La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Aug 31 2012

Maria Kessler

di Sara Draghi

Ha smesso di piovere da poco (1° parte)

L’importante è avere una storia da raccontare.
E io ne ho una.
Anzi, tante.


Foto segnaletica di Maria Kessler in bianco e nero

Ha smesso di piovere da poco, sono le sei meno due minuti del mattino e io sto andando a lavorare in bicicletta. Sono in ritardo. Appena entrerò dalla porta automatica troverò il guardiano di notte addormentato sulla scrivania della reception, con un solitario lasciato a metà sullo schermo del computer. Quando sentirà la porta scorrevole aprirsi avrà un sussulto. Si ricomporrà e mi saluterà con un sorriso incosciente. Salirò le scale con la moquette azzurra ed entrerò in cucina. Accenderò il forno e il bollitore dell’acqua, aprirò le finestre, accenderò le luci, controllerò il numero giornaliero dei clienti, riempirò le ciotole con tre varietà di marmellate, taglierò il formaggio, affetterò il prosciutto, verserò i tre succhi di frutta nelle loro rispettive brocche, metterò in cottura le uova e infornerò le brioche.
Mi berrò un cappuccino.
Alle sette arriveranno i militari reduci da una notte di rastrellamenti e bombardamenti nel cielo notturno libico. Gradiranno 2 uova, prosciutto, pane e una tazza di caffè americano fumante.
In sequenza scenderanno nella sala delle colazioni: operai specializzati, rappresentanti, liberi professionisti, uomini d’affari, un orda di turisti di nazionalità francese e tedesca ultra sessantenni con un impellente necessità di razziare ogni sostanza commestibile presente sul banco del buffet e per ultime, isolate, alcune coppiette sfibrate da una nottata di sesso.
Ascolterò le improbabili richieste dei clienti del tipo: «Vorrei un cappuccino con caffè d’orzo macchiato tiepido con schiuma a parte e la mosca». «La mosca!?!? ». «Si. Un chicco di caffè» mi risponderà stizzito. L’altro giorno un signore mi chiama schioccando le dita, gesto che mi dà oltremodo sui nervi. Mi avvicino con la dovuta calma al suo tavolo e questo mi fa notare con disappunto che la qualità di thè da noi servita è uno schifo. Gentilmente gli ricordo che quella qualità di thé è di importazione inglese nonché una tra le migliori sul commercio. Poi mi accorgo che nella sua tazza galleggia una bustina bianca. É pepe nero. «Mi scusi, Signore, ma quello non è thé. É pepe! » Trattengo tra i denti una risata sardonica. «Ah! Dicevo io».

Il sole filtra tra le tende della sala ricordandomi che è già metà giugno. I tigli rilasciano le loro ultime note di profumo, che galleggiano nell’aria come una cantilena nostalgica, come un arrivederci, ed io, chiusa nella mia cucina superaccessoriata, ingessata nella divisa da hostess, penso: BELLA MERDA.
Insomma, questo non è quello che avevo immaginato quando camminavo nei corridoi dell’università stracarica di tomi dai titoli altisonanti, con la nevralgia, il torcicollo e una persistente acne giovanile da stress. Ero chiusa nella mia sala d’attesa, pronta a spaccare il mondo, a partire, piena di sogni e progetti. Ed ora eccomi qua, appena fuori dall’uscio, con la porta che si sbatte rumorosamente alle mie spalle.

Il capo mi fa notare che le mie scarpe da tennis non sono in buono stato. Che sono sciatte. Con la sua voce nasale da bocconiano avanguardista mi ricorda che oggi bisogna sorridere, correre ed esaudire ogni desiderio dei nostri illustri clienti.
Si, perché oggi sono ospiti dell’Hotel Stella Cadente alcuni dei maggiori esponenti di un noto partito politico italiano, impegnati per l’intero finesettimana ad una convention dove, a loro parere, si decideranno le sorti del paese “che qui si fa l’Italia o si muore. In una bella giornata di sole”,

