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Mar 27 2012

I giganti del calcio scozzese affondano tra i debiti

Chiedi chi erano i Rangers

di Alessandro Orlandin

Qualche appunto sul fallimento di una squadra leggendaria

rangers Dal 1872 il motto societario reca fieramente una sola parola: “Ready”. Pronti. Ma lo saranno davvero? Saranno pronti i tifosi dei Rangers di Glasgow a dire addio a 140 anni di storia? Bella domanda. Il rischio esiste seriamente: entro il 31 marzo il club più vittorioso di Scozia deve saldare un debito di qualcosa come 110 milioni di euro per non scomparire dalla mappa del calcio d’oltremanica. Una montagna enorme di soldi per compensare una voragine creata nell’ultimo decennio dai vari proprietari che si sono succeduti.

I Rangers sono in amministrazione controllata da metà febbraio: i commissari hanno tentato in ogni modo di reperire denaro, utilizzando le forbici in lungo e in largo sulle voci di bilancio. Alcuni giocatori hanno accettato di ridursi l’ingaggio del 75 percento. I tifosi hanno dato inizio a una colletta di dimensioni colossali per fare la propria parte e nel frattempo la squadra è stata penalizzata di dieci punti in classifica. A una settimana dalla scadenza del 31 marzo uno dei principali azionisti del club si è lasciato scappare previsioni del tutto lontane da ogni forma d’ottimismo: i Blues probabilmente spariranno, inghiottiti dalle serie minori. Dovranno ripartire con un nuovo nome, con una bacheca priva di trofei e con sconosciuti giocatori dilettanti. Una sciagura per il calcio europeo: è un po’ come se in Spagna fallisse il Real Madrid o in Italia la Juventus e dovessero ripartire dalla serie C2. Quello che nei fatti è accaduto alla Fiorentina non più tardi di qualche anno fa.


A perderci non saranno solo i tifosi o la storia del pallone continentale. Ma anche chi ora gioisce dello sfacelo dalle parti di Ibrox Park: i tifosi del Celtic di Glasgow, la rivale di sempre. Da diverse settimane i verdi di Scozia hanno iniziato i festeggiamenti per le disgrazie in casa Rangers. Senza di loro saranno padroni incontrastati del campionato per un bel po’. Pare addirittura che i vertici del Celtic stiano meditando una nuova richiesta di affiliazione (già respinta in passato) alla Premier inglese: dicono che senza i Rangers il campionato non interesserebbe più a nessuno, sicuramente non alle televisioni. Difficile credere che a parti inverse andrebbe diversamente: l’odio tra le due fazioni è genuino ed è nutrito da oltre un secolo dall’alto potenziale delle idee settarie. Da una parte i Rangers, espressione della Glasgow protestante e unionista, dall’altra i Celtic figli dell’immigrazione irlandese di fine Ottocento, cattolici e vagamente progressisti. A ogni incrocio l’Union Jack britannico sfida il tricolore irlandese. Una matrice politica e culturale mai veramente disinnescata, nonostante gli sforzi del governo scozzese: a tutt’oggi il 66% degli abitanti di Glasgow ammette di vivere in un contesto pervaso di settarismo. Nel 2011 i reati legati ai pregiudizi religiosi in tutta la Scozia sono stati tra i 600 e i 700.

Giusto per capire di cosa si sta parlando: tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta del Novecento i Rangers, per scelta ben precisa, non hanno ingaggiato nessun calciatore dichiaratamente cattolico. Fece quindi scalpore la decisione del manager Graeme Souness, datata 1989, di ingaggiare l’attaccante Maurice Johnston, che oltre a essere cattolico era anche un ex calciatore del Celtic. All’epoca uno dei principali rappresentanti del tifo di Ibrox se ne uscì con una frase parecchio indicativa: “è un giorno triste per i Rangers, non voglio vedere un cattolico scendere in campo con i nostri colori”. L’atteggiamento del club si in seguito ammorbidito, un po’ per i continui rimbrotti della Uefa, un po’ per le timide aperture culturali nella società scozzese. Tanto che nel 1998 l’italiano Lorenzo Amoruso è stato il primo giocatore cattolico a ricevere la fascia di capitano dei Rangers. I passaggi di casacca, a differenza di quanto accade in Italia, non sono ben accetti: dal 1888 a oggi solo diciotto calciatori hanno avuto il coraggio di indossare entrambe le maglie. Qualcuno vada a vedere quanti passaggi di ex ci sono stati nell'ultimo decennio tra Milan e Inter per farsi un'idea delle proporzioni.
old firm
Che Rangers-Celtic rimanga una partita che va al di là del concetto di importante si è capito anche domenica 25 marzo: ad Ibrox Park i bianco-verdi avevano l’opportunità di vincere matematicamente il titolo cogliendo tre punti in casa de i derelitti rivali. Un affronto inaccettabile per i Rangers, che hanno sfoderato una prestazione d’altri tempi, arrivando sul 3-0 prima dei due gol nel finale del Celtic. Una partita vera, condita da tre espulsioni. Festa rinviata per gli Hoops, canti e lacrime d’orgoglio per la nazione blu. Una lezione per chiunque non creda al ruolo preponderante delle motivazioni nel calcio e nello sport in generale. Il tecnico dei Rangers, Ally McCoist (418 presenze da giocatore con il club di Ibrox) a fine partita non è riuscito a trattenere un moto di emozione: “Il nostro obiettivo non era rovinare i piani del Celtic, ma regalare una gioia ai nostri tifosi in questo periodo terribile”. Obiettivo raggiunto. Poco importa se tra qualche mese si troveranno tutti a giocare sui campi di Montrose o di Peterhead contro dei fenomeni da pub. A preoccuparsi dovranno essere gli avversari: serviranno loro stadi più grandi per contenere l’armata di Ibrox, ma anche nervi d’acciaio per affrontare il vento di redenzione che la squadra dei 54 titoli vinti inizierà a portarsi dietro. E si spegnerà presto anche l'entusiasmo dalle parti di Celtic Park: senza la propria nemesi, anche la leggenda del Celtic vale meno. I tifosi dei Bhoys rimarranno in paziente attesa di ritrovarsi di fronte i propri nemici. Nel frattempo vinceranno facile, ma con la stessa sensazione di vuoto che pervade il Wile E. Coyote privo del proprio Beep Beep da rincorrere.

Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 27-03-2012

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