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Jan 02 2012

Una studentessa di Unife ci presenta i suoi colleghi

Dalla sala d’aspetto alla Sala Parto

di Federica Gasparretti

Chi l'ha detto che un uomo non può fare l'ostetrico?

Generalmente i professori universitari sono abituati a vivere esperienze che negli anni saranno riproposte alle matricole come "gli aneddoti che dovete conoscere". I protagonisti stavolta sono stati proprio due neoallievi, che hanno attirato l’attenzione del docente di Microbiologia dell’Università di Ferrara, il quale (braccia conserte, sguardo stralunato e silenzio tipico di chi è in cerca delle parole giuste) commenta: “In venticinque anni d’insegnamento non è mai capitata una cosa simile”. A fronteggiarlo due aspiranti ostetrici approdati al corso di Laurea triennale in Ostetricia nel 2010.

ostetrici_v Ma l’Ostetricia non è sempre stata un impero di dominazione femminile? Partiamo con ordine. Fino a pochi decenni fa correva ancora la filosofia dello scienziato Le Bon, che nel documento “Ut regendae parturientis” risalente al 1588 (!) scrisse “[..] Quest’arte non si addice agli uomini”. Lo scossone arriva dalla legge n.903 del 9 dicembre 1977 che istituzionalizza la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, riconoscendo per la prima volta agli uomini il diritto d’accesso alle Scuole di Ostetricia (la vicenda assume una sfumatura ironica, come se fosse uno scambio di ruoli, considerando che intorno a quegli anni ruotavano ancora le rivolte femministe a favore di una parità di diritti). Ecco quindi svelato l’enigma del perché questa pagina lavorativa sia stata poco riempita dal versante maschile..fino ad oggi. Chi sono questi ‘infiltrati’ nell’Olimpo ostetrico?

La questione è così sorprendente che alcune menti hanno deciso di uscire dalla loro ignoranza in merito invocando l’aiuto di “Yahoo! Answers ” per sapere se siano solo creature mitologiche o se qualcuno potrebbe incontrarli per strada (o meglio, in Sala Parto) prima o poi. Rovistando fra archivi ‘ufficiosi’ e in rete - siano lodati i social network! - qualche nome degli inseriti nell’élite si materializza. C’è Gianfranco, che gestisce una pagina su Facebook indirizzata alle colleghe di tutta Italia dedicata a concorsi e consigli utilissimi. C’è Nicola, che si autodefinisce "cicogno" e si rivolge al popolo virtuale chiedendo ai giovani ostetrici di farsi avanti e presentarsi. C’è anche Francesco, che alla domanda “Ma cosa ti ha spinto a scegliere questo mestiere?” , risponde orgoglioso: “L’onore e l’onere di essere un uomo che aiuta un altro uomo a venire alla vita”. Inoltre, alla giovane studentessa che lo ‘liquida’ affermando che “In certi momenti un uomo non può capire una donna!”, lancia un “Ma perché dovresti capirle tu, che non hai mai avuto un figlio?”. Insomma, tipi tosti che non si lasciano affondare dal marchio dello stereotipo.

Pensate a come ci rimprovererebbe Freud per aver scherzato con la sua linea di pensiero. E non siamo gli unici! Il giornale milanese “Metro” qualche mese fa ha pubblicato una notizia che ha immediatamente scatenato l’ira funesta della gran parte di coloro che sono venuti a conoscenza della questione, successivamente declassata a ‘bufala’: protagonisti indiscussi sono sicuramente Eva, la prima bambina nata da un uomo (e già qui il sarcasmo è lampante) e l’esilarante foto dell’esausto papà, a cui viene tamponata la fronte grondante da parte del personale ostetrico. ostetrici_v2 Al di là di nomi e foto, creati ad arte per essere altamente invalidanti per la credibilità dell’articolo, raccogliamo la provocazione: parto uguale potere? Sarà forse che gli uomini sono stufi di partecipare all’evento nascita come semplici ricevitori di complimenti a parto espletato, allettati sempre di più dall’idea di essere elevati a diretti interessati o co-protagonisti? Forse è il caso di entrare nel vivo della questione e parlarne con chi non solo ha deciso di non rimanere tagliato fuori da un’eventuale Sala Parto, ma di fare dell’Ostetricia la propria futura professione.

