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Nov 24 2012

Martedì 20 Novembre 2012 - ore 20.30

Lo Schubert maudit di Valery Afanassiev

di Pasquale Spinelli

Il pianista russo per Ferrara Musica al Teatro Comunale


Martedì 20 novembre 2012 il pianista russo Valery Afanassiev ha recuperato il recital previsto per la passata stagione e sospeso a causa del terremoto di maggio. Quelli che erano a teatro per ascoltarlo – non in moltissimi a dire il vero – hanno avuto modo di apprezzare un programma interamente dedicato a Franz Schubert (1797-1828), comprendente i Tre pezzi D946 e la grande Sonata D960. E’ una soluzione, questa, che gode ultimamente di una certa popolarità tra interpreti e pubblico: in effetti nel 2012 è già stata portata a Ferrara con un apprezzato concerto nel mese di aprile presso il Ridotto del Comunale, dal pianista fiorentino Andrea Passigli, docente di lunga esperienza del Conservatorio Frescobaldi.

Afanassiev (classe 1947) si presenta come un artista dalla personalità e dagli sviluppi poliedrici: non solo pianista di formazione moscovita (allievo fra gli altri di Emil Gilels), vincitore di concorsi come il Bach di Lipsia e il Queen Elizabeth a Bruxelles, è anche direttore d’orchestra, romanziere, poeta, saggista e autore per il teatro di prosa. Risulta difficile pensare a tutte queste attività concentrate nella vita di un solo uomo, come invece Afanassiev dimostra di saper coltivare ad alti livelli. All’aspetto si distingue per la presenza sobria e un tratto particolarmente schivo; ha l’abitudine di corredare le proprie esecuzioni di brevi scritti dal tono letterario molto personale, un po’ nero, pessimistico, in continuità con la verve sinestetica che anima la versatilità del suo ingegno.

Così anche a Ferrara il suo recital è introdotto da alcune righe, pubblicate tra le note di sala, in cui Afanassiev illustra gli stimoli letterari e poetici dello studio che lo ha portato, oltre che a esibirsi nelle sale da concerto, anche a realizzare un disco in studio (col quale purtroppo non si è potuta confrontare la performance dal vivo). Mi rifarò a più riprese al commento lasciato dall’interprete nelle note di sala. Con molta onestà Afanassiev vi afferma: “ho solo paura che il mio innato sentimentalismo mi faccia accettare troppo facilmente le imperfezioni della mia interpretazione.”

Sulla scorta di queste parole va fatta una prima considerazione: il pianismo di Afanassiev non è immune agli effetti della tensione. Il primo dei pezzi D946 ne risente, con un attacco energico ma un po’ rigido, con qualche nota fuori posto ; il recupero avviene nelle sezioni lente dai colori più morbidi e un lirismo dall’impronta poco familiare al mondo musicale viennese – oscillazioni di tempo / rubati / ritardando che fanno pensare a un pianismo romantico molto più maturo, derivato a prima vista dalla lezione lisztiana (un Rachmaninov o uno Skrjabin avrebbero forse suonato Schubert così...) – il che in fondo, per quanto ormai risulti fuori stile, si attaglia bene all’identità slava dell’interprete. Quanto al secondo dei tre pezzi, se l’esposizione soffre di una certa affettazione, le sezioni di contrasto sono veri miraggi inquieti eseguiti con grande introspezione. E’ infine complessivamente efficace la resa del carattere scherzoso del terzo pezzo.

Con la sua durata attestata attorno ai 50 minuti, la Sonata in si bemolle maggiore D960, ultima composizione che Schubert dedicò a questo genere, potrebbe riempire da sola una serata. La resa di Afanassiev è in molti punti convincente – come ad esempio all’esposizione del tema principale nel primo movimento – ma risente di due ordini di limitazioni: all’impressione di un certo sentimentalismo, si sovrappone uno scavo riflessivo che è senz’altro testimonianza di un profondo attaccamento al significato della pagina di Schubert. Tant’è che, sempre riguardo al primo movimento, l’interprete parla nelle note di sala dell'“anticipazione di una imminente rivelazione” che si risolve successivamente in “terrificante menzogna”.

A questa congerie letteraria vuole forse aderire il decorso della lunga narrazione sonora che segue: tuttavia, quando la vocazione “sentimentale” di Afanassiev (da lui stesso suggerita!) emerge, la musica perde qualcosa in semplicità; quando invece ha la meglio il rovello meditativo, ne risente la scorrevolezza del discorso musicale che talvolta cede in coesione, a favore di quel senso di dilatazione già presente nella musica di Schubert. Così, scendendo a livello dei particolari, il fraseggio risulta un po’ frammentato e la declamazione manca forse di quella spontaneità, di quella qualità parlante del tocco che un altro interprete esperto - qual è Alfred Brendel - sostiene come cifra essenziale della musica di questo periodo. Nel forte infine il suono di Afanassiev risulta a tratti un po’ troppo schiacciato, mentre a volumi inferiori mantiene un’ampia duttilità di sfumature.

Ne risulta, nel complesso, un tracciato melodico un po’ enfatico che vuole forse restituire, nelle intenzioni dell’interprete, le tragiche lacerazioni esistenziali che percorrono sotterraneamente la superficie lirica nell’ultima fase creativa di Schubert. Ma se pure accettiamo questa versione – e lo scritto di Afanassiev in qualche modo ne avvalora l’ipotesi – il risultato rimane discutibile. In questo senso chi scrive soffre probabilmente di un pregiudizio culturale: ma a ben vedere è proprio il colore decadente e le libertà dei tempi di Afanassiev che confligge con la lettura rigorosa e classicistica offerta ad esempio da Brendel, dove si avverte al minimo l’intenzione dell’interprete e la scrittura resta sempre in piena luce.

Non avviene esattamente questo con Afanassiev. In lui al contrario c’è molta intenzione, un coinvolgimento espressivo nei singoli momenti della musica che - stando sempre agli ascendenti letterari del pianista - cuce idealmente i sobborghi viennesi di Schubert con le miserie parigine degli ultimi anni di Verlaine. Un accostamento originale e certamente alquanto eterodosso, che conserva tuttavia qualcosa di suggestivo e di esotico. Afanassiev toglie qualcosa alla spontaneità del canto di Schubert per colorarla di una tonalità crepuscolare e il risultato piace al pubblico in sala.

Ma la quasi unanimità dei consensi non cancella il dato incontrovertibile che le migliori intenzioni non sono garanzia di un esito – questo sì – unanimemente accettabile. Resta, della lettura di Afanassiev, uno Schubert dalle scelte originali, discutibili ma sicuramente non scontate, passato attraverso il filtro di un pianismo storicamente e culturalmente lontano dai luoghi comuni del classicismo viennese e spiritualmente contrassegnato da una vena decadente, dal respiro europeo.

Scritto da: Pasquale Spinelli

Data: 24-11-2012

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