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Dec 25 2012

INTERVISTA A CHRISTIAN MEYER

di Filippo Dallamagnana

Il batterista di Elio e Le Storie Tese!


Christian Meyer è uno dei più influenti e riconosciuti batteristi a livello nazionale ed internazionale.
Da giovanissimo prende parte a diverse formazioni Jazz suonando in svariati locali a Milano.
Con Elio e Le Storie Tese raggiunge il suo apice di popolarità; parallelamente ha diversi progetti, come il “Trio Bobo” e la “Drummeria”, un gruppo formato da cinque batteristi (Ellade Bandini, Walter Calloni, Maxx Furian, Christian Meyer e Paolo Pellegatti) in uno show fra musica e teatro. In occasione della sua clinic, organizzata negli studi della Gorilla Eventi, ho avuto la fortuna di intervistarlo: sarà lui stesso a parlarci di alcuni aspetti della sua carriera musicale e di alcuni aneddoti.



Com’è avvenuto il passaggio che ti ha fatto capire che la musica e la batteria sarebbero diventati il tuo futuro a livello professionale? C’è stato un momento ben preciso o una sorta di scalata passo dopo passo? Come una serie di piccoli eventi.

No non è stato netto, ho iniziato facendo piccoli lavoretti musicali nei localini, guadagnando veramente pochissimo; io parlo dai 20 ai 24 anni.
Facevo delle seratine nei locali, ma due al mese, a guadagnare mi ricordo 20.000 Lire. In tutto 40.000 Lire, che sono 20 Euro al mese. Quindi non potevo consolidarmi ad esser un professionista, avevo tanta volontà, volevo uscire. Poi ho iniziato ad avere al Capolinea [Storico Jazz Club sul Naviglio Grande di Milano ndr] delle serate fisse al sabato sera, con un quintetto di jazz, il “Michele Bozza e Claudio Bolli Quintet”. Lì, suonando tutti i Sabati, avevo un piccolo stipendietto che veniva fuori, ma non bastava ancora per dire “sono un professionista”. Poi quando ho iniziato a lavorare tutte le settimane, due giorni la settimana più il sabato al Capolinea, ho potuto pensare di immaginare di dire “Ecco! Sto avendo un piccolo stipendio!”. Quindi a 24/25 anni ho cominciato a fare le prime cose importanti, però è stato un passaggio graduale, prima delle tournèe i veri soldi non li avevo mai visti.

La “Drummeria” (nata per omaggiare il maestro Enrico Lucchini) lancia un messaggio che va aldilà della passione per la batteria. È una sorta di ideale, quasi utopistico, di completa solidarietà e rispetto tra i batteristi ed i musicisti in generale. Dalle esperienze che hai vissuto, secondo te, è possibile che questo sogno diventi poi realtà?

È già realtà questo sogno! Come dicevo prima, tutto è partito negli anni ‘80 fine anni ‘70 da Ellade Bandini. Lui appartiene ad una generazione di batteristi che, ai tempi, si conoscevano tutti, ma non si amavano veramente come colleghi. Ognuno faceva semplicemente il suo lavoro. C’era Tullio de Piscopo, Giulio Capiozzo (lo storico batterista degli Area), Walter Calloni, lo stesso Ellade, Lele Melotti, cosa facevano? Ognuno faceva il suo lavoro, tutte brave persone di base, ma non c’era la volontà di stare insieme. Ecco, questo tipo di messaggio ha iniziato a darlo Ellade con le prime cene al ristorante cinese a Milano; tirando dentro i batteristi delle nuove generazioni ed io ne facevo parte, avevo 19/20 anni.

Come se io venissi a cena con te, per dire, ma anche come il seminario di oggi...

l seminario di oggi vuole essere quello, il proseguimento di quel tipo di filosofia. Non ci sono segreti per nessuno, se hai delle cose da dire dille tutte e cerca di accendere la passione negli altri. Gli altri devono diventare più bravi di te, devono avere più informazioni di te; devi aiutarli, devi aiutare il mondo ad avere più passione per la musica. Se non sei generoso questa cosa non parte, non decolla mai, Ellade è stato il promotore.

Ho letto da un’intervista, che utilizzi una batteria più minimale rispetto agli inizi. Com’è avvenuto questo passaggio? Stai cercando più stimoli utilizzando una nuova linea musicale cercando diverse sonorità?

