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Apr 07 2012

Si chiude il cerchio delle interviste al Collettivo Cinetico

Interviste Intermittenti #4 - Francesca Pennini

di Giulia Cabianca

La giovane coreografa e danz'autrice si racconta in un incontro risolutore

f.pennini Come nelle saghe più acclamate l'ultimo episodio è il risolutore, così anche quest'ultima intervista chiarisce il significato delle altre e le completa. A volte l’ultimo episodio tratta dell'antecedente, come nei prequel di Star Wars. Si può dire che questa intervista sia il prequel che spiega l’antefatto logico. Effettivamente, tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana incontrai Francesca Pennini, una terrestre immersa nello studio della variabilità umana fino all'ultimo ciuffo di capelli. E' da lei che nasce l'idea del Collettivo Cinetico. La sua mente è un universo nel quale ogni idea fa parte inevitabilmente di più di una costellazione, l’impressione è che Francesca, assieme ad Andrea, Angelo e Nicola cerchino di mappare e concretizzare questi legami interstellari in vari esperimenti umani.

Partiamo da una domanda semplice, quanto mai banale...da dove nasce il nome “Collettivo Cinetico”?
"Il nome è nato in modo estemporaneo! Volevo che ci fosse una pulizia di definizione e che fosse descrittivo. 'Cinetico' è stato scelto perché il focus è sul movimento e perché il gruppo stesso è mobile, non è fisso con le stesse persone. Esiste una natura di interscambio. Le persone che attraversano il Collettivo sono tantissime ed eterogenee…La sua natura è proprio questa. Mi piacerebbe diventasse un progetto che vive di vita propria, magari anch'io un futuro uscirò e rientrerò".
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La performance Eye Was Ear è stata definita un rebus coreografico, tutto il progetto C/o è un rebus? C'è una soluzione unica? Può essere una soluzione personale? Ci sono moltissimi frammenti ed è impossibile partecipare a tutti! Insomma dove volete andare a parare?

"Nel progetto 'C/o' il tema è il gioco su spazi 'altri'. Per ogni lavoro il luogo è diverso e si risolve nell'indagine su QUEL luogo ma per l'indagine SUI luoghi è necessario vedere il tutto. Non è pensato per risolversi, bensì per chiedere a chi fa parte di questi frammenti di consapevolizzare la frammentazione di ciò a cui sta assistendo. E' un'esperienza frammentaria di cui non puoi contenere l'intero, i frammenti singoli risolvono al loro interno e il filo che li collega ti chiede o di seguirli o di sapere almeno che ne esistono altri. Ti pone in una posizione di proiezione e di spazio sospeso. Proietta l'impossibilità di afferrare, non ci sarà mai un momento di chiusura. Si risolve nel 'non risolversi'. Noi giochiamo sugli gli spazi 'altri'. Se ne può vedere una parte e ridefinirla a posteriori".

Vi è stato criticato che siete troppo criptici, che lo fate apposta per non farvi capire. Che ne pensi?

f.pennini3"C'è sempre una volontà enigmistica nel criptare o esporre alcune informazioni. Ma non lo facciamo per ostacolare l'accesso del pubblico ma per stimolare l'interazione. Diamo degli indizi che se non cogli non compromettono la fruizione del lavoro ma se li comprendi hai un livello in più di interscambio intellettivo. Credo che spettatore non debba subire passivamente. La performance ::D Monoscritture retiniche sull’oscenità dei denti, ad esempio, ti mette continuamente a disagio e ti chiede di essere complice di qualcosa che non andrebbe visto. Se uno spettatore è attivo si chiede il perché, se non lo è la potrebbe prendere come un offesa. Ma è uno spettacolo! Come fai a prenderla sul personale?".

Cosa significa quando dite che "create delle applicazioni per il teatro"? Sono un po' come le applicazioni di un sistema operativo di un computer?

"Nel nostro lavoro 'The uncertain scene – reformating the performative event' non crea alcun prodotto ma è un meccanismo da applicare ad un qualsiasi evento performativo, anche ad un'arte che non c'entra con il teatro, come una conferenza di un partito o un programma televisivo. E' difficile da promuovere perché di solito i teatri vogliono il prodotto teatrale più etichettabile. Mi piacerebbe che qualche pazzo coreografo utilizzi la nostra applicazione nel suo progetto. Ma dato che ciò comporta mettere in discussione l'autorialità di un proprio lavoro, è necessario essere in una linea compatibile con questa idea".

Infatti con |x| No, non distruggeremo…c'è una distruzione o un’ambiguazione dell'autorialità, giusto? Con *{Titolo Futuribile} quale spazio avete indagato?

"L'eterotopia in indagine è lo spazio interno ad una piega, l'interstizio, il FRA. In questo luogo-altro abbiamo individuato due fronti: uno meccanico estetico (come la piega degli origami o delle articolazioni. L'altro metateatrale: la piega e il suo contrario cioè la spiegazione diventano la metafora della performance. Ovvero la performance stessa si presenta come una piega, da spiegare. Un concetto di cui non puoi avere un accesso didascalico e informativo. La spiegazione è un tentativo di apertura della piega(in questo caso un foglio di carta), ma nell'aprirla la si compromette perché la si modifica o si finisce per generare altre pieghe".
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Quindi chi è lo spiegatore?

