INTERVISTE \ Intervista a Bobo Roversi

Una lunga chiacchierata con il principale artefice di Ferrara Sotto le Stelle

di Alessandro Orlandin & Edoardo Gandini
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pubblicoFoto di Luca Gavagna

Seduto alla scrivania del suo nuovissimo ufficio in via Cittadella a Ferrara, Roberto Roversi (per tutti semplicemente "Bobo") non dà affatto l'impressione di essere il boss di uno dei festival rock più prestigiosi della nazione in cui vive. Silenzia il telefono e ci accoglie con estrema tranquillità in una stanza che parla di un trasloco ancora recente. I muri sono parzialmente spogli, la scrivania in perfetto ordine. Ogni chiacchierata con Roversi lascia con una mole impressionante di dati e riflessioni, la disponibilità è quella dell'amico che non vedi da mesi. Ferrara Sotto le Stelle è la sua creatura più splendente, ma dalle sue parole non traspare mai la voglia di auto-celebrarsi più dello stretto necessario: d'altronde il passato di successi è alle spalle, quello che conta è il presente o al massimo il futuro prossimo. Inutile prepararsi la scaletta degli argomenti con Roversi: le associazioni di idee si sprecano e si finisce spesso su strade secondarie e sterrate, lontano dal percorso principale. Prendi a parlare di concerti e ti ritrovi nel bel mezzo di una discussione sul copyright per poi tornare sulle novità che attendono il pubblico dell'estate ferrarese. Di seguito trovate il risultato di una lunga chiacchierata in esclusiva per il nostro magazine: la prima parte di un percorso di approfondimento nel mondo di Ferrara Sotto le Stelle

sufjan stevensFoto di Luca Gavagna

Rompiamo gli indugi e partiamo dalla notizia principale: la prima data annunciata è stata abbastanza clamorosa, l'unica esibizione italiana di Bon Iver. Tra l'altro c'è anche stata la soffiata in anticipo a creare scompiglio...
“Non parlerei di soffiata. Si è trattato di un tizio che aveva palesemente inventato la data e poi ha confessato pubblicamente di essersela inventata”.

Che Bon Iver fosse un artista papabile per Ferrara però era per certi versi presumibile…
“Bon Iver è senz’altro un’artista “da Ferrara”, se vogliamo la classica chicca. Prima data italiana di sempre e disco dell’anno di Pitchfork, un po’ come nel caso di Sufjan Stevens e Beirut. Artisti che nel tempo sono cresciuti partendo da qui. Quando è uscita quella pseudo-notizia era effettivamente plausibile che Ferrara avesse un interesse sull’artista, ma in quel momento era totalmente priva di fondamento”.

Insomma, data possibile ma non scontata.
“Siamo in un momento storico, soprattutto in materia di concerti estivi, in cui non c’è niente di scontato. È una specie di arena infernale, dove ci sono dinamiche tali per le quali vengono meno le valutazioni fatte sulla collocazione ideale dell’artista: prevalgono valutazioni di carattere economico da parte di chi gestisce gli artisti e questo significa che spesso musicisti importanti suonano in posti sbagliati. Non è il caso di andare oltre però, il punto saliente di tutta la questione è che il mercato dei concerti è totalmente impazzito”.

È solamente una questione di prezzi o c’è anche dell’altro?
“A giocare una parte rilevante è la dinamica per la quale internet ha fatto collassare l’industria discografica. Non è calata, è proprio collassata, non esiste più: i dischi vengono messi in vendita per onor di firma, non ci sono nemmeno più i negozi che li vendono. Ormai non ci si nasconde nemmeno più dietro il dito, si afferma apertamente che gli artisti non hanno più risorse dalla vendita dei dischi. E questo ha provocato prima un aumento graduale dei cachet, poi una esplosione dei compensi in una maniera che per altri paesi è sostenibile, ma per l’Italia probabilmente non lo è”..

