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Aristotele
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Oct 15 2012

Metti una mattina, a Cona

di Grazia Russo

Un acquario per ospedale


È iniziato l’autunno ferrarese e l’umidità mattutina che ti entra profonda nelle ossa facendoti avvertire i primi dolori e il simpatico oltre che amato effetto crespo dei capelli, te lo ricordano ogni giorno che l’inverno è alle porte, inesorabilmente. Con l’autunno, classico, arrivano anche i primi malanni. Salgo sull’autobus che mi porta a Cona, nuova location dell’ospedale di Ferrara, non l’ho ancora mai visto anche se la sua fama l’ha preceduto da parecchio, ma bando ai pregiudizi e vado a dare un’occhiata. Un autobus, puntuale arriva alla fermata e ci carica. Modalità: stipati come sardine, ON. Penso che ciò sia dovuto al fatto che ho preso l’autobus non propriamente al capolinea, ma ad una fermata che ingenuamente ritengo sia una delle ultime. Sorpresa! L’autobus riparte e si ferma ancora cinque volte, continuando a far salire persone. Eravamo già stipati; all’ ultima fermata eravamo accatastati, merce umana impilata. Qui la lotta per la sopravvivenza è chiara, ognuno non “lotta per un pezzo di pane”, ma per un quadrato di spazio nel quale collocarsi. La cosa più scandalosa è che ogni mattina si ripete questa scena e ancora, da quando è iniziato questo via vai da Ferrara verso Cona e ritorno, a nessuno è venuta in mente la brillante idea di mettere un altro autobus nelle ore lavorative di punta. Non mi sembra cosa difficile francamente, basterebbe solo che qualcuno in alto, facesse un giro anche solo turistico in autobus, tipo alle 07.50. Dimenticavo: i suggerimenti sono gratis.
ospedale cona, interno

Tutte le malattie possibili e immaginabili sono sull’autobus: ed ecco che magicamente ti senti già un ammalato pure tu, che eri salito sano come un pesce: chi tossisce, chi starnutisce, chi ti sbadiglia in faccia, chi si gratta dentro le orecchie, chi puzza (ragazzi, capisco che studiare medicina tolga tempo, però lavatevi!), chi spinge e così per quasi venti minuti, naturalmente stando in piedi, in un contenitore in cui non circola aria. Quasi arrivati, ecco che la curva presa troppo larga fa strisciare l’autobus contro il marciapiede dell’ospedale e alla bella grattata che ci fa sobbalzare tutti, ecco che si aggiunge lei “la ragazza sempre di fretta”, quella che deve catapultarsi fuori dall’autobus prima di tutti, che insistente spinge la stessa gente che di lì ad un secondo sarà comunque giù dall’autobus, perché chi prende la corsa numero 6 scende in ospedale per forza di cose; dopo la Città del Ragazzo c’è la campagna e non ci sono altre fermate, quindi anche solo per logica uno ci dovrebbe arrivare. Le faccio presente che dobbiamo scendere tutti e che non ha senso continuare a spingere/spingermi e due occhi sgrananti mi guardano e seguono le parole: “Ah, non lo sapevo”. Se Nanni Moretti in quel momento si fosse impossessato di me, in maniera più seria, le avrei risposto veramente male, ma mi sono limitata a guardarla e sono scesa.

L’ingresso con le porte automatiche e una signora in giacca che mi osserva pronta a chiarirmi le idee su dove devo andare e come posso arrivarci, mi danno l’idea dell’ingresso di una banca, solo con meno piante grasse ai lati dei pilastri. Scendo da un autobus grigio – poco elegante e ancor meno accogliente – e mi ritrovo in un ospedale giallino con scale in grigio e spruzzi di pareti bianche qua e là. Deve proprio essere frutto di sapiente studio associare un colore così brutto a un luogo ancora più brutto, il vecchio Sant’Anna era verde malattia con degli orribili quadri alle pareti e questo è giallo, niente di più invitante e per quanto possano dirne medici e infermieri che hanno scelto di lavorarci, l’ospedale resta un brutto posto dal quale cercare di restare lontani con una mela al giorno. Adesso viene il bello, chiedo di un ambulatorio e mi viene consegnata una piantina, di colpo mi ritrovo a mia insaputa a giocare a battaglia navale: “Signorina deve andare al primo piano del corpo D settore uno”. – “Prego?!” – “Sì, guardi qui, sale su, apre quattro porte antipanico e segue il corridoio, poi svolta a sinistra”. Perplessa mi rassegno al fatto che sto per perdermi, ma provo a orientarmi, non ho voglia di fare la figura della pirla, nemmeno avessi ottant'anni e fossi sorda, così mi avventuro.

pesce rossoMi chiedo quale sia l’utilità di quattro, ben quattro porte antipanico una dopo l’altra e penso che chi ha progettato questo ospedale doveva proprio avere la passione per il gioco “battaglia navale”, perché se no, non si spiega il tanto zelo impiegato per i piani e i settori e i numeri dei settori, se non addirittura dei piani dei settori. Armata di piantina come una turista, cerco il “monumento” che mi serve e accolta da un lunghissimo e vuoto corridoio, trovo gli ambulatori. Finisco, altra trafila per pagare, guardo i negozi, dalla banca sono passata ad un centro commerciale a occhio e croce, scendo e dal finestrino dell’autobus guardo questo enorme ospedale a vetri e non riesco a pensare ad altro che ad un acquario. Lì dentro nuotano tutti come pesci rossi.

Scritto da: Grazia Russo

Data: 15-10-2012

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