LIVE \ Alt-J al Bronson 28.11.2012

Il quartetto di Leeds fa registrare il tutto esaurito a Ravenna

di Alessandro Orlandin
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Alt J
Accostarmi alla musica degli Alt J ha significato fin dall’inizio avere a che fare con due scuole di pensiero: quelli che li trovano un gruppo creativo e dal grandissimo potenziale e quelli che li odiano neanche troppo cordialmente. Dice: “Hanno vinto il Mercury Prize”. Già, ma l’ha vinto anche una certa Ms. Dynamite, sicché un anno a vuoto ci può sempre essere. Per la verità da qualche parte mi è toccato leggere che si tratterebbe dei “nuovi Radiohead”, cosa che mi ha fatto pensare alla naturale e frettolosa tendenza degli addetti ai lavori nel trovare “nuovi Maradona” e “nuovi Hitchcock” salvo poi prendere cantonate clamorose. Ma tant’è, al Bronson di Ravenna la cantonata non l’hanno presa visto che il locale era completamente esaurito (da giorni) per questi quattro ragazzi di Leeds. Una liturgia hipster per adepti dalla camicia a quadri (tanti, tantissimi), officiata da una band che fa dell’hype una delle componenti principali del suo successo: già il nome che un vero nome non è – ma un simbolo – mutuato dalla tastiera del Macintosh è un dettaglio piuttosto eloquente. E infatti gli Alt J usano il Delta come un simbolo massonico in favore dei propri adepti.

Detto questo, che abbiano almeno un po’ di talento è difficile da negare dopo averli visti dal vivo. Dal palco i pezzi del loro disco d’esordio An Awesome Wave sembrano se possibile più convincenti rispetto alla registrazione in studio, di certo meno ripetitivi. Quando entrano in scena almeno un paio di loro sembrano usciti dal cast di Big Bang Theory, mentre il cantante Joe Newman sfoggia una camicia con le aragoste e la baldanza dello studente Erasmus in Italia. Bando alle ciance, si attacca subito con Intro e Interlude 1, prime due tracce del loro unico lavoro, poi il primo pezzo forte: Tessellate. Considerato che siamo nella capitale del mosaico parlare di tassellature ci sta. Il pubblico risponde bene, lancia il coro alla fine del ritornello e fa i soliti video con gli smartphone. Qualcuno addirittura mima il gesto del triangolo unendo le mani, manco fosse un concerto di Jay Z. Le pubbliche relazioni del gruppo sono prevalentemente affidate all’occhialuto tastierista Gus Unger-Hamilton: peccato che il suo inglese sia così autenticamente contrassegnato dall’accento dello Yorkshire da risultare incomprensibile alla maggioranza dei presenti. Pazienza, si applaude e si strepita lo stesso.

Something Good è un piccolo gioiello pop che tornerà utile ai pubblicitari di mezzo mondo e durante Fitzpleasure spunta addirittura una nacchera tra le mani del chitarrista Gwil Sainsbury. L’inventiva non manca ai quattro inglesi, che spaziano con disinvoltura tra momenti orecchiabili e brevi incursioni dal sapore psichedelico. Parte Matilda, una sorta di ballatone molto gradito dall’audience che però non convince appieno, prima della volata finale: MS e Bloodflood servono solo per ingannare l’attesa di Breezeblocks che può essere considerato a pieno titolo l’attuale cavallo di battaglia degli Alt J. I “La la la!” sul finire della strofa sono scanditi chiaramente da sotto il palco prima del crescendo finale in cui a esaltarsi è il batterista Thom Green. L’uscita dal palco dura poco: prima di salutare c’è tempo anche per l’orientaleggiante Taro. Un’esibizione da cinquanta minuti (pochino per la verità) sufficiente a dire un paio di cose: gli Alt J sono una band interessante, che promette molto e probabilmente ha il potenziale per mantenere una volta presa una direzione precisa a livello creativo. Per vedere dei nuovi Radiohead però c'è ancora tempo. E probabilmente non ci sarà mai un gruppo reggae veneziano che canterà “Oi ‘ndemo a vedare gli Alt Gei”, ma non si può avere tutto dalla vita.

TRACKLIST

1. Intro
2. Interlude I
3. Tessellate
4. Something Good
5. Dissolve Me
6. Fitzpleasure
7. Slow Dre
8. Matilda
9. Interlude II
10. Bloodflood
11. Ms
12. Breezeblocks
--bis--
13. Hand-Made
14. Taro

30-11-2012 - visite: 5400

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