In un contesto di minori risorse viene però da pensare che il meccanismo economico dovrebbe livellare verso il basso gli ingaggi e non verso l’altro.
“A livello teorico sì, infatti quest’anno non patiranno le prime scelte: gruppi come Radiohead, Portishead e Sigur Ros, giusto per citarne alcuni, hanno un pubblico fidelizzato e non subiranno certo un calo in termini di presenze. Patiranno tutti quelli che sono in seconda fila, per non parlare dei gruppi ancora più piccoli, che verranno molto penalizzati. I costi sempre maggiori degli artisti di punta si riversano sui costi del biglietti: è un meccanismo perverso di cui non vedo la fine, perché i dischi non li rivenderai mai più, almeno in Italia. Questo se nessuno si prodigherà per fare una legge, come è accaduto in Francia, che tuteli seriamente le opere dell’ingegno. Allo stato attuale tutti sanno di poter scaricare liberamente contenuti senza essere colpiti da sanzioni. Il mercato discografico ristagnerà e continuerà a perdere un pezzettino di anno in anno, fino a morire definitivamente, come il mercato cinematografico”.

alleviFoto di Luca Gavagna

Insomma il prezzo del biglietto di un concerto in piazza Castello a Ferrara è figlio anche di questioni macro-economiche.
“Per come la vedo io, e non voglio fare la parte del luddista, ci sono state due industrie formidabili che sono state lasciate andare completamente in crisi: nel caso di musica e cinema si è deciso di non intervenire politicamente per non aver contro il cosiddetto popolo del web (mima le virgolette con le dita). È chiaro che non intervenendo quando era il momento, si è abituata un’intera generazione a tenere un determinato comportamento. Un qualunque ragazzo oggi non si pone certo il problema: mi scarico il disco? Sì, perché si può! Per quale ragione dovrei andare in sala a vedere un film se posso guardarlo a casa senza pagare? Al di là di qualsiasi tipo di sanzione tu possa ideare per contrastare il fenomeno, servirebbe qualche idea per dare un segnale di stampo culturale, come sta accadendo in Francia”.

Esiste la possibilità di invertire questa tendenza?
“Probabilmente sì, almeno per quanto riguarda le piattaforme che utilizzano i contenuti di altri, mettono migliaia di film in rete mentre sono in programmazione in sala. Ma è un discorso che vale anche per il mercato dei dvd: Blockbuster in Italia ha chiuso qualche settimana fa. Questo ti dà la misura del disastro economico di questa industria: quando chiude una videoteca ci sono decine di persone che perdono il lavoro. Ecco, allora mi si deve dire perché sia permesso alle piattaforme sul web che usano contenuti altrui di riempire i loro siti di pubblicità, facendo soldi a spese di chi crea. Quei soldi dovrebbero andare all’autore, a chi ci ha lavorato, alle sale cinematografiche, a chi ha i diritti televisivi o a chi vende i dvd, non a chi mette in piedi siti usando dvd-rip o file rubati con la videocamera. Sarebbe come se io facessi i soldi con il lavoro di un altro. Non sto parlando di file-sharing, di peer-to-peer, ma del fatto che c’è una marea di gente che guadagna soldi attraendo pubblicità con contenuti intellettuali di altre persone. Semplicemente bisogna fermare questo tipo di fenomeno. Non mi interessa di chi va su Soulseek, va benissimo, quello è un altro tipo di scambio. Non voglio dire che sia etico, però il problema non sta lì, il problema sta nella pratica che ho appena descritto, che è palesemente illegale”.

