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Elementare Watson! Ma mica poi tanto.
Ovvero: circa la logica di Sherlock Holmes
Un'analisi del metodo investigativo adottato dal detective

Giunge ormai al termine la proiezione nelle sale del secondo episodio di Sherlock Holmes, A Game Of Shadows, e devo dire che sono rimasto incollato allo schermo, in modo assolutamente infantile, per tutta la durata del film. Unica critica di stampo cinematografico che posso formulare riguarda l’eccessiva velocità di spostamento della macchina da presa che, in una sala di proiezione e su di un grande schermo, non da tregua all’occhio che è obbligato a perdere molti dettagli. Capisco che alcune scene siano concitate e sia quindi necessario un rapido movimento di macchina, ma non fino al punto di non capire quello che accade. Per il resto sono molto soddisfatto. Per prima cosa devo dire che sono sempre stato un ammiratore del detective Holmes e del genere “giallo”; in secondo luogo il film di Ritchie è molto avvincente e, sebbene nell’elaborazione del personaggio si discosti da Conan Doyle, riesce a evidenziarne i tratti caratteriali più carnali, più torbidi, più carismatici. Sherlock
L’Holmes originario è un oppiomane, morfinomane, cocainomane e, a detta dello stesso, l’uso della droga gli permette di mantenere la mente in movimento anche nei periodi di inattività (solo dopo numerosi racconti Doyle sostituirà la pipa all’uso delle droghe). Questo tratto assolutamente bohemien è esaltato in entrambe le nuove pellicole di Ritchie: è un esperto di boxe a mani nude, come vuole la tradizione, è esperto di una particolare arte marziale di autodifesa con il bastone in voga ai primi del ‘900 (il Bartitsu), ama le belle donne e frequenta luoghi malfamati. In questo ultimo episodio il Dott. Watson giunge alla casa in Baker Street (dimora che condividono da circa dieci anni) e trova il folle detective immerso in alcuni esperimenti di mimetica e di ricerca sulle ghiandole surrenali, dalle quali ha estratto adrenalina; questo fatto è ripreso dalla prima avventura “Uno studio in rosso”, dove Watson incontra Holmes per la prima volta e lo coglie intento a studiare le proprietà dell’emoglobina. Sherlock Holmes, a detta di Watson, appare molto più dedito alle scienze che non alle discipline umanistiche, sebbene in molti racconti, e nello stesso film, egli dimostri di conoscere profondamente sia la musica che la letteratura e soprattutto, seppur in modo del tutto naturale, la filosofia. Holmes, non agisce mai come un profiler oppure come un teorico di criminologia, ma piuttosto come uno scienziato. Egli applica alla detection il metodo della medicina e si approccia all’investigazione e agli indizi come un medico approccia ad un’anamnesi.

sherlock2 Anche in questo film egli ci dice - grazie alla voce dell’eccezionale Robert Downey Jr.- che la sua maledizione è quella di “vedere tutto”. Costantemente la macchina da presa ispeziona luoghi, oggetti, piccoli dettagli. Egli osserva continuamente, anche quando è disattento o intento ad occuparsi d’altro. L’acuta osservazione di ogni cosa gli permette successivamente di effettuare, nella sua mente, una serie infinita di collegamenti ed ipotesi. Il regista ci mostra addirittura alcune scene in slow-motion che prefigurano didascalicamente ciò che sta per accadere ed seguono il pensiero dell’investigatore. Spesso, nelle discussioni circa la logica, viene indicato il ragionamento di Holmes come un chiaro esempio dell’uso del processo deduttivo. Holmes, tuttavia, pone una certa differenza tra l'osservazione dei particolari e la deduzione. Egli considera questi due aspetti come distinti, poiché l'osservazione porta ad alcune preliminari conclusioni, ma solo con la conoscenza di alcuni aspetti della vicenda si possono trarre conclusioni definitive. E’ esattamente ciò che accade in “Game of Shadows” quando, dopo essersi intrufolati nel covo degli anarchici ed aver scoperto l’esistenza di una bomba, egli deduce che il teatro sarà il luogo dell’esplosione. Ipotizza ciò poiché nota una copia di un elemento scenico. Nella concitazione degli eventi non presta attenzione ad un carrello che trasporta una torta, destinata agli ambasciatori che risiedono presso un hotel. Solo mentre l’azione si svolge, dopo essersi recato al teatro dove va in scena il Don Giovanni, dunque mentre apprende elementi più chiari circa la vicenda, capisce che la bomba si trova nella torta che ha visto sfilare sul carrello, torta consegnata all’hotel e non al teatro.

Il metodo Holmes è in realtà il metodo del dott. Joseph Bell, insegnante di medicina di Conan Doyle, che nella diagnosi medica propugnava prima l'attenta osservazione dei dettagli, poi la conclusione basata sulla raccolta di prove. Holmes spesso raccoglie sul campo prove e indizi, come la moderna sezione scientifica di Carabinieri o Fbi, cosa che lo differenzia da suo fratello Mycroft (comparso per la prima volta in “L'Interprete Greco”). Suo fratello - secondo Sherlock - è capace di risolvere un caso senza mai muoversi da casa. Sherlock afferma che le capacità deduttive del fratello sono addirittura superiori alle proprie, ma che Mycroft non le impiega per pigrizia. Il nostro eroe invece è uomo di mondo ed ama immergersi pienamente nelle proprie avventure, nonché nella vita di quartiere. Holmes non si considera dunque un filosofo, bensì un uomo di pratica. Dicevo che spesso ci si riferisce ai detective, e nella fattispecie ad Holmes, come esempi del ragionamento deduttivo. Ovvero?

