La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Jun 15 2012

Ricostrui-Amo l'Emilia

di Grazia Russo

Il terremoto e la memoria storica

Una lamiera, un foglio grandissimo di lamiera, mosso con violenza ricrea solo lontanamente il rumore sordo, improvviso, e terribile del boato. Il boato che precede e accompagna il terremoto e che si è sentito distintamente la notte del 20 maggio, e ancora quella del 29 e poi ancora nelle altre numerose scosse, che stanno facendo tremare l’Italia, ha svegliato e tiene svegli tutti. Il risveglio è dei più brutti, traumatico, corsi fuori dalle nostre case, quelle stesse case sicure, quei tetti che offrono riparo e che danno l’idea di nido, rifugio, dove piangere, studiare ridere e fare festa; improvvisamente sono diventati luoghi pericolosi, dai quali tenersi alla larga. Come profonde rughe che solcano il viso di un anziano signore, così le case del centro storico di molti paesi del ferrarese e non solo, si presentano seriamente provate, invecchiate di colpo e decadenti, pericolose anche e pronte al crollo . Tutti fuori senza scarpe e con i capelli disordinati, senza trucco, in mutande, con le chiavi e una coperta, recuperati chissà come in un momento di lucidità durante gli attimi confusi della fuga.
macerie terremoto
I telefonini fuori uso e negli occhi il panico, la paura di chi ha sempre creduto che Ferrara, non era in una zona sismica e si ritrova a fare i conti in un lampo con un terremoto del 1570 e il sito dell’INGV (Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia). In molti non avevano mai sentito parlare di questo sito, chi immaginava che sotto i nostri piedi corressero e corrono da giorni delle vibrazioni, molto deboli e che non percepiamo. Certo, siamo una penisola con vulcani attivi, certo, abbiamo memoria di numerosi terremoti: a Messina, in Friuli, in Irpinia, ad Assisi, l’Aquila, solo volendo elencare i più recenti e violenti, ma in Pianura Padana, no! Eppur si muove, trema e si fa sentire. Inutile entrare nel merito della portata di un evento sismico: cause, aggravanti, intensità, di questo ne hanno parlato e ne parlano abbondantemente tutti e ciò che emerge è che se c’è una cosa che è certa, a oggi, è che i terremoti sono imprevedibili.

Ciò che deve rinascere dopo i danni, i morti e la paura è la speranza di una ricostruzione. È l’Italia dei campanili che se ne va. Questo terremoto in modo quasi chirurgico ha colpito tutti i maggiori monumenti storici di questa terra medievale che è l’Emilia. Torri merlate, castelli, chiese e campanili, si sono accartocciati su loro stessi come castelli di carta. Restano nuvole di polvere e macerie. Lancette di orologi andate in frantumi, o orologi fermi alle 04:06, a quella maledetta ora del 20 giugno, quando tutti siamo rimasti con il fiato sospeso. Ripartire però si può, ripristinare pietra dopo pietra non è una missione impossibile, è stato già fatto, ed è una storia di recupero, passione e amore tutta italiana, che ha portato il paese di Venzone, in Friuli, a risorgere a nuova luce a seguito del terremoto che lo aveva raso al suolo nel 1976. Con la anastilosi, – tecnica con la quale in architettura e soprattutto in archeologia, si intende la ricostruzione di edifici crollati, spesso a seguito di eventi sismici, attraverso il riuso dei pezzi originali, raccolti e ricollocati laddove si trovavano precedentemente – è stata ridata nuova vita anche all’Abbazia di San Francesco ad Assisi, che dopo il sisma del 1997 non aveva lasciato più nulla delle pareti del soffitto affrescate da Giotto e Cimabue e che sono state ricostruite, grazie al recupero di quasi trecento mila frammenti pittorici duecento mila dei quali, hanno ritrovato la loro collocazione originaria e ora sono sinonimo di rinascita e di conservazione del patrimonio e della memoria storica di quella terra.
Chiesa di Mirabello con campanile

A cadere con i campanili e a fermarsi, come le lancette dell’orologio di S. Agostino, nel ferrarese, non deve essere il sentimento di amore che le persone dei piccoli centri hanno per i propri territori. La piazza, il municipio, la chiesa: sono i centri in cui da sempre in Italia si concentra e si raccoglie la vita di una comunità, centri di aggregazione, luoghi in cui ritrovare su ogni facciata il sentimento profondo di appartenenza ad un posto. Dove sentirsi a casa e da lì ripartire. Il campanile di Mirabello, che svetta isolato sulle case, e che ha resistito al sisma delle scorse settimane, è ben visibile anche da lontano, dalla bassa campagna padana, grazie alla sua notevole altezza e ricorda molto i campanili di cui ci parla Proust, in un passo memorabile della Recherche.



"Combray, di lontano, a dieci miglia all'intorno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell'ultima settimana prima di Pasqua, era soltanto una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare, come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo."

…"Come l'amavo, come l'ho ancora davanti, la nostra chiesa!"…

"Il campanile di Saint-Hilaire lo si riconosceva da lontano, profilarsi nella sua linea indimenticabile all'orizzonte, su cui Combray non appariva ancora; quando, la settimana di Pasqua, dal treno che ci portava da Parigi, mio padre lo scorgeva balzare alternativamente da un lembo all'altro del cielo, menando in corsa per ogni senso il suo galletto di ferro, ci diceva: "Su, prendete le coperte, siamo arrivati".


M. Proust, La Recherche
Du côté de chez Swann, vol. 1




Foto di Grazia Russo: la 1° mostra il particolare dell'ingresso del Duomo di Finale Emilia; la 2° la facciata distrutta della chiesa di Mirabello.

Scritto da: Grazia Russo

Data: 15-06-2012

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