la negazione del suo stato di “non innamorato” e dell’evidente tradimento di Inez con il pedante professore, esperto d’arte, sommelier, eccetera.

Gil, preso com’è dal suo dissidio interiore non vede quello che accade attorno a sé, non vede che Inez cerca compagnia tra le braccia di un altro, non vede che il suo stesso comportamento sfuggente la lascia completamente indifferente, o quantomeno non le impedisce di divertirsi. E’ proprio la Stein a rivelare a Gil il possibile tradimento della sua fidanzata. Se tutta la scena del dialogo con Gertrude si fosse svolta solo in un sogno, nella testa di Gil, sarebbe lecito pensare (almeno secondo la psicanalisi freudiana) che è il subconscio di Gil stesso a metterlo di fronte alla realtà. Gertude Stein non è solo l’arbitro della letteratura ma anche una attenta lettrice degli animi (lo vediamo nel dialogo con Picasso) e i consigli che dà a Gil sono più che consigli stilistici. D’altra parte anche Paul lo aveva messo in guardia, seppur in modo cinico e del tutto privo di sensibilità, sulla negazione dicendo che chi vuol vivere nel passato non è in grado di vivere nel presente e per questo pensa di trovarsi più a suo agio in un’altra epoca.

hegel holiday Anche questa riflessione appare una auto-analisi dello stesso Allen che in una delle tante interviste dichiarò: “Io amo vivere nel mondo di Ingmar Bergman. O in quello di Louis Armstrong. O in quello dei New York Knicks. Purché non si tratti di questo mondo”. Nella negazione come meccanismo di difesa quello che generalmente viene negato è solo l'affetto, mentre il rapporto con la realtà è di norma mantenuto. La situazione di partenza è questa: Gil vuole vivere a Parigi e Inez a Malibu ma egli non si impone minimamente, non ha un buon rapporto con la sua famiglia ma si sforza di prendere parte alle discussioni. Via via che la negazione si fa più forte abbandona la sua realtà e si cala (secondo la psicanalisi) pericolosamente nel passato, nella sua isola felice. Di notte viaggia dentro di sé e di giorno scrive. Fortunatamente la sua negazione non si accentua ma al contrario, come dicevo con Hegel, lo aiuta a ricostruire un suo nuovo stato dell’esser-ci. Gil lascia Inez, conosce una ragazza che ha un “negozio nostalgia”, e si appresta a gustarsi una Parigi sotto la pioggia e calarsi in una nuova vita, nella vita che sognava. A quel punto il portale per l’altra dimensione si richiude (chiudendovi dentro il malcapitato investigatore privato).

La favola di Allen ha un lieto fine e una morale? Inseguire i sogni fin dentro sé stessi. Solo io, forse, sono stato a Parigi e l’ho trovata deludente e maleodorante, ma di sicuro anche Magritte deve averci visto qualcosa di strano in quella Parigi, nella pioggia e nel pensiero hegeliano, altrimenti che ci starebbe a fare un bicchiere sopra un ombrello? E poi, come dice Julio Carbera nel suo divertente ed interessante “Da Aristotele a Spielberg - capire la filosofia attraverso i film”, un viaggiatore hegeliano non si chiederebbe mai :“Cosa vedrò a Parigi, cosa ci sarà di interessante?”, bensì “Come sarò a Parigi, in che cosa mi trasformerò a Parigi?”.

Alex Tagliatti
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