La tavola del buffet è stata rivoluzionata durante la notte, si è trasformata in un opulento banchetto nuziale baroccheggiante, con l’argenteria tirata a lucido, le tovaglie con decorazioni floreali in broccato ed il cibo che trabocca dai piatti. Prima di entrare, davanti al portone d’ingresso dell’Hotel, noto una Ferrari nera parcheggiata nel bel mezzo del marciapiedi. I signori scendono nella sala colazioni alle 9.30. Prima di loro arrivano, precedendoli di un ora, le quindici guardie del corpo, con fare serio e circospetto si guardano intorno, si accomodano a tavoli diversi e consumano la loro colazione in rigoroso silenzio.
Mi chiamano per un servizio in camera. L’onorevole M., ministro quota rosa, ordina un caffè lungo. Mi sistemo la giacca, mi aggiusto il fermaglio dei capelli e salgo le scale fino al primo piano con il caffè che vacilla nella tazzina. Cammino lungo il corridoio in punta di piedi. Attraverso le porte chiuse a chiave sento i politici discutere tra loro. Nelle stanze di questo edificio, attorno ai letti disfatti, si sta scrivendo la storia d’Italia ed io, signori, ho l’incredibile possibilità di entrare nella storia, per un attimo, una comparsata appena. Ho in mano il loro destino, e non lo sanno ancora. Sono l’anonima cameriera vestita di nero che serve loro un caffè, a cui non hanno nemmeno l’obbligo morale di volgere uno sguardo di gratitudine.
M. mi apre la porta in camicia da notte in seta rosa. A vederla da vicino sembra più vecchia e più umana.

Torno in sala che i politici sono già seduti a tavola. Urlano come ossessi, discutono di partiti, intrallazzi, spettegolano degli altri parlamentari, degli inciuci tra fazioni diverse. Hanno tutti più di cinquant’anni. Accanto ai volti noti, gravitano grappoli di sconosciuti e una corte di donne, alcune delle quali molto belle e non più giovanissime. Nel gruppo noto un uomo flaccido, tra i cinquanta e i sessant’anni, con i capelli impiastricciati di gel leccati all’indietro a coprire le calvizie, vestito in abiti griffati ma indossati senza la minima eleganza. La camicia è sbottonata fino allo sterno con le maniche arrotolate e una catena d’oro gli penzola sul petto. Lui è diverso dagli altri. Fa di tutto per attirare la mia attenzione. È seduto accanto ad una ragazza di trent’anni, vestita da cubista. Scopro in pochi minuti di conversazione che è lui il proprietario de “IL Ferrari” parcheggiato sul marciapiedi. L’uomo si dimostra docile e gentile, quanto semplice e tamarro. Quando ormai la sala inizia a svuotarsi rimangono ancorati al loro tavolo, trangugiando torte alla cioccolata e cornetti alla marmellata. Con mia enorme sorpresa, dopo aver tessuto le lodi del partito, mi domanda informazioni di tipo culturale sulla città. Rimango sconcertata per alcuni secondi. Mantenendo un profilo basso soddisfo le sue curiosità intellettuali fornendogli notizie sulla storia della nostra città e sui principali monumenti. Dopo pochi minuti di spiegazione l’uomo inizia a roteare gli occhi, gli partono tic nervosi alle dita delle mani, è in evidente stato disagio ed inizia a sudare eccessivamente. È chiaro che è al limite. La ragazza non mi presta attenzione, ma quando le rivolgo lo sguardo mi fa enormi sorrisi, ha il rossetto rosso che le macchia i denti.
Vista la situazione, cambio le carte in tavola e inizio a raccontare delle fandonie degne delle migliori leggende metropolitane. Per un momento mi dimentico che sono sul posto di lavoro e che ci sono tavoli da sparecchiare e clienti da servire.

“La città degli zingari”
Una volta, in un campo dietro le mura della città dove adesso non c’è niente, solo una pista ciclabile, c’era la città degli zingari. Era proprio dietro la casa dove sono cresciuta con mia nonna e i miei genitori. Mia nonna Luisa mi diceva sempre che se non finivo la minestra mi avrebbe venduta al circo. Mi faceva del terrorismo psicologico e io sono cresciuta con questo rimorso. Quando arrivava l’estate portava con se la ruota panoramica, gli animali ed il tendone rosso e bianco. Dal mio balcone vedevo luccicare le luci della città dei nomadi e mi ubriacavo di fantasie orientali popolate di uomini, elefanti, carovane e terre sabbiose.
Gli intoccabili, i fabbricatori di pentole di rame, le chiromanti vestite di abiti logori e variopinti, giravano come un vortice nella mia immaginazione infantile.
In quella città, sapevo, viveva anche Maria Kessler.

Continua.....


Maria Kessler è una scrittrice e artista di etnia romaní. Vive tra l’Italia, la Germania e il Kosovo.
E.mail: mariakessler_artist@yahoo.com

Scritto da: Sara Draghi

Data: 31-08-2012

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