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Jul 05 2012

Lacune

di Lucia Brandoli

Se la musica contemporanea è rumore, che cos'è invece l'architettura?

inacasa
Sembra che la gente - le persone, le masse (perché in fondo è pur di questo che sono composte: persone) - non riesca ad abituarsi al salto culturale che gli artisti, i maestri, i cultori le abbiano voluto imporre. Come una fibra elastica e lassa al tempo stesso le grammatiche artistiche si sono allungate, torcendosi in avanti, allontanandosi sempre di più, lasciando indietro il genere umano, che guardandosi intorno senza trovare un riferimento – improvvisamente abbandonato – è regredito, si è voltato verso l’unica cosa che vedeva, riconosceva (il passato) e i suoi gusti si sono perciò involuti.

Questo processo sembra essersi manifestato tanto in campo musicale quanto architettonico-urbanistico. Le utopie moderniste - se di utopie vogliamo parlare - o per meglio dire, le avanguardie – un po’ antiquate e ingenuamente illuminate, ma a tutt’oggi solide e oneste nei loro fondamenti (e sto pensando più a Mies van der Rohe che a Le Corbusier) - proclamavano una “rivoluzione” architettonica, un rinnovamento radicale del modo di pensare e di fare architettura direttamente derivato da un modo nuovo di vivere e di fruire lo spazio. Stando a quanto è possibile vedere oggi, però, poco di fondamentale è cambiato. O meglio, sembra che l’architettura tanto auspicata dai promotori del “tecnicismo” – quella serie di modernisti (di “epigoni”, se vogliamo) che partendo dalle mosse dei maestri ha promosso una rivoluzione tecnologica - si sia sì avverata, ma su un piano prettamente economico - invece che socio-antropologico - o in maniera troppo involuta perché possa giustificare un gap temporale di quasi un secolo. E’ cambiato, forse, in alcune zone del globo più “favorevoli”, il modo di costruire le case, ma non credo sia intimamente cambiato il nostro modo di viverle. E con questo mi riferisco al modo di percepirle. Sono cambiate le modalità, non l’essenza. Non alleviamo più polli nel cortile dietro casa, li compriamo al supermercato – e qui si creerebbe un enorme e altro spin-off. Purtuttavia l’entrata in scena di un’inedita complessità logistico-economico-tecnico-produttiva non ha fatto sì che l’uomo si evolvesse, si consapevolizzasse (e non necessariamente dal punto di vista politico - sto ancora parlando di una sfera privata, di fruizione, quasi primitiva, di adattamento e sopravvivenza – da un punto di vista del senso comune Wittgensteiniano) ma che l’uomo si involvesse, perdendo addirittura quella sensibilità implicita che ricavava dal fare le cose.

L’umanità dei grandi numeri – e con questo non intendo necessariamente quella “occidentale” o “occidentalizzata”, ma quella che occupa un generico ceto medio: l’umanità che vive all’interno del mondo “evoluto” o “in via di evoluzione” - non è veramente pronta a vivere in uno spazio diverso, o meglio, non lo sente come necessario. In altre parole: si potrebbe adattare comunque a qualsiasi tipo di spazio. E per spingerci oltre: non solo non avverte come necessaria una rivoluzione del diagramma del vivere, ma spesso non percepisce nemmeno il disagio di un servizio mal progettato. Ancora meglio, vi si adatta. Lo subisce - senza intelligerlo.

frankfurter cuche Per questo è ancora così facile truffare sull’urbanistica e sulla pianificazione – per fare i due esempi più evidenti. Le nostre città, probabilmente - per fare una relazione azzardata - non sono qualitativamente “migliori” delle città dell’Impero Romano, o di quelle ideali del Rinascimento. La gente – questo nome collettivo che forse nemmeno esiste - non sa cosa vuole e spesso ha smesso di volerlo. L’uomo comune non riesce più a seguire e a comprendere il proprio tempo, perché la conoscenza si è iper-specializzata, è verticale nello Spazio invece che nel Tempo. Sì è giunti ad un grado di complessità e relativismo, meccanicismo e aleatorietà troppo elevato perché il singolo - né tanto meno la massa - possa comprenderlo, analizzarlo e di conseguenza emettere un “giudizio”, assumere un punto di vista che si distacchi da quel sensus communis che ci muove fin dalla nascita, ammettere una responsabilità. L’individuo occupa il suo posto nel sistema e si limita ad assolvere un ruolo prestabilito (dal suo stato sociale, dalle sue decisioni, da quelle altrui, non importa - ora), ma non in una prospettiva ideologico-totalitaria, bensì osservato da un punto di vista utilitaristico-egoistico. Svolgo il compito che devo portare a termine, ma appena se ne presenta l’occasione favorisco il mio bene, non quello dell’apparato che sto servendo: mi servo dell’apparato. Perché l’apparato mi sfrutta. Il sistema prolifera e sembra vivere di vita propria, e l’uomo ne è diventato nient’altro che un parassita, nemmeno un ingranaggio. L’uomo dipende dal sistema appena inizia a sfruttarlo per i suoi fini.

A volte mi chiedo se non siamo immersi in un nuovo medioevo tecnicista. Le volontà sono anestetizzate dal cibo e dal divertimento - o da quello che si presume tale, crediamo tutti di avere il diritto di essere felici e ci nutriamo dell’infelicità degli altri o di noi stessi, perversamente. Quale rimane quindi il compito dell’architettura? Occuparsi soprattutto di chi è ancora in una condizione di vita preoccupantemente disagiata? Ma allora si pongono problemi urbanistici molto diversi da questi ed è forse qui che si può finalmente oltrepassare il confine, proprio in questi mondi apparentemente tanto legati alla tradizione, all’origina(r/l)ietà: dimenticare l’Europa.

Scritto da: Lucia Brandoli

Data: 05-07-2012

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Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.

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