vinicioFoto di Sara Tosi

In sostanza questa spirale intacca l’intero sistema culturale.
“Inevitabilmente. Io non voglio fermare la modernità, ma non è possibile che chiudano le sale cinematografiche e i soldi li faccia chi ruba il contenuto. Massacri il cinema. Alla politica sta bene che la sale chiudano? È un discorso ripetibile per la musica. Sta bene che chi ha investito soldi per pagare turnisti, sceneggiatori, registi eccetera, alla fine invece di prendere 100 incassi 60 perché 40 se lo è rubato un altro? Se il produttore incassa 60 la prossima volta investirà 40, non 100. Cosa ci sarà in definitiva? Film più brutti, fatti in meno tempo per spendere meno soldi. Stessa cosa sui dischi: se non vendi più 100mila copie, ma 8mila, dove trovi i soldi per investire nei giorni di registrazione, nella partecipazione di quel musicista ospite, nell’orchestra, se serve? Quei soldi non rientrano più, perché qualcun altro li sta prendendo da chi si è fatto il mazzo per comporre, arrangiare, eccetera. La questione è che c’è gente intenta a lucrare sugli sforzi di altri e tutti assistono in maniera inerte. Decine di migliaia di persone impegnate nell’industria culturale perdono posti di lavoro, il cinema si comprime. Si finisce col fare meno produzioni di qualità a tutto vantaggio di quelle odiose fiction televisive con cani poliziotto e preti investigatori, mentre chi deve investire sul cinema non ha più risorse. Io lo trovo semplicemente folle e non certo perché voglio limitare la libertà della rete”.

Anche perché la libertà della rete non si può limitare per via della natura stessa del web.
“Non si può limitare perché nessuno fa niente. Esempio: il signor Megaupload adesso è in galera. Allora qualcosa si poteva fare... Se per anni all’utente un certo comportamento è consentito, o quanto meno tollerato, viene meno il senso stesso del disvalore di questo tipo di condotta. È diventata una pratica tanto comune che si è persa l’idea che si stanno ‘rubando’ contenuti. In realtà il vero problema è che non c’è mai stata una regolamentazione, per quanto con un margine di tolleranza. Non capisco perché si debbano assistere con aiuti di stato imprese decotte e poi si lascino perdere decine di migliaia di posti di lavoro in industrie che funzionano perfettamente, semplicemente per dare la possibilità a dei ladri di lucrare su contenuti di altri. Se qualcuno ti ruba soldi per strada è certamente un ladro, se uno guadagna soldi col tuo film, pare non lo sia. Manca del tutto la volontà di portare il sistema a una sostenibilità. È chiaro che poi esiste anche una responsabilità delle singole realtà che producono contenuti. Non appena ci si è resi conto che i CD non avevano più un mercato, si sarebbe dovuto immediatamente correre ai ripari mettendo i contenuti in rete a costi molto contenuti, con micro-pagamenti. Non avrebbe risolto il problema, ma forse lo avrebbe contenuto.

Un’operazione come quella dei Radiohead con “In Rainbows”?

radiohead

“Credo sia il peggior esempio che si possa fare, i Radiohead sono star planetarie, se qualsiasi altra band facesse la stessa cosa con il proprio album ne venderebbe tre copie. Non credo funzionerebbe con altri gruppi. Prendi una band italiana importante come, a puro titolo di esempio, Il Teatro degli Orrori: dubito possa permettersi di mettere online il disco con la formula ‘pagalo-quanto-vuoi’. Se il contenuto fisico fosse stato difeso in tempo adesso avrebbe un senso. L’unica cosa che il download selvaggio ha migliorato è lo sforzo per rendere l’oggetto fisico il più possibile elaborato, soprattutto in certe frange di musica che non è quella mainstream. Allo stesso modo, i dvd a volte sono diventati dei begli oggetti. Insomma l’industria ci ha messo del suo, non è che non se la sia tirata. L’aumento dei prezzi nel corso degli anni è stato assolutamente immotivato, il cd in origine avrebbe dovuto abbassare i costi della musica, non alzarli”.

