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Jan 25 2013

Il mainstream che colpisce ancora

di Eleonora Fiorelli

Fuori le reflex, oggi fotografiamo farfalle

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Vi ricordate i Rolling Stones, i pantaloni a zampa d’elefante e i fiori nei cannoni? Di quei giovani che, per primi, insegnarono alle nuove generazioni a vivere la propria vita al di fuori dei canoni del mondo benpensante e che diedero avvio alla creazione di gruppi di ragazzi uniti in nome di un comun denominatore che li definiva in quanto Rockers, Metallari, Rapper, Grunge, Raver e via dicendo? Beh, dimenticateveli. Girando per le strade di una qualsiasi città, infatti, non è improbabile imbattersi in una nuova varietà di fauna locale che, invece di manifestare il proprio disagio adolescenziale rifuggendo i dettami genitoriali, ha deciso di aderire ad una nuova e più attuale corrente di pensiero, l’Hipsterismo. Se passeggiando anche nel più piccolo paese di provincia vedrete muoversi tra la folla una bombetta decisamente demodé, non preoccupatevi, non si tratta di artisti di strada in equilibrio su monocicli, ma di hipster. Detto questo, non sarà, ai giorni nostri, improbabile incappare in un quattordicenne nell’atto di declamare versi di Majakowskij in un gruppo di amici adoranti nel bel mezzo di un bar pieno di gente che ha solamente voglia di prendere una birra per staccare dalla stressante settimana lavorativa.
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Ma procediamo per passi. Chi o cosa è un hipster? La nostra più grande attuale risorsa di conoscenza, Wikipedia, riassume storicamente la nascita del movimento definendolo un termine nato negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop e che si trattava, in genere, di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani. Andando ancora più a fondo nella nostra ricerca, l’Urban Dictionary definisce l’Hipsterismo un vero e proprio stato mentale intersecato ad una più sensibile visione della moda. Un modo di vivere nel quale l’hipster, eroe “proto decadente”, rifugge qualsiasi punto di vista politico e tutte le attitudini mainstream della società coltivando, per giunta, le proprie necessità intellettuali. A prima vista niente di riprovevole. Qualcuno potrebbe obiettare sulla visione apolitica, altri sulla scelta stilistica ma nessuno può lamentarsi del fatto che sempre più giovani preferiscano leggere poesie e scattare foto a farfalle, fiori e scarpe invece di spaccarsi i timpani davanti ad una cassa di un rave party. L’Hipsterismo come ritorno alle radici gnoseologiche dell’uomo, il tutto per la felicità delle madri.
Eppure questi hipster della nuova generazione non ce la raccontano giusta. Al loro interesse per un ritorno ai primi anni del secolo passato (rivalutazione del libro su carta, foto in pellicola dai colori impalliditi, vestitini a fiori e musica graffiante ma “profonda”) si affianca l’amara verità della speculazione commerciale delle grandi catene della moda e non. Un hipster nella media possiede normalmente 1) una macchina fotografica digitale reflex dal costo decisamente troppo elevato per la qualità delle foto, normalmente utilizzata in modalità automatica, 2) un paio di occhiali da vista dalla montatura nera e spessa o da sole simili a quelli dei Blues Brothers, 3) vestiti che all’apparenza sembrano vecchi ma in realtà sono ricercatissimi o prevalentemente nuovi, 4) un Mac di ultima generazione e, dulcis in fundo, un iPhone. Parlano per lo più con frasi fatte e aforismi che pensano possano renderli più interessanti e si distinguono per la passione smodata per maglioni oversize con renne e fiocchi di neve e pantaloni abbastanza stretti da bloccare la circolazione alle gambe. Tutto in nome della tanto decantata originalità. Su internet esistono addirittura dei siti che illustrano le linee guida da adottare per diventare uno di loro. Ma attenzione a non confonderli con i Bohèmienne. Gli hipster negano la propria identità e, ad oggi, sono il prodotto commerciale più venduto al mondo.
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Che ci piacciano o no, questi giovincelli pieni di spirito critico con Moleskine alla mano, hanno invaso i nostri spazi pubblici e i social network e hanno creato un’area tutta loro nella quale condividere il forte senso di disincanto che, tutti, appassionatamente, provano nei confronti della vita e della società. Che sia una moda, un momento o un vero e proprio movimento, insomma, che ci piaccia o no, dobbiamo condividere il nostro universo sociale con le loro manie e idee un po’ come abbiamo fatto come tutti gli altri sperando che, prima o poi, questi eserciti di hipster che si sentono così distaccati dalla società vertano per nuovi mainstream o capiscano, al limite, che l’unica via di salvezza e libertà è quella di sviluppare un proprio senso analitico. Che giungano alla felice conclusione, per citare una frase di un grande film, che «uno è tanto più autentico quanto più somiglia a ciò che aveva sognato di se stesso». Per concludere, senza voler in alcun modo irridere la libertà di scelta di omologazione a questo o a quel gruppo, se questo movimento non fosse ormai così mainstream e affermasse una linea di pensiero rispettabile e meno contraddittoria, se riuscisse a svincolarsi dalle scelte stilistiche delle grandi case della moda e riciclasse per davvero vestiti odoranti di naftalina dai bauli delle nonne, se scrivesse più lettere e meno e-mail, se elaborasse, infine, una produzione letterario-filosofica degna di definire una generazione, nessuno deriderebbe così tanto la necessità di un distacco dal presente e un ritorno, seppur nostalgico, alle bellezze del passato. Eppure, noi siamo la generazione delle Converse sporche con le fiamme, dell’eyeliner nero e i Ray Ban verdi con la montatura dorata. Siamo la generazione che riscopriva i vinili dei Pink Floyd e dei Led Zeppelin nei garage dei genitori e che partecipava alle manifestazioni. Non eravamo “Emotional” ma avevamo dei sogni, nutrivamo delle speranze radicali senza essere “chic”. Eravamo adolescenti che inseguivano le loro passioni, che prendevano treni senza destinazione in cerca di un futuro migliore ma di questi “Hipster”, scusateci l’ignoranza, non capiamo proprio il senso. E tu che hipster sei?

Scritto da: Eleonora Fiorelli

Data: 25-01-2013

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Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.

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