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La Regola del sospetto
Trailer assassino: fuoco alle polveri della polemica
con Al Pacino
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Che dire di un film che avevamo praticamente già visto? Non già perché lo avessimo avuto in qualche modo particolare ad un festival del cinema, quanto piuttosto perché uno scellerato trailer aveva già rivelato tutta la trama e i rapporti tra i personaggi.
Se la promozione di un film deve vertere interamente sul film stesso, rivelando il finale e scardinando ogni possibile forma di suspense, viva i film sconosciuti. Perché cavoli, “La Regola del Sospetto” non sarà un grande film, ma vederlo dopo aver già conosciuto il finale toglierebbe interesse anche a thriller ben migliori.
La storia l’avete già vista centinaia di volte, è la storia di un giovane brillante reclutato dalla Cia, irretito dalla prospettiva di poter conoscere i motivi reali della morte del padre, che viene addestrato a lavorare dell’agenzia di spionaggio più famosa e meno glamourous del mondo, e si troverà a dover scegliere tra l’amore e la patria, tra il suo addestratore, un Al Pacino ancora un volta scandalosamente sopra le righe, e una compagna di corso di cui è innamorato.
Ma il trailer togli ogni possibile volo di fantasia durante la visione del film: sappiamo come andrà a finire, chi ha tradito realmente e anche come finirà.
Se non avete visto quello scellerato esempio di promozione cinematografica possiamo anche consigliarvelo, nonostante enormi e ridicoli buchi di sceneggiatura e scene d’azione più che convenzionali e a tratti noiose, la trama genera tensione e confonde sufficientemente bene le carte allo spettatore ignaro.
Nonostante la presenza di una star in divenire come Colin Farrell è il solito Al Pacino a divorare il film: da “L’avvocato del diavolo” in poi il ruolo di mentore demoniaco gli piace eccessivamente e se le ultime interpretazioni (“People I Konw” e “Insomnia”) erano state incoraggiante, in questo lungometraggio precipita ancora in un cliché pericoloso. Tra l’essere un angelo o un demone, Pacino sceglie la via più facile, quella dell’onnipotente ulratore: celeberrimi ormai i suoi sermoni finali che non ci vengono risparmiati nemmeno in questo film.
Si salva de “La Regola del Sospetto” una buona dose di ironia e di sarcasmo nei confronti del servizio segreto americano, con una Cia che forse negli Stati Uniti è bersaglio di barzellette al pari dei nostri Carabinieri.
Poi poco altro: come dicevamo la sceneggiatura soffre di vuoti paurosi, provate dopo averlo visto a ricostruire le sequenze di azioni dei vari personaggi pezzo dopo pezzo, e vedrete che tutto il lavoro cade a pezzi. Donaldson è sufficientemente bravo a mascherarlo tramite un buon gioco di aspettative tradite e una messa in scena abbastanza scaltra: già, se tutto non fosse rovinato da un trailer assassino.
Avrete capito che sono molto in*a***to con chi ha distribuito il film in Italia, anche se il fenomeno è degno di considerazione. Forse che gli spettatori amano vedere film precotti? Forse che se si richiede un minimo di sforzo interpretativo la gente eviterà il film come la peste bubbonica?
Oppure i copywriter e i pubblicitari sottovalutano i pubblici? Rispondiamo con forza no alla pratica folle di realizzare film sempre più semplici e già raccontati prima ancora di averli visti… come pubblico possiamo fare le nostre scelte, e decidere di andare o non andare a vedere determinati lavori.
Scegliamo insomma di complicarci la vita, e di boicottare chi ci ritiene spettatori stupidi e/o ottusi, scegliamo i film che lottano con i propri spettatori, piuttosto dei film che ci coccolino e ci spieghino ogni cosa senza farci fare alcuno sforzo.
Perdonate lo sfogo a carattere messianico, ma quando ci vuole, ci vuole.

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