Si può quasi dire che le industrie culturali stiano perdendo quanto guadagnato nel decennio precedente.
“C’è sicuramente stata una grossa fase di speculazione: chiunque abbia fatto un minimo di riflessione capisce di cosa si sta parlando. Non si può vendere una cosa a venti euro quando è costata tre. Così si prende in giro il pubblico potenziale e alla fine questo si stanca. In altre parole: tutti noi abbiamo sempre comprato i dischi, soprattutto prima dell’esplosione del web, dopo averli senticchiati un po’. Magari un pezzo era buono, ma il resto dell’album era tremendo e lo avevi pagato venti euro. Se ne avessi spesi otto avrei semplicemente pensato: ‘vabbè ho sbagliato disco’. Quindi diventa una speculazione da parte di chi produce, perché non c’è più rapporto tra prezzo finale di vendita e prezzo di produzione. Questo non ha aiutato, è stata una delle concause. Se da una parte il download selvaggio ha dato un segnale alle major sulla questione prezzi, dall’altro ha causato un effetto domino anche sulle etichette indipendenti, che già non si reggevano economicamente. Insomma è stata una tabula rasa che non ha risparmiato nessuno. C’è inoltre un altro aspetto: provate a pensare quanti talenti, potenziali o veri, si sono ritirati dalla vita artistica a causa dei dischi non venduti. Se non si vendono le opere si fatica anche a trovare ingaggi per i live e così via. Viene da chiedersi quanti abbiano fatto un tentativo per poi abbandonare il percorso artistico di fronte a riscontri economici particolarmente scarsi o nulli”.

Insomma il mercato nell'era del web ha bruciato dei talenti.
“Certo, in questa galassia infinita di pseudo artisti probabilmente c’erano talenti veri che hanno rinunciato perché non sarebbero mai riusciti a ricavare una resa economica dal loro estro. Questo è un elemento che non va sottovalutato, che ha tagliato le gambe alla nascita di facce nuove. Non c’è bisogno di leggere Retromania di Simon Reynolds per accorgersi che in giro ci sono solo dinosauri: guardi i tour e son sempre quelli. È difficile individuare qualche nome nuovo che si sia fatto largo da quando è venuto meno il filtro delle case discografiche. Un tempo si facevano scelte artistiche, che potevano ovviamente essere giuste o sbagliate, sulle quali si investiva; è un meccanismo che non esiste più, perché le case discografiche sono ridotte a una burla. In aggiunta bisogna tenere conto dell'atomizzazione del web dal punto di vista dei cosiddetti filtri, si pensi alle webzine o alle community. Ogni blogger raccomanda una cosa diversa, vista anche l’ipertrofia di 'prodotti' sul mercato, le nicchie e le nicchie delle nicchie in cui ognuno elegge il suo re per un giorno e il giorno dopo non sarà più lo stesso, perché nel frattempo ha scaricato altri dieci dischi”.

Però la rete contribuisce anche a far conoscere determinati artisti che in altri contesti non riuscirebbero ad avere visibilità.
“Sì, ma le informazioni sono talmente tante e frammentate che è difficile emergano delle voci che si impongano realmente. È ovvio che un parere di Pitchfork è più importante di quello del blog del mio vicino di casa. Però c'è lo stesso una frammentazione che rende difficile concentrarsi su determinati artisti. Il rischio è che ci sia un grande rumore di fondo da cui faticano ad emergere dei valori, perché in fondo la gente i contenuti non li ascolta più con attenzione. Raramente viene data una seconda chance a un disco che non ha convinto al primo ascolto, quindi i dischi difficili faticano a venir fuori, non gli viene dato il tempo. Anche perché se vengono scaricati illegalmente, questi non hanno alcun valore per chi li ascolta. Se un utente paga per un disco, prima di rimetterlo nel cassetto lo ascolta con attenzione, perché ci ha investito qualcosa. Invece se non ci si investe neanche un centesimo quel contenuto non ha valore e si può passare ad altro. Non è accettabile che la creazione intellettuale non abbia valore, chi dice il contrario mente sapendo di mentire”.

