RECENSIONI \ Cranberries - To the faithful departed

Rabbia rock dall' Irlanda

di Ilaria Battistella
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gruppo Cranberries
Album sicuramente non semplice questo To the faithful departed (1996 Island), che si presenta come l’opera dalla sonorità più rockeggiante e tendenzialmente cupa dell’intera produzione dei Cranberries: alla voce una Dolores O’Riordan più incisiva, che sputa rabbia e giudizi senza peli sulla lingua, la accompagnano come sempre i fratelli Mike e Noel Hogan (rispettivamente al basso ed alla chitarra) e Feargal Lawner alla batteria; le canzoni nascono per la maggior parte durante il precedente tour e vengono prodotte per mezzo del prezioso aiuto di Bruce Fairbairn (già conosciuto per aver collaborato con Aerosmith, AC/DC e Van Halen), la cui influenza è facilmente riscontrabile nel grintoso sound dell’album.
Iniziamo l’ascolto con Hollywood, una ballata rock, semplice ed intensa, dai vocalizzi ossessivi (che possono ricordare la celebre hit Zombie), che racconta delle false illusioni e dei sogni che si creano i giovani: l’arpeggio di chitarra seguito da un riff lento e distorto già preannuncia lo svolgersi della canzone, che culmina nella disperazione senza via d’uscita del ritornello.
Il secondo pezzo, che rimane comunque un episodio isolato nel contesto dell’album, s’intitola Salvation ed è costruito su una ritmica tendente al punk, dura e velocissima: colpisce il testo, diretto ed esplicito nell’affrontare il tema della droga: “…A tutti quei ragazzi con gli occhi di eroina, non fatelo, non fatelo, no, non è come sembra…A tutti quei genitori con notti insonni, notti insonni, legati i vostri bambini ai loro letti, ripulitegli quelle teste…”.
A seguire When you’re gone, un canzone d’amore dolce e velata di soffice malinconia, dall’atmosfera anni 60, il cui testo è decisamente scontato. Buona però l’interpretazione vocale.
E’ un rock melodico (qualcuno sostiene in stile Smiths) che ci accompagna in Free to decide, inno alla libertà di scelta con riferimenti alla guerra in Russia e a Sarajevo; la stessa tematica viene affrontata anche nella splendida Warchild, ballata che gioca sulle chitarre acustiche e l’intensità vocale della O’Riordan, solenne e partecipe del dolore dei bambini, vittime della violenza: “…Chi salverà il bambino di guerra?…Bambino di guerra, vittima dell’ orgoglio dei politici…”.
L’album riprende ritmo e aggressività con Forever yellow skies, un rock tirato il cui testo resta per me abbastanza ermetico (se qualcuno avesse voglia di illuminarmi!): la rabbia furiosa dell’interpretazione vocale regala a questa canzone una nota di merito. L’atmosfera ritorna distesa con The rebels, ballata che ricorda la gioventù dei musicisti e di quanto fosse bello “…essere ribelli su una scena ribelle…” e “…portare Doc Martens al sole…”. La canzone si chiude con un sospiro di Dolores, che rimpiange il passato e Limerick.
Intermission, un breve intermezzo strumentale ricco in effetti (che ricordano a tratti il canto dei gabbiani) ci culla come le onde dell’oceano.
Irrompe subito dopo lo shock psichedelico di I just shot John Lennon, un rock ossessivo dal testo che ripercorre gli avvenimenti dell’8 dicembre 1980, quasi volendo riproporre una cronaca acida di rabbia della sera dell’omicidio dell’ex Beatles. Frasi sconnesse e al limite della pazzia dichiarano: “…John Lennon è morto, ho appena ucciso John Lennon…Che triste tragica e ripugnante notte…”, un crescendo di intensità e vibrazioni che culminano nel finale, nel quale cinque spari determinano l’improvviso chiudersi del pezzo ed il ritorno ad un silenzio imbarazzante e pesante, che forse vuole concedere spazio ad attimi di riflessione.
Spiritualità ed un’atmosfera tendenzialmente gotica per Electric blue (o Electric blue eyes che dir si voglia), canzone nella quale gli elementi dominanti sono il suono di un organo da chiesa e una serie di armonie vocali e controcanti di Dolores, la cui voce risulta più che mai evocativa, mistica, magica. Il ritornello è in latino e attraverso l’ invocazione all’aiuto divino richiama la componente religiosa della cantante.
I’m still remembering è un’ altra ballata dalla melodia orecchiabile in stile Smiths, che celebra l’unione tra Dolores e Don Burton, anche se nel finale il testo fa riferimento a Kurt Cobain e Kennedy, dando una sua interpretazione del “motto popolare che dice che i migliori sono sempre i primi ad andarsene”.
Un curioso valzerino arricchito dal suono di un organetto è la traccia Will you remeber?, seguita da Joe, brano dal testo più personale e dalla sonorità delicata, in ricordo del defunto nonno di Dolores: una sfilata di ricordi tenui della cantante bambina.
Per rimanere sul tema della morte è proposta Cordell (bonus-track dell’edizione internazionale del cd), canzone che ricorda Danny Cordell, leggendaria figura dell’industria musicale che aiutò la band alle prime armi. Intensa, triste, trasporta l’ascoltatore verso la luce della speranza di un “…posto migliore…”.
Bosnia, l’ultimo pezzo dell’album, è struggente e porta con sé una disperazione avvolgente, che quasi rintrona nella sua solennità: il messaggio è la speranza per un futuro migliore e la cessazione delle ostilità a Sarajevo. Nel pezzo finale voci di bambini accompagnano Dolores con una melodia cantilenante, che si fa sempre più angosciante, fino a che la musica non viene risucchiata nel rumore generale e rimane solo un sottofondo di archi, cupo e scuro, ed il tristissimo suono di un carillon, che viene interrotto dalla mano della morte e della distruzione.
Se dovessi giudicare quest’album con tre aggettivi, direi che è potente, intenso, sofferto.
gruppo Cranberries














01-02-2006 - visite: 11495

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