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Il dittatore
Cohen nel Paese delle meraviglie
Un film di Larry Charles
Con Sacha Baron Cohen, Ben Kingsley, Jason Mantzoukas, Anna Faris
Titolo originale: The Dictator
Commedia, durata 83 minuti
USA 2012 – Universal Pictures



L’ultima creatura di Sacha Baron Cohen si chiama Haffaz Aladeen. Unico signore di un immaginario Stato africano, nemico giurato della democrazia – che combatte promettendo solennemente che non entrerà mai nel proprio Paese! - e strenuo difensore della dittatura come valida forma di governo per garantire interessi, ricchezza e prosperità. Le proprie. Circondato da un esercito di bellissime donne soldato, all’occorrenza anche amanti, e riverito da uno stuolo di funzionari e cortigiani che in realtà lo deridono e lo temono, in costante rischio di essere condannati a morte in virtù di un suo capriccio (dell’ ignorante sovrano), tra cui lo zio Tamir (Ben Kingsley), capo della polizia segreta e della sicurezza, impegnato in un complotto omicida ai danni del nipote, allo scopo di divenirne lui stesso il sovrano intessendo ricchi affari poco puliti con altri Stati. Antioccidentale, borioso e infantile, si scopre che il volubile sovrano ha in realtà un grande bisogno di affetto e di coccole, che va a ricercare in personaggi famosi di cui conserva effimeri ricordi con fotografie di cui è tappezzata la propria camera da letto. Dietro alle sue cento e più competenze –lo spettatore scoprirà durante lo svolgimento- è campione centometrista e chirurgo ventennale.
In seguito a richieste dall’Occidente per inviare un ispettore nello stato (in cui fervono progetti e ricerche su missili) si sospetta qualcosa di poco chiaro, e Aladeen vola a New York allo scopo di rassicurare le Nazioni Unite sul fatto che presto Wadiya diverrà democratica. Ma, scampato di un attentato ordito dal perfido zio, in seguito al quale è costretto a radersi la barba di Bin Ladeniana memoria, è porta a essere straniero e ricercato nella terra della libertà, gli Stati Uniti. Senza identità ma pieno di risentito orgoglio patrio, si mescola a una dimostrazione proprio contro alla delegazione di Wadiya che sfoggia ora uno degli innumerevoli, dementi sosia del sovrano, diventandone paradossalmente l’eroe temporaneo grazie allo slogan “Non è il legittimo leader”. Salvato da Zoe, attivista e proprietaria di un negozio equo-solidale che lo assume credendolo un rifugiato politico, ha la possibilità di apprezzare le grandi ricchezze morali della vera democrazia. Così, l’ignorante continua impune e beato a picchiare ragazzini, insultare minoranze etniche e rifugiati politici, tentare di eliminare bambine appena nate.
Ma è proprio grazie a Zoey, con la quale nasce del tenero, che riesce a introdursi infine alla conferenza in cui l’usurpatore dovrebbe formare la costituzione della democrazia, strappando il foglio ma pentendosi subito dopo per amore di Zoe e facendo di Wadiya un Paese (quasi) democratico. Fino a un certo punto, chiaro.

Molto più simile al giornalista kazako Borat negli ideali misogini, sessisti e violenti, che non allo stilista austriaco Bruno, ingenuo e kitsch nella sua immediatezza e semplicità, è un altro dei personaggi partoriti dalla mente e dal corpo di Cohen, che una volta di più si rivela estremamente abile nel cogliere quanto di più evidente, grave ed eclatante nel mondo intorno a noi. A cominciare dagli avvenimenti della Primavera Araba, l’insieme di proteste e agitazioni politiche e culturali che in Medio Oriente hanno riscritto l’assetto sociale e governativo dei Paesi oppressi, sbocciando nello stesso momento storico delle riprese del film. Il volgere delle vicende di cui è protagonista l’inossidabile despota, ispirate da un fake di memorie del dittatore iracheno Saddam Hussein, rendono grazie a comico e tragico, due facce della stessa medaglia; evidenziando gravità e contraddizioni di situazioni realmente esistenti, ben al di fuori di una semplice trama cinematografica.
Questo dittatore è paragonabile a celeberrimi predecessori: da Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen, a Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Egocentrici, mendaci, subdoli e plurifobici, subiscono parimenti la stessa fine. Ma è anche una buona occasione per porsi domande sul senso delle parole e dei concetti. Sopra tutto, vince l’amore; e Aladeen e Zoe regnano sulla neonata democrazia di Wadiya. Democrazia curiosa, in cui l’espressione del voto è controllata a vista, e dove una scelta obbligata è quella di concederlo –molto poco volontariamente- all’ex dittatore, che de facto continua a imperare sul proprio felice orticello.
Neppure lasciando l’antieroe con un dubbio: lo sfruttatore e bastardo nato Aladeen sarà davvero giusto e magnanimo, in virtù della semplice parola democrazia? Le elezioni di Wadiya cui sono invitati a partecipare i cittadini (sudditi?) regalano qualche perplessità. E qualche dubbio resta anche sulle democrazie che da parecchio tempo si stagliano sul mondo, e paradossalmente è proprio il lui a farlo notare. Rincara la dose puntando un dito contro il cosiddetto sogno americano che vede il geniale scienziato nucleare Nadal che si guadagna da vivere pulendo lo sperma dai computer, alzando le spalle come se di un male minore potesse farne un motivo di felicità. E allora: “Goditi il sogno americano”, lo canzona Aladeen.
Cohen diventa, ancora una volta, il marturos che scarica sul proprio alter ego i mali del mondo, esorcizzandoli. E se la domanda è: si può davvero ridere di tutto? La risposta è un sì certamente poco politicamente corretto, ma estremamente sincero.

Il comico è il tragico visto di spalle.
Gérard Genette

Giorgia Pizzirani
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