"Non è definito. Può somigliare ad un critico, ad un narratore, all'amico che dà una propria interpretazione di un lavoro. Riportare senza dare un'interpretazione è impossibile. Perciò si tratta per l’autore, di tollerare collateralmente la soggettività altrui e per un qualsiasi piegatore di assumersi responsabilità autoriali".

Prima di intraprendere l'esperienza nel Collettivo hai lavorato con Sasha Waltz, so che hai danzato nel Neues Museum ( link ), rimasto chiuso dalla Seconda Guerra Mondiale fino a quel momento e fu un evento importante per la Germania. Com'è andata? Com'è Sasha?

"Ho fatto due produzioni entrambe che fanno parte di un suo progetto chiamato Dialoge. Sono performance pesate per architetture specifiche con tantissimi danzatori. La collaborazione è nata perché ho partecipato ad un workshop con lei, ma ero infortunata al ginocchio. In quei giorni Sasha teneva delle audizioni per il progetto del Neues Museum. Dopo varie selezioni sono stata scelta! E' stata la mia prima esperienza come interprete di un'idea altrui. Si lavora in maniera abbastanza autonoma, con un confronto periodico con Sasha, che cura il materiale che viene proposto e lì orchestrazione del tutto. Da un lato è difficile poiché vista la dimensione della compagnia, è impossibile riuscire ad avere un contatto profondo e ravvicinato con la coreografa e il suo pensiero, ma sono stata contenta stimolata nel pormi delle domande riguardo il Collettivo: Mi è servito a capire come fare a rapportarmi con i performer. Il rapporto tra i performer del collettivo è più stretto, ci tengo molto a che si lavori in una connessione umana e artistica".

E ora sei in un progetto presentato fin dall'inizio come decennale! E' progetto folle! Come potevi prevedere i dieci anni successivi della tua vita?

"Quando ho partecipato al premio Giovani Danz’Autori nel 2007 ho presentato questo progetto decennale e non sapevo esattamente cosa sarebbe accaduto...era una sorta di sfida. Ora ne sono già passati la metà e il tutto continua. Mi dà molta soddisfazione, anche se mi prende tutte le energie, l'appagamento è meraviglioso".

Un critica che vi viene mossa è che vi avvalete di performer che non hanno una formazione accademica.

"E' una critica più che obiettiva ma non è un problema. Il valore della fisicità dei performer sta nella loro specificità, non c'è nessuna volontà di fari assomigliare a dei danzatori".
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Angelo nel suo primissimo spettacolo era nudo. E anche tu spesso sei a seno scoperto. Come vivi la nudità sul palco?

"Sul palco non funzionano le stesse regole della vita quotidiana. Sono una persona abbastanza pudica quando in borghese… La formalizzazione dello spettacolo, la preparazione legata al rapporto con la corporeità e le motivazioni artistiche rendono quella nudità più facilmente vestibile. Non mi ha imbarazzata. Durante situazioni meno formali, prove aperte ad esempio, è paradossalmente più difficile!".

Essere coreografa comporta dirigere e riunire le energie degli altri membri. Come ci riesci?

"Tutti hanno un pezzettino in comune con ciascuno degli altri tre come in una strada combinata. Il resto è totalmente in altri mondi e ciò è prezioso. Riusciamo a convivere in maniera pacifica e costruttiva. Angelo ha una pacatezza costante, Nicola invece vive in un mondo eccitato e talvolta frenato, Andrea è l'irrazionalità totale. E’ un lavoro riuscire già a capirsi".

Domanda di rito: quali sono i coreografi e danzatori che ti ispirano?
"Forsythe William, quando ho visto il suo primo lavoro sentivo la necessità di muovermi, sembrava che mi avessero fatto una flebo di adrenalina, dovevo muovermi anch'io! Ma anche Jérôme Bel coreografo concettuale francese e Virgilio Sieni".

Una costellazione di progetti quindi, ma non vi preoccupate lettori impazienti, l’importante è capire cercando di usare la modalità di fruizione adatta. A volte non si capisce perché non ci si riconosce in uno schema familiare. Nel momento in cui si apprende, non è solo l’oggetto della conoscenza che muta ma anche noi stessi. Non è forse vero che il cielo sembra inizialmente un ammasso lucine luminose ma pian piano come nelle prime pagine della Settimana Enigmistica, si possono collegare i puntini numerati per realizzare una figura? Magari aggiungendo qualche punto in più la figura intera muta..
Vi invito ad aggiungere anche questo nuovo “puntino” allora, lo potete mettere tra il numero quindici e il venti, come l’età dei ragazzi che vi hanno partecipato. Si tratta del progetto age (con cui il Collettivo vince il Bando Progetto Speciale Performance 2012 “Ripensando Cage”, in occasione del centenario dalla nascita di John Cage. Ecco il link)! Buona fruizione!



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Per le fotografie si ringraziano nell’ordine: Marco Davolio (prima e ultima foto), Nicola Galli Jacopo Jenna e Stefano Partisani.

Scritto da: Giulia Cabianca

Data: 07-04-2012

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