La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
Dove sei: OcchiAperti.Net > Notizie > Cartoline Perugine > Libia: i ragazzi e la rivoluzione

May 21 2012

Approfondimento dall'IJF 2012

Libia: i ragazzi e la rivoluzione

di Giorgia Pizzirani

Dal velo ai social network: voci e vite di ragazzi che non si arrendono, in un documentario vincitore del premio Ilaria Alpi

ijf_ap10
Non occorre essere eroi per fare del bene. Esattamente, come raccontava Arendt, non occorre essere malvagi per fare del male. Bene e male li fanno le persone comuni, quelle che si vedono per strada, in autobus, sedute in un banco di università. Questo ci raccontano i protagonisti del documentario “Libia: i ragazzi e la rivoluzione" di Gian Micalessin e Francesca Ulivi, Premio Ilaria Alpi 2011 per il Miglior Reportage, che propone eventi, episodi e testimonianze che lo hanno portato a essere un Paese della Primavera Araba. A cominciare dal 17 febbraio 2011, ricorrenza del giorno in cui, nel 2006, un allora ministro Calderoli indossò una maglietta con vignette satiriche su Maometto, sfregio alla cultura islamica. Il video, raccontato attraverso un viaggio in auto attraverso la Libia e interviste a più voci, assume i contorni nitidi da inchiesta che riprende la filosofia di fondo di questa edizione del IJF: andare a fondo, partecipare attivamente e mettersi dalla parte di chi la guerra la vive e la subisce e non di chi la fa, il punto di vista della gente, restituire allo spettatore ciò cui si assiste.

Il desiderio di normalità insegue i protagonisti dai quali è a propria volta inseguita: facebook, playstation, università, musica pop non sono appannaggio del mondo occidentale, ma miraggio e panacea di una richiesta di normalità tanto più forte quanto più desiderata da un Paese lacerato tra conflitti economici, e da un uomo col cappello che non lascia altra scelta se quella di scendere in strada, aggregarsi, arruolarsi. Chi immagina le persone raffigurate così lontane dalla propria vita ordinaria, sbaglia: il desiderio di normalità e le loro parole sono attuali e quanto mai vicine. Desiderano fare capire al mondo che il loro popolo – la Libia - non è quello descritto dai media, non è di terroristi né di nichilisti, ma di persone come altre, le cui donne possono ora decidere se indossare il velo e partecipare alle proteste che in strada rumoreggiano, a favore della promessa no-fly zone. Chi sta dall’altra parte dello schermo, siano ragazzi o ragazze, intraprende strade differenti per inseguire lo stesso scopo. C’è chi si impegna socialmente e chi imbraccia un fucile; chi si occupa di dare da mangiare a chi non ne ha; chi invia messaggi video ai fratelli lontani, incoraggiandoli a resistere e mandando loro semplicemente un saluto. Come ogni situazione di difficoltà, fa emergere lati coraggiosi, forti, ribelli. Ci si mette al servizio dei propri ideali e delle persone, della mente e della carne martoriata. Ci sono le donne, in prima linea, che assumono maggiore autonomia, riprendono i diritti negati e ricostruiscono la democrazia, assumendo ruoli di responsabilità; che richiedono a gran voce la zona d’interdizione di volo.
ijf_ap11
Ines ha 23 anni, fa la fisiatra, è appassionata ascoltatrice di musica pop ed è una attivista. Insieme a Mawada, 20 anni, studentessa di informatica, aiuta gli insorti e le famiglie dei caduti; prepara con ai bambini una manifestazione di appoggio alla rivoluzione, insegnando loro parole e canti, disegnando caricature e montando un documentario che dimostri tutto quanto è successo dalla metà di quel febbraio 2011. Per fare in modo che non venga dimenticato, per fornire strumenti di difesa e di critica alle giovani generazioni. Anche la madre di Mawada partecipa, prepara pasti per bambini e adulti che non hanno perso tutto. Ci sono i ragazzi. Mustafà è uno studente universitario appassionato di playstation; mostra un braccio che ancora può definirsi tale grazie a una staffa d’acciaio, dopo essere stato colpito dall’esercito di Gheddafi alla partecipazione di un corteo dinanzi alla Katiba, la caserma principale di Bengasi. Il suo amico Tarek, che studia ingegneria ed è fiero di essere boyscout, è volontario nel cimitero del paese, aiuta a seppellire i corpi delle persone rimaste uccise nel corso delle manifestazioni. Mohammed, che di anni ne ha ventuno e studia archeologia, dorme sul lungomare da quando la guerra è iniziata; con altri volontari condivide una tenda, che ora è divenuta punto di riferimento per tutta la popolazione della propria città, distribuendo cibo e medicine, come forma di protesta alternativa, e che non intende andarsene, fino a quando il regime di Gheddafi non sarà caduto. C’è Anoos, studente universitario e giocatore di pallacanestro, che si trova a Ras Lanoof; come Mohammed, porta aiuti al fronte, soccorre i feriti; se necessario, spara. Un video preparato per lui dalla sorella Ines, in cui lo incoraggia sorridendo a resistere, gli è consegnato da Mohanned, ventuno anni, studente di medicina, da Rafik e Saad studente e laureato in economia, che nutrono ammirazione nei confronti di Anoos per il fatto di essere al fronte, per la sua determinazione nell’andare avanti fino a quando la Libia non sarà liberata, o sino a quando i combattenti non moriranno. Perché, racconta Tarek, "il sapore della libertà costa caro”.

Scritto da: Giorgia Pizzirani

Data: 21-05-2012

Condividi questa pagina:

Articoli correlati

Visite: 3291 - crediti - redattori

Login

Comune di Ferrara
Assessorato alle Politiche per i Giovani
Reg. n. 05/2004 Tribunale di Ferrara

Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.

Michelangelo Antonioni

Powered with CMS Priscilla by ^____^ - XHTML/CSS Design by petraplatz

feed RSS Succede in Giro

feed RSS Ultimi Articoli