Il ragionamento deduttivo è il ragionamento più famoso della logica, ma il ragionamento deduttivo è molto più banale di quello che in genere si vorrebbe far credere, come se ne fossero capaci solo i grandi detective oppure il dottor House. Vediamo un ragionamento deduttivo all’opera.

Tutte le palline provenienti da quel barattolo sono bianche.
Queste palline provengono da quel barattolo.
Queste palline sono bianche.

Il nostro allucinatissimo Holmes in realtà, in ogni sua indagine, va ben oltre queste semplici osservazioni, applicando non la deduzione bensì l’abduzione. Si tratta di un errore formale dovuto alla letteratura e al gergo comune. Il ragionamento abduttivo richiede più ingegno, più rischio e, in un certo senso, più intelligenza. È proprio il tipo di ragionamento a cui si affidano Holmes, Poirot, Miss Murple, e persino House. Ma come funziona il ragionamento abduttivo? Esempio.

Queste palline sono bianche.
Tutte le palline in quel barattolo sono bianche.
Queste palline provengono da quel barattolo.
Questa ipotesi, secondo logica, è da ritenersi falsa.

sherlock3
Come si può vedere siamo di fronte ad un ragionamento diverso sia da quello deduttivo, perché semplicemente, basandoci su un caso e su una regola, raggiungiamo conclusioni su un caso particolare. Questa non è esattamente la scienza! Questo ragionamento è creativo ed è il più rischioso. Nell’abduzione le nostre palline potrebbero provenire da qualsiasi altra parte che non sia proprio il barattolo in questione. Potrebbero provenire da chissà dove. È proprio questa capacità abduttiva che rende inaspettati i ragionamenti finali dei detectives che svelano il colpevole spiegando come ci sono arrivati. Procede allo stesso modo anche Colombo. Accade spesso che Holmes, oppure la simpatica nonché iettatrice Jessica Fletcher, nel finale a sorpresa sostengano: “Avevo un’ipotesi e ho voluto fare una prova”. Spesso si ha l’impressione che tutto si svolga logicamente, ma in realtà è presente un rischio nel ragionamento, una scelta creativa, una forzatura delle regole, che solo i grandi investigatori sono disposti a congetturare. Holmes quindi ipotizza, congettura, deduce: questo è chiaro specie nella sua celeberrima espressione di soddisfazione “elementare mio caro Watson”, ma poi cerca conferma tentando di far emergere la realtà attraverso un inganno, un mascheramento, un bluff. Egli è un amante del travestimento.

Nella detection viene di certo applicata la deduzione ma per far emergere tutta la verità è necessario, a volte, fare un passo in più e giocare d’azzardo. Il geniale Holmes è dunque un giocatore. Il dottor House, a suo modo, applica la stessa logica. House ragiona in questo modo: un paziente manifesta i sintomi A e B. Se avesse una certa malattia avrebbe i sintomi A, B e C. Il paziente ha quella malattia. House è disposto a inventarsi, di sana pianta - o procurare - un sintomo in più, nella possibilità di creare un modello che renda plausibile i sintomi del paziente. Ma il sintomo C non c’è nel paziente, è una congettura di House. In pratica, nel ragionamento abduttivo si inventano dei dati, affinché il quadro torni. In un certo senso il ragionamento abduttivo è la ricerca di un modello che spieghi i casi singoli, ma non è la prescrizione di una regola alla natura (perché la regola dice che ci dev’essere anche il sintomo C). Concludendo, si potrebbe osservare che i ragionamenti razionalmente più precisi sono anche quelli meno interessanti, perché non hanno margini di rischio. Questa non è solamente una finezza logica ma un vero escamotage letterario che permette a Doyle di creare una trama più complessa e permette ai registi come Ritchie di realizzare colpi di scena mirabolanti. Dunque i passaggi logici di Holmes non sono esattamente così elementari. La deduzione pura e semplice tende ad eliminare le soluzioni improbabili, che non rispondono alle regole, mentre: "Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità". (Holmes, in Il segno dei quattro).

Una nota degna di nota:
Ho citato il dottor House in questo articolo. Ci sono alcune analogie volute tra i personaggi. Il creatore del medico ha voluto che House fosse un tossicodipendente, suonasse uno strumento (Holmes suona il violino) e vivesse al 221B Baker Street. Il Miglior amico di House è il dott. Wilson, che ha assonanza con Watson, e come il collega di Holmes ha avuto diverse mogli. House vive il matrimonio di Wilson con una forte gelosia e lo avverte come un tradimento, cerca infatti di dissuaderlo dai rapporti seri. House e Wilson, come Holmes e Watson, si chiamano sempre per cognome e mai per nome.

Alex Tagliatti
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