Riavvolgendo il nastro del discorso, ci troviamo di fronte ai sopracitati allievi che hanno destato (e creano tuttora) scalpore in pazienti, docenti, pareti delle aule e chiunque non abbia ancora ‘mai visto niente di simile’ e li stuzzichiamo un po’. Da un lato abbiamo Giacomo Pederzani, un ragazzo con l’hobby del musical che dopo un anno di Ostetricia ha finalmente intrapreso il percorso verso il suo sogno di diventare medico. Accoglie con un gran sorriso la proposta di un’intervista su quest’esperienza. Dall’altro Danilo Tortora, che sta proseguendo il suo cammino con ottimi risultati, rimasto solo da quest’anno nel portare alta la bandiera degli ‘ostetrici’.

L'INTERVISTA...DOPPIA.
ostetrici
Nella foto: a sinistra Danilo Tortora, a destra Giacomo Pederzani.

Cos'hai amato di più in quest'anno di esperienza?
G: “Sono due le cose che ho amato di più. La prima è il modo in cui sono stato accolto nella classe. Essendo stato ripescato dovevo inserirmi in un gruppo di persone che bene o male si conoscevano già e pensavo che sarebbe stato difficile, anche per via del fatto che sono piuttosto timido e chiuso quando si tratta di conoscere persone nuove. Invece è stato facilissimo, perché sono state le mie compagne di classe a venirmi incontro subito, cercando di farmi sentire a mio agio... Insomma, mi sono trovato proprio bene! La seconda cosa è senza dubbio il tirocinio, stancante ma fantastico (il servizio nel quale mi sono divertito di più è stato il Consultorio “Centro Salute Donna", ma il migliore in assoluto è stato il reparto di Ostetricia, anche perché ho visto nove parti spontanei e due cesarei)”.

D: “In quest'anno di esperienza quello che mi ha colpito di più è stato scoprire il mondo delle donne, con i loro cicli, i loro stati di ‘isteria’ spesso nei periodi premestruali... Un mondo che sinceramente all'inizio ho scelto per puro caso, precisando che il mio intento era quello di entrare a Medicina, e ho scoperto essere abbastanza intrigante e complesso nello stesso tempo. Ho amato molto a livello di studio l'evoluzione dell'embrione e del feto all'interno dell'utero (cosa di cui ero già un po’ a conoscenza, dato che mi ero già informato all'età di dodici anni, quando mia madre aspettava mio fratello) e il tirocinio. Anch'io ho apprezzato sopratutto quello al Consultorio per il modo in cui passavo le giornate con il ginecologo (senza far nomi), si vedeva appunto di tutto e di più”.

Qual è stato il momento più critico che hai vissuto di fronte a una gravida?
G: "Dunque...Il momento più critico direi che è stato quando una gravida è venuta a raccontare a me e al ginecologo ogni singolo aspetto di un suo rapporto adulterino...È stato veramente imbarazzante ed era molto difficile restare seri, soprattutto per il modo in cui raccontava i fatti. Faceva certi gesti! Per non parlare poi dell'enfasi che ci metteva”.

D: "Il momento più critico di fronte ad una gravida è stato quando lei mi ha chiesto qualcosa di cui ancora non avevo i riscontri teorici...e quindi non sapevo rispondere bene, ma non ricordo bene cosa”.

Hai percepito un certo grado di perplessità nei tuoi confronti da parte delle pazienti?
G: “Direi di no. Sinceramente ero partito un po' prevenuto, pensando che le pazienti mi avrebbero guardato storto e avrebbero avuto qualche pregiudizio, mentre in realtà sono state tutte gentilissime e quasi tutte non hanno mostrato alcuna perplessità. Le uniche che sono rimaste sorprese dal vedermi, a mio parere, lo sono state soprattutto per il fatto che si aspettavano di incontrare un ginecologo (o un ostetrico) un po' più vecchio di me”.

D: “Sì. Questo è capitato sopratutto nel reparto di Ostetricia con le pazienti straniere, che avendo una differente cultura non accettano di buon grado il professionista maschio. In un’occasione l’ostetrica si è girata verso di me e mi ha detto che quando si trovano in Sala Parto di solito non si pongono il problema di trovarsi davanti un ginecologo. E ha aggiunto, rivolgendosi alla paziente, ‘Lui deve imparare, quindi rimane qui’”.

Qual è la cosa più strana che ti sei sentito dire?
G: “A essere sincero non mi sono sentito dire nulla di veramente strano. L'unica che mi ricordo è stata detta dalla mia tutor quando una delle pazienti sorprese di cui dicevo prima, vedendomi mentre mi infilavo un guanto, ha esclamato ‘Ma mi visita lui?’ e l'ostetrica ha prontamente risposto ‘Guardi, non si preoccupi, è un ragazzo con le mani d'oro’, il che poteva facilmente essere frainteso! (ride)”.

D: “Una paziente ha chiesto se il the andasse bevuto tutto in una volta o no. Poi ne ho sentite molte altre, ma al momento non ricordo”.