flaming lipsFoto di Luca Gavagna

Torniamo sul discorso concerti. Molti pensano che Ferrara Sotto Le Stelle dovrebbe iniziare a pensare a una location diversa per attrarre un pubblico maggiore, è qualcosa di plausibile?
“Ovviamente sì, ci pensiamo da anni, anche perché un paio di esperimenti erano stati fatti con Piazza Ariostea nel passato. Penso alle esibizioni di Pino Daniele e Jovanotti oltre dieci anni fa. Di recente assieme a dei tecnici ne abbiamo fatto stimare la capienza. Poteva essere e può essere una possibilità in più, però non si può pensare che siano economicamente sostenibili due allestimenti in contemporanea in Piazza Castello e in Piazza Ariostea. C'è anche da considerare che Piazza Castello è molto più gestibile di Piazza Ariostea, perché la prima non incide cosi tanto su uno degli assi portanti della città, cioè corso Porta Mare”.

L'annuncio della data di Paul Weller è stata per certi versi spiazzante. Com'è nata l'operazione?
“È nata perché si è presentata la possibilità, molto semplice. Inizialmente l’artista sembrava destinato a fare un tour in primavera, tanto che si era pensato ad un'esibizione al Teatro Comunale. Poi i piani sono cambiati e abbiamo capito di poterlo fare in Piazza Castello d'estate”.

Ha l'aria di essere una scelta un po' contro tendenza con il profilo classico del festival, abituato a proporre artisti in parabola ascendente.
“Non sono d’accordo su questa valutazione. Se guardiamo indietro nel tempo ci sono stati tanti artisti che sono venuti a Ferrara non nel loro momento di massimo splendore, non ci sono stati solo artisti in parabola ascendente. Paul Weller secondo me è un artista che ha fatto cose assolutamente straordinarie in carriera, ed è uno dei massimi compositori degli ultimi decenni. Uno che è sempre stato rispettato nella sua carriera solista, non ha mai fatto passi falsi dal punto di vista commerciale e non si è mai buttato via. Giusto per dire, senza l'opera di Weller oggi non ci sarebbero i Kasabian. È stato un punto di riferimento per tutta una generazione di artisti inglesi nel campo del brit-pop. E poi dal vivo è una bomba e sono veramente felice che Paul Weller venga a Ferrara. Aggiungo un'altra motivazione: la presenza di un artista del genere è significativa perché copre un’area di pubblico diversa da quella di Bon Iver e da quella dei Kasabian. Uno degli obiettivi che ci poniamo è quello di far sì che i singoli concerti non si sovrappongano troppo, quanto al pubblico potenziale, perché alla fine se vengono proposti concerti tutti rivolti allo stesso pubblico si rischia di perdere qualcosa per strada. Non è che la stessa gente può venire a Ferrara per tre giorni di seguito”.

kraftwerkFoto di Luca Gavagna

I nomi annunciati finora sembrano ricalcare questa scelta di diversificare i pubblici.
“Esatto. Tre nomi qualitativamente importanti, però con pubblici che si sovrappongono soltanto per una piccolissima parte. Io sono convinto che una parte di quelli che andranno a vedere Weller andrà a vedere anche i Kasabian, perché la matrice è quella. Una sovrapposizione c’è sempre, ma immagino che a vedere Weller ci sia un pubblico più maturo rispetto a quello di chi lo scopre solo ora perché Noel Gallagher ha contribuito a suo ultimo disco”.

Non è che ci troviamo Noel Gallagher sul palco a sorpresa?
“(Ride) Lo avrei visto volentieri sul palco con la sua band, magari il giorno dopo, piuttosto che in un'ospitata con Weller”.

I nomi annunciati finora non lasciano intendere di un festival ridimensionato con meno risorse, quindi dovremo aspettarci ulteriori colpi nelle prossime settimane?
“Farei prima a dire che non ne ho la benché minima idea, nel senso che gestendo risorse più risicate sicuramente dei riflessi sul Festival ci saranno. Che poi questo si riverberi in un numero maggiore di date nel cortile del Castello o in una riduzione del numero dei concerti in questo momento non saprei dirlo. Quest’anno per esempio è stato tagliato Bands Apart, che godeva di un finanziamento regionale...”.

