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Jul 13 2012

L’impero celeste: la Cina cambia?

di Giorgia Pizzirani

Riflessioni sull’impero celeste nell’ultimo numero di East 41

Il dossier n. 41 di East, rivista di geopolitica che analizza e descrive i differenti panorami culturali, economici e politici dell’est del mondo è dedicato alla Cina. Presentato alla VI edizione del Festival internazionale di Giornalismo di Perugia, è stato oggetto di dibattito da parte dei giornalisti Astrit Dakli e Maria Cuffaro, e dalla docente della John Cabot University Claudia Astarita.
East41 Tra sogni e avverate profezie, l’ultima superpotenza mondiale comincia la propria avventura capitalista proprio nel 1989, quando politica, cultura ed economia stanno creando l’accesso al mondo della Cina, di cui è già seconda potenza. Ottobre sarà un mese chiave per il 2012, anno del Drago, che vedrà avvicendarsi, nel corso del XVIII Congresso del Partito Comunista, i rappresentanti di due volti della Cina contemporanea: l’esponente dei principi conservatori Xi Jinping nel ruolo di Presidente, e il riformista Li Keqiang nel ruolo di Primo ministro. In questo cambio della guardia politico, in cui si avvicenderà la quinta generazione, saranno i consiglieri ad avere ruolo fondamentale nella politica, in una transizione che il governo si propone di raggiungere da questo 2012, favorendo un modello di crescita sostenuto dalla domanda interna e aumentare l’impulso all’economia cinese. Il mercato cinese, non più improntato all’autosufficienza, lontano dall’essere chiuso e sospettoso nei confronti del resto del mondo, investe molto in beni e imprese del sud del mondo: in Russia, con la quale la Cina intrattiene scambio energetico di idrocarburi; in Africa, dove il celeste impero coltiva partnership economiche con una presenza vasta; in America Latina e, recentemente, anche in Europa, per motivi legati a risorse economiche ed energetiche, dove è forte la presenza di capitali sviluppati e grandi aziende hanno bisogno di liquidità. Tra il primo mercato mondiale e prima potenza manifatturiera al mondo l’interscambio sarà nei tempi immediati e futuri una importante base per la crescita dell’economia globale. Alla crescita dell’economia cinese è inoltre seguita una presa di coscienza da parte dei lavoratori, richieste e lotte per contratto collettivo e contratto del lavoro, che costituiscono oggi il motivo per cui ancora le persone si battono. É confermata la centralità del partito, anche se nuove imprese private sono nate, accanto a quelle controllate dal governo.

L’attivismo è maturato in seguito alla condivisione di stesse condizioni sociali e stessi problemi economici, collante solidale e promotore di azioni collettive quali scioperi – non garantiti da leggi scritte, proteste e rivendicazioni da parte dei lavoratori – soprattutto nel settore manifatturiero. Governo cinese e sindacato ufficiale (Acftu) hanno dovuto prendere atto del movimento dei lavoratori e della loro capacità di organizzativa, acuita/accresciuta in seguito al radicale programma di ristrutturazione che hanno portato al drastico calo delle ‘ciotole di riso fatte di ferro’ (garanzia di lavoro, casa e assistenza sanitaria a vita assicurate ai lavoratori): l’aumento del calo di lavoro nelle imprese pubbliche a fine anni Novanta, favorendo le assunzioni nel settore privato, non ha tuttavia coinciso su di una giusta tutela dei diritti dei lavoratori. Alla situazione si è cercato di porre rimedio attraverso il concetto di società armoniosa, incentrato sulla introduzione di migliorie nel sistema socio-economico. Secondo una precisa e nuova filosofia: non investire all’estero per crescere nel mondo, bensì allo scopo di consolidare il proprio business interno.

Neppure il mercato culturale è esente da queste trasformazioni. A partire da quello dell’innovazione: i cinesi, un tempo incontrastati re dell’imitazione e della riproduzione artistica e non, ora puntano alla creazione e alla innovazione, affidandosi a concetti quali proprietà intellettuale, difesa del diritto d’autore e difesa del marchio. Imitazione e riproducibilità lasciano così il passo alla necessità di promuovere il progresso di scienza e tecnologia, obiettivo che ci si propone attraverso il dodicesimo Piano quinquennale (2011-2015) attraverso il quale si passerà dal made in China al designed in China. Già sono aumentati i brevetti registrati, anche alle innovazioni provenienti dalle università grazie agli investimenti da parte del governo. Ma è in atto anche una seconda Rivoluzione culturale, promossa nell’ottobre 2011 dal Partito, e non del tutto dissimile da quella promossa da Mao durante gli anni Sessanta: se dopo la Seconda Guerra Mondiale il soft power americano è riuscito a veicolare e promuovere una cultura che ha influenzato l’intero ambito occidentale, oggi è quello mutevole e multiforme della Cina a fare capolino. Ne sono esempi l’industria cinematografica e l’industria culturale in generale, che desiderano farsi conoscere/penetrare nella civiltà occidentale promuovendo nel contempo sviluppo della cultura socialista, attribuendo dunque agli aspetto ludico lo stesso ruolo che deterrà, nell’ottica di partito, la riforma economica, politica e sociale.

Ma il Paese del Drago è anche un luogo che vive di contraddizioni. Perché se è vero che da un lato si è avverata la profezia di Mao degli anni Cinquanta, e la Cina è ormai una superpotenza, dall’altro si trova a dovere fronteggiare zone calde e rapporti contraddittori. Il rapporto con il Tibet, annesso con la forza e in cui le proteste che sfociano in bagni di sangue non accennano a placarsi; c’è la città di Kashgar, antico snodo delle tre principali diramazioni della via della seta e ora rasa al suolo, in seguito alla demolizione di moschee, mercati e abitazioni di gran parte della città vecchia; e l’isola felice di Hong Kong gode tutt’ora di una libertà completamente diversa dal sistema Cina, grazie al principio two country, two systems negoziato tra Cina e Gran Bretagna prima che l’impero britannico riconsegnasse alla legittima proprietà territoriale Hong Kong, quindici anni fa. Un’isola felice di accessi Facebook e Twitter, di stampa non soggetta a censura, di possibilità di manifestare contro un potere costituito senza bagni di sangue che però, a una analisi più approfondita, cozza contro un muro di cartone alla Truman Show. Con proprietà dei media e governatore riconducibili a persone molto vicine al Partito comunista e dunque al potere centrale cinese, che viene tenuta d’occhio dall’alto senza turbarne gli equilibri, essendo cruciale per lo sviluppo economico della madrepatria. Dalla via della seta alla “Cindia” di Federico Rampini, sono dunque aperte incredibili possibilità al Celeste Impero, che sta senza dubbio tornando agli antichissimi splendori, convogliando antica tradizione e nuovo sapere, tra contrasti e successi.

Scritto da: Giorgia Pizzirani

Data: 13-07-2012

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