La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Nov 04 2012

CELEBRATION DAY

di Carlotta Franzini

Led Zeppelin



Ho passato l’intera giornata di Mercoledì 17 Ottobre in totale frenesia pensando a ciò che avrei visto quella sera stessa.
Battito del cuore a mille, agitazione alle stelle e mancanza di concentrazione nello studio sono stati i primi sintomi della carica adrenalinica che stava pian piano montando in me, per poi irradiarsi in ogni angolo del mio corpo e raggiungere ogni singola terminazione nervosa. Questo fino a quando non mi sono seduta sulla poltrona del cinema, in terza fila, nella sala più piccola di tutte, quella dannata 4, insufficiente ed assolutamente offensiva nei riguardi dello spettacolo che sarebbe stato mandato in onda.
Del resto chissenefrega! Sinceramente non era il posto che mi interessava, e tantomeno la sala!
Continuavo ad essere in quella sorta di stato vegetativo che mi opprimeva già dalle prime ore del pomeriggio. La carica era ormai talmente alta che le mie ossa si erano come ibernate. Non esisteva più niente attorno a me. L’unica cosa che mi distaccava da Loro era quella maledetta lancetta dei secondi che sembrava non muoversi mai e nella testa avevo il rimbombo di un enorme tamburo: la gran cassa. La Sua gran cassa… bum bum bum. Era tutto quello che riuscivo a percepire.
Ho chiuso gli occhi. Li ho riaperti. Erano lì. I Miei “Led Zeppelin” erano lì.
Non so descrivere con le parole (figuriamoci con la scrittura!), quello che ho provato quando ho sentito il riff di “Good Times Bad Times” e le figure di quei quattro signori sul palco.
Il concerto era del 2007, ovvero più di trent’anni dopo il regnare incontrastato degli aurei dei sul paradiso del rock, eppure erano sempre gli stessi: lo stesso modo di suonare e di atteggiarsi.
Gli sguardi in cui mi specchiavo erano gli stessi nei quali mi sono sempre persa guardando gli occhi di Page, o di Plant. Quegli sguardi che hanno così tanto da raccontare, che sono passati alla storia.
Jason, primogenito di John Bonham (morto nel 1980) è riuscito a suonare egregiamente, portando onore non solo a suo padre, ma a tutti gli Zeppelin, che ha supportato dall’inizio alla fine dell’esibizione. È soprattutto grazie a lui se hanno avuto modo di suonare nuovamente insieme dopo così tanto tempo, perché a causa della morte del loro caro amico, non ne hanno più voluto sapere di continuare ad esibirsi con un nuovo batterista.
Questione di lealtà, rispetto, un gesto di amicizia.
Eppure eccoli nuovamente riuniti, gli stessi dei che negli anni 70 avevano ribaltato l’immaginario rock, portandolo a ben altri livelli. Gli stessi che avevano professato la triade rock ‘n roll alla lettera, senza privazioni e pudore, rinnegando gli ideali utopistici del flower power ed imponendosi con arroganza sullo scalino più alto della fama. Quei quattro cavalieri dell’apocalisse che erano in grado di trasformare i loro concerti in riti dionisiaci, aizzando alla follia orde di fans, erano di nuovo lì, ben consapevoli del loro passato ed ancora impregnati di quel divino fascino che nei tempi addietro mandava in visibilio le sognanti menti delle ragazzine.
Jones continua ad essere lo “zeppelin invisibile”, ma il suo contributo alla band è stato assolutamente impareggiabile. Se ne stava rintanato nel suo angolino sulla destra del palco, quasi immobile mentre suonava, catturato lui stesso dalla magia di suoni che si libravano nell’atmosfera. Qualche sguardo soffuso e rari cambiamenti nell’espressione erano tutto quello che Mr. Jones poteva offrire al suo pubblico, ma i lievi movimenti della bocca, ormai divenuta un perenne sorriso, facevano capire la sua gioia in quel momento.

Sull’altro lato del palco, invece, la famelica coppia era la stessa di sempre. Plant teneva un timbro più basso del solito, ma la bionda criniera leonina continuava ad agitarsi come se nulla fosse, mentre le sue strazianti grida graffiavano l’aria. Il febbricitante sguardo di Page era immutato.
Ancora consapevole di essere il mago della chitarra. Agitava l’archetto di violino come una bacchetta magica, capace di ipnotizzare il suo pubblico ad ogni nota sulla scia di “Dazed And Confused”, abbandonandolo poi per passare all’immortale “Stairway To Heaven”. L’intramontabile caposaldo degli Zep è stato eseguito alla perfezione. L’assolo del dissoluto e pragmatico chitarrista ha mandato, come sempre, tutti in estasi.
Nel guardarli mi sembrava di essere anche io una di quelle persone tra la folla. Mi confondevo tra quella miriade di puntini indistinti che sembrava un oceano in tempesta, e mi dissolvevo come loro nell’aria circostante, ormai pervasa dal suono Zep come una nube indelebile.
Anche se sembra ormai passato un secolo, i Led Zeppelin non verranno mai dimenticati; hanno fatto la storia, hanno scritto un’epoca musicale e ne sono stati loro stessi i re incontrastati.
Gli anni cambiano, ma i miei eroi rimangono sempre gli stessi.

Scritto da: Carlotta Franzini

Data: 04-11-2012

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