La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Dec 31 2012

RIVAL SONS

di Carlotta Franzini

Recensione Head Down





I Rival Sons, giovane gruppo americano nato nel 2008, sono una delle più recenti ed originali nuove scoperte nell’immaginario rock. Con la sola pubblicazione di tre album (Head Down è da poco uscito quest’anno), si possono definire come diretti discendenti di immortali dei quali Led Zeppelin, Humble Pie, Free, Grand Funk Railroad e Yarbirds.
Le loro sonorità aleggiano inoltre tra echi di suoni psichedelici e beat, rendendo ogni traccia carica di adrenalina e potenza ritmica. Non c’è che dire, sembrano essere piombati direttamente dai maestosi anni 70 e talvolta, ascoltandoli, sembra che questo magico incantesimo possa corrodersi da un momento all’altro, rendendoli una copia scadente delle band che fecero la storia. Per fortuna questo non accede mai, perché i Rival Sons riescono ad imporsi con astuta arroganza sul podio, portandoci indietro nel tempo con una facilità ed una tal freschezza da risultare quasi irritanti.
Questi americani originari della città degli angeli, sono riusciti ad abbeverarsi alla stessa fonte che dissetava gli animi rock di un tempo, e non c’è altro da fare, se non rendere loro omaggio, per questa impresa spesso troppo difficile da attuare.
Hanno esordito con il disco “Before the Fire” del 2008, si sono perfezionati nel 2009 con “Pressure and Time” , per approdare alla vera essenza solo pochi mesi fa, con l’uscita del terzo album, “Head Down”. Quest’ultimo è un'amalgama di brani generalmente semplici, ma allo stesso tempo studiati e tecnicamente quasi perfetti, che si spingono ad esplorare diversi aspetti dell’hard rock macchiato di blues e psichedelia, per un impensabile e straordinario effetto complessivo.
Il disco è una carrellata di brani semplici e belli, suonati con una passione ed un feeling quasi impensabile e commovente, che vanno ad esplorare un po’ tutti gli aspetti dell’hard rock, del blues e del progressive.
Come non riconoscere ad esempio in All the War un chiaro rimando a brani quali The Locomotion o Some Kind of Wonderful, entrambi rifatti dai Grand Funk Railroad, o echi delle ballate degli Zeppelin in una canzone stupenda e struggente come Jordan, che da sola è capace di evocare pomeriggi soleggiati e fiori di campo? Come non esaltarsi per le venature gospel del singolo ed opener del disco Keep On Swinging, o di quelle tipicamente Cream della seguente Wild Animal, o per l’omaggio agli Who di Until the Sun Comes, fino alle esplosioni hard di You Want To e Run From Revelation e per il rock psichedelico di The Heist che sembra in tutto e per tutto un brano degli Animals, piuttosto che il garage di Three Fingers, fino alla monumentale Manifest Destiny divisa in due stupende parti: capolavoro di rock psichedelico la prima, rabbioso hard rock la seconda. Il tutto anticipato dal magico e stupendo arpeggio della dolcissima Nava, che diventa poi brano vero e proprio nella conclusiva True, per la quale si scomoda addirittura il fantasma del caro estinto Tim Buckley. In definitiva Head Down è un incantesimo in musica, capace di infrangere le barriere del tempo, prodotto di conferma di una grande band attuale.

Scritto da: Carlotta Franzini

Data: 31-12-2012

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