Sì è proprio così, la batteria degli anni ‘30, rullante tom timpano e cassa poi si è espansa! Io ho vissuto negli anni ‘70 l’arrivo di Billy Cobham con quattro, cinque tom davanti, due casse, e l’ho imitato. Ho imitato Steve Gadd con due tom e due timpani, ho imitato tutti. Nella realtà mi piace molto, dopo aver fatto tutto questo percorso, avere un tom ed un timpano perché ho la sensazione di potermi esprimere meglio ed avere quasi più inventiva, non so perché. Avendo poco materiale sotto le mani studio più gli incroci fra le mani, studio più delle soluzioni sonore e visive, cioè capita che faccio delle cose circolari anti orarie e mi trovo a stupirmi; perché magari le stesse cose suonano diversamente. Solamente perché graficamente ho poco materiale davanti e devo intrecciare le mani, tirare fuori l’inventiva del disegno con cui metti giù le mani sui tamburi, e la cosa mi piace, la preferisco! Poi mi piace avere anche due tom, due timpani per carità, mi piace tutto, però la semplicità mi fa godere tanto!



Quando fai seminari come quello di oggi, c’è qualcosa in particolare fra tutti i messaggi didattici e non solo che ci trasmetti, che vorresti restasse a tutti quelli che ti ascoltano? Quel tesoro senza il quale un batterista farebbe davvero fatica...

Penso che questa cosa sia riferita a trasmette la passione per i grandi eroi di questo strumento che hanno fatto la storia. Ora si tende a saltarli, perché l’eroe di turno odierno è un batterista di quaranta, cinquant'anni, ma che era un ragazzino negli anni ‘70. Però tu non puoi ascoltare solo lui, tu devi ascoltare lui e andare indietro. La cosa che vorrei fare è questa, ma non si ha mai il tempo nei seminari, perché se io mi metto a tirar fuori titoli di dischi e batteristi di riferimento si rischia di cadere in un fraintendimento. È quello che cerco di fare, però in questi casi è meglio tirare fuori le bacchette e confrontarsi dal punto di vista strumentale. Se io parlo solo di musica c’è il rischio di cadere in un misunderstanding, quindi non ne parlo tanto, però vorrei farlo. Se avessi dovuto fare un seminario come oggi, con le stesse persone una prossima volta, avremmo ascoltato i grandi batteristi del passato insieme, tirando giù le frasi, vederle e inventare sul momento delle modifiche.

Eh mi sono sentito preso in causa quando prima hai nominato John Bonham, infatti ho proprio iniziato ascoltandolo moltissimo a quattordici, quindici anni. Ora da quasi un anno faccio parte di un trio jazz e mi ci sto avvicinando anche io, forse tardi. Però mi rendo conto che inizialmente sono partito da lui.

Bene, bene! È quello! Lo stesso Bonham ascoltava i batteristi, il suo dovere l’ha fatto! Ha ascoltato Philly Jo Jones, Max Roach, Louie Bellson, Buddy Rich, un tom, un timpano, due crash, il ride basso. Era in adorazione di questi batteristi! Omaggia Max Roach nel film The Songs Remains The Same, iniziando il solo con il brano The Drum Also Waltzes [canta il groove dell’assolo, ndr]. Cos’è quello? È proprio lo scettro del passato e lo porta, poi fa la sua storia. È questo che deve essere fatto. Non puoi fare John Bonham se non conosci quello che c’è stato prima. Quindi anche adesso i batteristi, i giovani di oggi, devono conoscere il passato. Altrimenti non farai il futuro.

Ad un giovane batterista che vorrebbe entrare nel “giro dei turnisti”, che consigli daresti per intraprendere la strada migliore? Hai avuto esperienze particolari in questo campo?

Mah guarda, il turnista, anche se parli con Ellade, è il batterista che va a registrare i dischi in studio. Però non esiste più questo tipo di mestiere, adesso tutti quanti possono suonare dei groove e poi sistemare tutto con il computer, metti a posto ogni imperfezione. Non c’è più bisogno del batterista che suona il brano dall’inizio alla fine in maniera perfetta, e quindi è andato a morire il mestiere del vero turnista da studio. Adesso c’è più bisogno forse di idee, è più interessante un batterista che non suona tanto bene però ha delle idee; poi sistemi tutto con il computer. Si è modificato il mondo del turnista in studio. Se parli dei live allora no, devi essere ancora un batterista tipo Iarin [Iarin Munari, ndr], devi suonare, devi saper suonare dall’inizio alla fine un brano a posto, altrimenti non ne vieni fuori. Però devi essere molto preparato, in studio non c’è più bisogno di quel tipo di preparazione secondo me, perché poi aggiusti tutto. Dal vivo cosa vuoi aggiustare? Quello che suoni è.

