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Jan 25 2013

RAVI SHANKAR

di Ricky \"Doc\" Scandiani

Addio Ravi, Guru del Sitar


Erano gli anni in cui la musica disegnava il profilo dei tempi e stava dando un’impressionante dimostrazione di forza, nuovo vangelo del tumulto generazionale.
L’irripetibile eruzione creativa si manifestava in un complesso universo aperto ad ogni varietà di tendenze inglobando al suo interno materiali di ogni provenienza.
Dagli orizzonti sperduti di droghe e libero amore agli scontri di piazza, dalle pulsazioni di un suono alternativo al misticismo indiano i generi convivevano con una magica spregiudicatezza che poi, in parte, il rock perderà.
Il Pandit Ravi Shankar ha abbandonato questo “Material World”, come lo definiva il suo fraterno allievo George Harrison, ma a me piace ricordarlo allora, dinamico cesellatore di Raga al Festival di Monterey nel ’67, così come sul palco di Woodstock nell’umido agosto del ’69 o al Concert For Bangladesh nel ’71.



Ma chi è stato Ravi?
Eternamente a metà tra due mondi, tra l’India dove nasce 92 anni or sono e l’Inghilterra dove vive suo padre, tra l’Europa in cui danza negli anni ’30 con la compagnia del fratello e la scuola del guru Allaudin Khan ove impara a suonare il sitar, dirige l’orchestra dell’ All India Radio e collabora con John Coltrane (che in suo onore chiamerà suo figlio Ravi) fino al 1965 quando incontrerà George, iniziando i Fab Four alle meraviglie del subcontinente himalayano.
È proprio il Beatle silenzioso che lo farà diventare la nuova star del “raga rock”, la nuova moda.
Shankar insegnerà all’università, vincerà Grammys, si esibirà alla Casa Bianca davanti all’allora presidente Gerald Ford.
La relazione con Harrison durerà per sempre, fino alla sua morte nel 2001, e le sue ceneri vengono sparse nel Gange proprio a Varanasi, la città che diede i natali a Ravi.
Da diverso tempo Shankar si trovava in California dove aveva subito un'operazione chirurgica.
Induista e vegetariano, lascia dietro di sé una scia di musicisti: suo figlio Shubho, morto nel 1992, Shubhendra (pittrice e sitarista, nata dal matrimonio col la figlia del suo vecchio maestro Khan), Anoushka, due volte nominata ai Grammys, e la figlia che non porta il suo nome, Norah Jones, cantautrice di grande successo, con la quale i rapporti erano piuttosto freddi.


Due parole sulla musica indiana

Lo Swara è la nota indiana, deriva da Sva (il sé) e Ra (risplendere) significando “ciò che risplende da sé”.
Gli Swara primari, o Shudha Swara, sono 7 e corrispondono alle nostre 7 note occidentali: SA RI GA MA PA DHA NI.
Sa (Shadja) è il suono prodotto dal pavone all’apice dell’estasi, Ri (Rishabha) rappresenta il suono della mucca che chiama il suo vitello, Ga (Ghandara) è il belare della capra, Ma (Mahayama) l’urlo dell’airone, Pa (Pancham) è lo swara usato dall’usignolo indiano, Dha (Dhaivata) corrisponde al nitrito del cavallo, Ni (Nishadha) al barrito dell’elefante.
Nel Saptak (la settima) la musica indiana riconosce 22 toni di cui solo 12 distinguibili dall’orecchio umano: i 7 Shudha Swara più altri 5 che sono le alterazioni di Ri Ga Dha Ni (bemolli) e Ma (diesis).



La differenza fondamentale con la scala musicale occidentale è che passando da una nota all’altra il musicista passa attraverso tutti i microtoni intermedi.
Il Raga è l’intricato sistema di scale e schemi melodici che, associati, corrispondono a stagioni, colori, ore del giorno e della notte ed umori dell’anima. Esistono circa 200 Ragas principali, ognuno definito da una combinazione scala-schema melodico, note dominanti, regole precise di battute ascendenti e discendenti, così come frasi melodiche ad esse associate.
Come il Raga determina la melodia, così il Taal organizza il ritmo.
Ogni Taal è suddivisibile in sequenze di Bols (modelli) costituiti a loro volta da un numero di Matras (battiti). Esistono centinaia di Taals specifici ma il più usato è il Teentaal, basato su 16 battiti.

Scritto da: Ricky \"Doc\" Scandiani

Data: 25-01-2013

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