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Mar 05 2012

Proseguono le interviste al Collettivo Cinetico

Interviste Intermittenti #3: Andrea Amaducci

di Giulia Cabianca

Una ratatouille di colori primari, accento bolognese e voglia di sperimentare

andrea amaducci Andrea è un quadro di Dalì, è come quell'orologio piegato che non si capisce perchè e come possa funzionare ma funziona. Quella realtà che si sa che esiste ma a cui è difficile credere. Potrebbe camminare sul soffitto, tanto vive di una gravità tutta sua. Difficile leggere il Collettivo Cinetico tramite il filtro dei suoi occhi. Lui da solo è un collettivo! Difficile vedere il mondo in generale tramite il suo punto di vista. La volta che l'ho intervistato fu come aprire il baule dei ricordi di quando sei piccolo cercando una cosa in particolare e finire per passare una giornata intera per non ricordare per quale motivo l'avevi aperto. Pittore, disegnatore, addirittura doppiatore di un divertente cartone animato, vive in una casupola la cui entrata è già piena di colore e di quadri, dipinti nel suo tipico stile pop. C'è anche una pianola anni Ottanta. Sparse qui e là ad asciugare, copertine di vinili che con pazienza infinita stava colorando. Mi spiega che si tratta di una collaborazione con una casa discografica, la HellYeah, per duecentocinquanta copie dipinte a mano in edizione limitata. Pezzi per collezionisti. La conversazione si prospetta già come un dialogo pieno di link, impossibile da incasellare: ogni argomento ne apre un altro. Riporto solo qualche piccolo stralcio.

Come si è evoluto il rapporto con Francesca e il Collettivo? Siete stati da poco in Spagna al Festival’Escena Poblenou, com’è andata?
"Mi piace vedere personalmente come cambiano le relazioni. Tenevo una classe di acrobatica quando ci siamo conosciuti: alcune persone le conosci da giovanissimo e poi diventano compagni di cammino. A Barcellona ad esempio è stato bello in Spagna si sta bene, ho avuto l'impressione che gli spettatori abbiano ricevuto qualcosa di nuovo".

Non esistono realtà simili nel panorama performativo spagnolo? Con che mezzo vi siete fatti conoscere?
"Probabilmente non esistono realtà che mescolano gli elementi utilizzati dal collettivo. C'è molta più arte di strada. Molti ci hanno conosciuti sul web ed è stata una soddisfazione!".

Anche tu ti sei definito un ragazzo di strada però! Come vedi te stesso nel collettivo?
quadro amaducci "Certo! Sono un ragazzo di strada, alla vecchia! Il Collettivo Cinetico non mi ha cambiato, è il contenitore di una multi-stratificazione di esperienze che ho vissuto e vivrò. Riflesse nella mia vita queste esperienze si collegano l’una all’altra e mi fanno gestire meglio le situazioni operative. Nel collettivo ora, una volta che decidiamo di lavorare in una direzione, le abilità tecniche acquisite - dal bricolage all’usare una saldatrice - mi permettono una maggiore operatività. Ad esempio costruisco da me le scenografie. Già da piccolissimo, fuori dal ristorante dei miei genitori c'era un bancone enorme con tutti i pezzi da idraulico, viti e bulloni ed io assemblavo continuamente. Nel teatro ho finito per occuparmi anche di scenografie, ed ora dentro al Collettivo Cinetico".

Sono conosciuti i tuoi Alien, sparsi per la città di Ferrara e non solo, altri lavori?
"Ho disegnato copertine di album. Uno degli ultimi è Back to the New Roots, un album di cover jazz. Ho lavorato tanti anni per il teatro Nucleo e tutt’ora collaboro con il carcere, per laboratori teatrali con i detenuti".

Sembra che dentro a questo esemplare umano vi siano mille altri uguali a lui, è quasi impossibile credere che riesca a fare così tante cose insieme ed al tempo stesso analizzare come tutte queste esperienze si influenzino.
"Non analizzo spesso, vivo e lavoro e in continua esperienza diretta di scambio…. tic tac tic tac.. un lavoro, po un altro… ho poco tempo per fermarmi. So di per certo che il mio lavoro personale è consolidato e che c’è un bel filtro di scambio tra questo e il Collettivo".

Sei conosciuto anche all’estero per quello che fai, quindi! Sei famoso!
"Non è fama internazionale, è fame. Bisogna stare attenti al contatto con il “fuori”: è importante evitare certi canali perchè è inevitabile che più il canale è grosso più è corrotto. Ho difficoltà nell'interazione con i "sistemi". Ho difficoltà di costanza, ma è quella sana incostanza che mi spinge a diffidare dei grandi sistemi. I poteri politici incastrano e l’interesse a creare si perde in un magna magna inutile".

Da quando hai iniziato a sperimentare l’atto performativo e a studiarlo?
"Già quand’ero piccolo al ristorante dei miei mi divertivo a fare spettacolini per i clienti. Poi, più grande, anche se non in modo così scientifico come avviene nel Collettivo, ho sempre sperimentato piccole cose, come fingere telefonate alla fermata del tram. Sono performance anche quelle, per me sono stati esperimenti sulla forma della performance. Mi hanno permesso di fare teatro e di avere una visione più completa. Al supermercato, nei centri sociali, in casa e nei club dai 18 ai 25 anni ho sperimentato tutto quello che di più stravagante c’era".

Intanto mi mostra una vecchia foto con alcuni amici. Il capo d’abbigliamento più sobrio era color blu elettrico..
"Vedi? Non c’erano limiti, ci si divertiva e avevo capito che si poteva giocare e indagare modi e forme di performance improvvisate e non. E’ importante poi nel percorso di un artista continuare a giocare".

Influenze esterne? Quale danzatore o artista è la tua musa attuale?
"Tra i coreografi mi piace molto William Forsythe. Disegna nello spazio con il movimento, rette, volumi, cilindri come in una partitura grafica. E’ danza pura senza trucchi. Un bel trip grafico-movimentale. Poi Saburo Teshigawara per il quale danzare è “giocare con l’aria”, ma mi piacciono anche ragazzi di strada che vedo sul web. Mi piace definirli personaggi "ibridoni". Non hanno studiato ma tra un passo di breakdance e l’altro senza volerlo aggiungono movimenti di danza contemporanea. E’ pazzesco. E’
un modo strano, quasi tribale di usare il corpo. Ammiro la profondità tecnica di un violinista della Mahler ma anche chi ad un altro livello, magari non studiando metodicamente otto ore al giorno, raggiunge un'intuizione artistica. E questo può capitare, che ne so, ad un violinista barbone della Camargue
".

Ci vorrebbe una biografia su Amaducci, non un'intervista. Un bel librone, con tante immagini, a colori. Perché i colori di Andrea lo descrivono molto, più di tante parole. Diretti quanto lo è lui che piaccia o meno. A volte è difficile focalizzare bene ciò a cui si riferisce parlando, ma ciò capita perché è molto più diretto di chi usa mille filtri per farsi conoscere. E lui essenzialmente è ciò che fa. Non servono altre parole.




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Scritto da: Giulia Cabianca

Data: 05-03-2012

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