Secondo te l'Italia è davvero pronta ad ostetrici uomini, abituata com’è a certe tradizioni?
G: “Secondo me non siamo ancora pronti del tutto. Non parlo però di quella fetta di popolazione composta dalle pazienti, alle quali tutto sommato importa poco (giustamente) di chi si trovano davanti, basta che sappia fare bene il suo lavoro, ma mi riferisco agli studenti: ci sono infatti ancora troppi ragazzi che ritengono l'ostetricia un campo prettamente femminile e che quindi rifiutano di avvicinarvisi. Se si vuole iniziare a rivoluzionare il pensiero della società a riguardo bisogna certamente incominciare da questi ragazzi, spiegandogli semplicemente che per fare l'ostetrico non serve amare i bimbi, ma quello che basta (e che è veramente importante) è avere un grande rispetto per la donna”.

D: “Sì secondo me è pronta, ma non proprio del tutto, perché comunque ci sono delle pazienti un po’ ottuse, convinte che l'ostetrica debba essere donna. Comunque sono d'accordo con Giacomo, bisogna essere bravi indipendentemente dal sesso”.

È davvero limitante essere un uomo in alcune situazioni? Momenti in cui verrebbe spontaneo dire cose del tipo "signora, la capisco"?
G: “Non credo, alla fine basta una buona dose di empatia e il gioco è fatto. Poi è vero che certi dolori, come quelli del travaglio e del parto noi uomini non li proveremo mai. Però possiamo benissimo immaginare come potrebbero essere e questo ci rende più vicini alla paziente in un certo senso. Quindi no, non è limitante. Al massimo si può creare un po' di imbarazzo le prime volte che si è sul campo, ma dopo poco ci si abitua”.

D: “No, secondo me non è limitante. Certo essendo uomini non proveremo mai il parto, ma voglio dire, ci sono pure ostetriche che non l’hanno mai provato e che forse non lo proveranno mai. Per cui anche per loro la cosa potrebbe essere limitante. Penso bisogni essere comprensivi e sensibili perché, appunto, come si sa, un ostetrico/a deve consigliare e non decidere al posto della donna”.

Da uomo hai notato atteggiamenti diversi tra ostetriche e ostetrici per quanto riguarda l'approccio con le pazienti?
G: “Sinceramente sì. Ho notato che noi uomini tendiamo ad essere più delicati e, se così si può dire, comprensivi e pazienti nei confronti delle pazienti, mentre le donne tendono ad esserlo un po' meno. Io questo me lo spiego con il fatto che noi uomini non sappiamo quanto male prova una donna durante una visita ginecologica o fino a che livello la donna può sopportare il dolore. Quindi tendiamo ad essere più cauti, mentre più o meno tutte le donne hanno già avuto esperienza di ciò a cui si sottopongono le pazienti e conoscono bene i propri limiti, per cui sono più ‘decise’ e meno delicate durante le visite”.

D: “Un po’ di differenza sì, perché appunto un uomo cerca di essere più dolce. Comunque ci sono ginecologi a cui non interessa molto...e infilano quasi pure il braccio! (ride divertito)”.

Giacomo, se non fossi entrato a Medicina,avresti continuato il tuo percorso da ostetrico?
G: “Sì, decisamente, anche se si sudano 90.000 camicie, perché l'anno passato ad ostetricia mi è piaciuto veramente molto e mi ha dato tanto. E poi l'ostetricia e la ginecologia mi piacciono tantissimo”.

Toglici un’ultima curiosità. Al di là delle diverse sfere di competenza, dal punto di vista empatico pensi che ci siamo grandi differenze fra il ruolo di ginecologo e ostetrico?

G: “In teoria non dovrebbero esserci, come del resto in ogni campo della medicina, ma purtroppo ci sono eccome. Gli ostetrici devono essere estremamente empatici, perché la loro professione si basa proprio sull'empatia, ma anche i medici dovrebbero esserlo, perché bisogna ricordarsi che anche loro lavorano a contatto con delle persone, non con dei semplici organi. Purtroppo la maggior parte dei medici, non parlo solo dei ginecologi, non è per nulla empatica, ma risulta essere piuttosto fredda e, a volte, rude. Sinceramente, non riesco a spiegarmi il motivo di ciò”.

Come conclusione di questo insolito excursus, non ci resta che citare le parole di Jens Unger, che in Germania è l’ostetricia fatta uomo: “Un parto deve funzionare indipendentemente dalla costellazione di cromosomi dell’ostetrica/o”. Più chiaro e logico di così...

Scritto da: Federica Gasparretti

Data: 02-01-2012

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