Questa è una notizia.
“Sono stati tagli faticosi, perché tra l’altro Bands Apart era frutto di un lavoro di cinque anni che ha portato qui artisti di primissimo piano (Interpol, Arcade Fire, Arctic Monkeys, Lcd Soundsystem) e che rappresentava un marchio di specializzazione “indie” rispetto a un cartellone generale più eclettico. Purtroppo la mancanza di risorse ci toglie competitività rispetto alle città metropolitane, su cui prima si poteva giocare in anticipo. Ma adesso, ne abbiamo già parlato, da un lato abbiamo gli artisti che guardano ai cachet alti e dall'altro ci sono i tagli ai finanziamenti. Voglio essere chiaro e l'ho detto anche l'anno scorso: in questa fase è giusto così, ovvero che i soldi pubblici vengano spesi per problemi di carattere sociale prima che per la cultura. Ovvio che per chi fa il mio lavoro è sempre più difficile, ma occorre essere realisti e sarebbe miope prendersela con gli amministratori. Ci sono tali e tanti problemi in questo momento nel Paese che bisogna essere consapevoli di dover far fronte a questi tagli, mantenendo tuttavia un certo profilo”.

skunk anansieFoto di Sara Tosi

Ci saranno ancora esibizioni più...generaliste per attrarre il pubblico meno esperto? La mente torna al 2011 con la presenza di Subsonica e Skunk Anansie.
“È possibile. In passato c’è sempre stato il tentativo di non allontanare il festival dalla città, proponendo nomi più conosciuti, che potessero “parlare” anche ad un pubblico meno specialistico. Ferrara Sotto le Stelle ha l’ambizione di coinvolgere tutti i tipi di pubblico, per far sì che se ne sentano parte. Però al momento non c'è nulla di concreto perché, lo avrete notato, molti artisti hanno spostato i tour più avanti rispetto alla tradizionale collocazione del nostro festival”.

Un'altra anomalia che non agevola il tuo lavoro.
“Per niente. È sicuramente un fenomeno inedito e spero che quello dei tour che si spostano verso fine estate non sia un nuovo corso”.

Su questo fenomeno pesa anche la nascita dell'A Perfect Day Festival a Verona che sta annunciando artisti molto importanti?
“Non credo, purtroppo ci sono questioni logistiche per cui non competeremo mai con realtà come quella. Verona ha una capienza di dodicimila persone, noi di cinquemila. Quest'anno il problema non è solo Verona, c'è tutto un contesto generale di cui abbiamo già discusso”.

Viene comunque da pensare che in quel caso ci sia anche un forte sostegno di soggetti privati che a Ferrara non c'è o è piuttosto circoscritto.
“Mah, non saprei. Piuttosto c’è un fenomeno che molti non hanno notato e che incide sulle scelte degli artisti: alcune agenzie di booking indipendenti sono state assorbite dalle major discografiche. Soggetti di queste dimensioni, che non realizzano più profitti con le vendite dei dischi, hanno espanso il proprio business, invadendo altri campi, tra cui la gestione del merchandising e del live degli artisti, scombussolando di fatto gli equilibri esistenti”.

paolo conteFoto di Luca Gavagna

Questo ha cambiato anche la natura delle trattative per i concerti? È diventato tutto più impersonale?
“Personalmente con molti promoter continuo ad avere ottimi rapporti, la questione è che alcuni di loro hanno assunto un profilo molto più alto di prima. Ovvero stanno facendo un salto di qualità: un po’ perché se lo sono guadagnato, investendo su artisti che poi sono diventati importanti, un po’ probabilmente perché la nuova struttura gli permette di ammiccare più al mainstream rispetto all’attività sulla musica indipendente pura e semplice. È chiaro che un cambiamento di questo tipo non favorisce una realtà piccola come la nostra, per noi avere un rapporto diretto con strutture più agili era strategico”.

Ecco il link dove poter conoscere le ultime novità di Ferrara Sotto le Stelle 2012

07-05-2012 - visite: 8106

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