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Secretary
Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival
con James Spader
testo alternativo CATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Premio speciale della giuria al Sundace Film Festival, il festivl annuale del cinema indipendente fondato da Robert Redford nello Utah, Secretary è un film che parla di un rapporto di dominazione tra un avvocato e la sua segretaria. Protagonista è Lee, giovane donna americana che, uscita da un istituto psichiatrico dove curava la propria sindrome autolesionista, si ritrova con una malandata famiglia a gestire la propria entrata nella vita reale. Il suo sogno: essere una segretaria perfetta e assecondare il datore di lavoro in ogni modo. Il rapporto professionale con Edward Gray sconfina ben presto in una relazione personale a base di dominazione psicologica e fisica. Il film racconta la perversione dei due facendola scivolare nella normalità, in uno stato quasi allucinatorio di piacere fisico che trae origine del dolore.
Definire il film una romantic commedy pare azzardato, ma è certo che il regista Steven Shainberg usa elementi tipici di quel genere, mescolandoli ad arte con elementi del cinema psicologico e di cinema border line. In un cocktail strano e per certi aspetti affascinante si confondo echi del cinema di Cronenberg, come non ricordare che Spader, l’avvocato, è stato protagonista di uno dei migliori film del cineasta canadese, “Crash”, e riflessi della ferocia del fratelli Coen nel descrivere la provincia americana. Peter, promesso sposo di Lee, è infatti il canonico ingenuo abitante di campagna, sincero e disincantato, anche se nevrotico come ogni personaggio di questo film disseminato di follia e anormalità. La forza del lungometraggio, comunque, sta tutta nel mostrare situazioni ai limiti della patologia in un contesto di normalità assoluta, lasciando ogni tipo di giudizio morale fuori dalla messa in scena.
Secretary si lascia guardare e il dato migliore è che spinge lo spettatore a porsi delle domande, ma siamo anni luce dal cinema di David Lynch, solo per citare un nome che ha legato tutta la proprio filmografia all’opposizione tra normalità e anormalità.
L’impressione generale è che sia in ogni modo un film freddo, ma di quella freddezza involontaria e non straniante, non tale da restituirci un autore capace di analizzare freddamente ogni situazione. Cinema cinefilo quello di Shainberg, che si riferisce continuamente ad altri lavori, ma senza rendere troppo pesante o riconoscibile la citazione.
Degna di nota poi è la prova degli attori protagonisti, con un perfetto James Spader che di perversioni e altre cosucce è ormai divenuto un esperto. Ottima poi Maggie Gyllenhaal, con una faccia da ragazzina trasognata, inconsapevole e del tutto in balia delle proprie pulsioni. I protagonisti non agiscono rispettando i canoni della società capitalistica americana, non compiono mai azioni razionali rispetto ad uno scopo: la ricerca del piacere è l’obbiettivo primario della ragazza, e se per un momento l’avvocato cerca di abbandonare tutto per rincorrere il guidagno e ritornare sulla retta via la determinazione di Lee lo fa “rinsavire”.
Secretary non è un grande film, è appena interessante. Sono lontani ormai i giorni gloriosi del Sundance, quando dallo Utah uscivano pellicole del calibro de “Le Iene” o “Clercks”. Il regista in questo caso è in grado di giocare sugli stilemi del cinema ai limiti del mainstream, confondendo l’arte con la maniera, l’analisi con l’osservazione non mediata.
Il risultato è un film spiazzante, ma in modo non eccessivamente positivo. Sembra fatto apposta per conquistare un pubblico di nicchia, che negli ultimi anni cresce sempre di più. Se fosse stato un successo sarebbe stato senza dubbio un film molto controverso. Poiché la sua fama non ha travalicato gli scarsi confini del Sundance rimane un prodotto che ci fa restare indecisi per un attimo, ma che alla fine lascia piuttosto poco.

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