Magari si cerca un batterista che suona “a posto” e si sceglie lo stesso dal vivo e in studio!

Eh, i mondi non sono ancora simili, chi suona in studio non suona dal vivo di solito. Non sempre eh, perché ci sono dei batteristi super come Elio Rivagli, Alfredo Golino, Lele Melotti, che suonano sia dal vivo che in studio benissimo, e questo va benissimo. Io non mi sono mai considerato un batterista da studio, non lo sono mai stato. Non ho mai fatto un lavoro in studio bene, quindi sono più un batterista da live che in studio se la cavicchia.




Tornando al discorso della “Drummeria”, ho visto un video che mi ha particolarmente colpito. Un’esibizione live del brano “Il Risveglio Di Elena”. Oltre al dialogo e alla forza ritmica molto africana, c’era allo stesso tempo teatralità e comicità nei gesti. Questo approccio non convenzionale ha ottenuto molto successo anche con “Elio E le Storie Tese”; come nasce l’idea di unire queste due forme d’arte? Teatro e musica? Magari ci si sente anche più tranquilli mentre si suona!

Nella fattispecie con “Elio E Le Storie Tese” è un'autoironia per non prendersi troppo sul serio.
Noi amiamo molto l'aspetto scenico di alcuni musicisti, che magari esagerano dal punto di vista visivo nella gestualità. È come se fosse una cosa un po' kitsch che, se la si prende sul serio, dici: “Beh no l'importante è suonare, il resto è gestualità e vaffanbrodo...” e invece no. Può essere un'aggiunta piacevole, se tu sotto hai comunque una solida esecuzione musicale puoi permetterti di fare sberleffi, facce, movimenti, alzarti in piedi, di esagerare la gestualità con gli occhi. Con Elio è un divertimento, il nostro idolo è un batterista Koreano: se lo cerchi su Youtube vedrai un batterista eccezionale, che dal punto di vista batteristico è un po' sottotono devo dire, quindi non funziona molto; però dal punto di vista estetico fa delle cose da sganasciarsi dalle risate, è diventato un'idolo. Quindi io cerco di imitarlo ogni tanto, perché fa delle cose incredibili, una sorta di gestualità impazzita. Nel caso invece di “Drummeria”, la gestualità è una ricerca che abbiamo sviluppato nel tempo, perché ci siamo resi conto che enfatizza quello che tu stai facendo. Quando tu vedi una gestualità ampia in un artista, l’effetto è più forte, come in teatro no? Un attore di teatro deve gesticolare con forza, se sei fermo e reciti benissimo arrivi all'80%; invece se gesticoli e ti alzi in piedi, ti muovi, apri gli occhi, arrivi al 110% sul pubblico. E questo funziona, nel “Risveglio di Elena” esageriamo, ci divertiamo, ci sentiamo un po' dei Gioppini, facciamo i versi.

È una bella trovata, perché comunque è qualcosa che va aldilà della “sola” musica.

L'effetto che tu mi dici è che ti arriva una comunicazione. È incredibile... e noi stiamo giocando lì se ci pensi, ci stiamo quasi prendendo in giro e quella cosa funziona! Quindi è più serio il discorso con la “Drummeria”. Con Elio è più un prendersi senza troppa serietà e divertirsi. Fare gli stupidi sul palco è sempre qualcosa che toglie la serietà, anche per chi ti ascolta. Perché devi essere con la piva e serio? Perché stai facendo del jazz? Chissenefrega! Il jazz fallo con il sorriso e godi... Così, anche con “Elio e Le Storie Tese”, si può essere sbarazzini nel suonare, però senza togliere il peso al valore della musica, non è che devi suonare male! Tu continua a suonare, allo stesso tempo sorridi, guardati negli occhi con i musicisti che la cosa funzione, il fluido parte e arriva al pubblico, e la cosa è vincente!

Scritto da: Filippo Dallamagnana

Data: 25-12-2012

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