La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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May 29 2013

Recensione di Matteo Bianchi

L’elegia invernale di Amorelli: allo specchio con l’amata

di Matteo Bianchi



L’elegia invernale di Amorelli: allo specchio con l’amata
Recensione di Matteo Bianchi


Il nostro ruzzolare
era della slitta
il lento scivolare
degli anni rotolati
e mai dimenticati.

In questi frantumi inattesi, la finalità sacrosanta della poesia a cui mira Alberto Amorelli, consta nel cantare, a chi lo volesse ascoltare, l’autenticità della sua esperienza personale. Al di là del chiasmo manifesto delle consonanti “r” e “s” in chiusura di ciascuno dei suddetti versi, la sintassi semplice e immediata n’è la conferma, incalzata dalle rime frequenti. Amorelli, presidente dell’Associazione “Gruppo del Tasso” e prolifico animatore culturale, ha pubblicato di recente la sua seconda raccolta, Elegia dell’inverno (Edizioni Kolibris, 2013), tutt’uno col Bestiario dell’estate dell’amico Matteo Pazzi, con il quale sono state presentate mercoledì 29 maggio, nella Sala Agnelli della Biblioteca Comunale Ariostea, insieme a Eleonora Rossi e all’editrice Chiara De Luca. Una raccolta coerente intorno a un tema dominante, il ghiaccio, prismatica, grazie ai suoi infiniti spigoli irregolari, ed elegiaca nei modi di risolversi, per andare incontro alla donna amata, oltre a impostare un tono sottile sullo sfondo, una malinconia compiaciuta, catturata con finezza dallo scatto di Chiara Galloni: «sono pioggia invece / malinconia d’autunno / e m’innamoro / a ogni tua goccia». Difatti, nella citazione di Yasunari che ha scelto per l’esergo, il «grigio cielo» incornicia la visuale dalla finestra del narratore; prospettiva che si rivela visione orfica, «dolcemente irreale», poiché «guardava con il torpore di chi ha dormito poco» (da – non a caso – Il paese delle nevi, 1959).

Angeli di neve

Stesi a terra giocavamo agli angeli
muovendo braccia
come ali nella neve.
Era cercare una speranza
dare forma a qualcosa
ci proteggesse
nella neve fresca.
Cercavamo i sogni bambini
non sapendo quanta fatica
il vivere c’avrebbe recato.

Egli «tratteggia un amore dolente, intriso di lirismo, celebrativo a volte, ma mai idilliaco», ha argomentato Matteo Pazzi nella prefazione; vorrebbe sciogliere il «ghiaccio sostenuto» della sua Erato, Musa del canto corale e del poetare amoroso, per unirsi a lei, che soltanto «se sorride» si scompone, «è il disgelo / nei suoi occhi», e il poeta «arde come la neve». Astraendo la sua passione per l’arte figurativa, la poetica di Amorelli ricorda le tele dosate di Sisley: le parole diventano pennellate monocromatiche e in ogni lirica sono due o tre quelle fondamentali, che intere pesano sulle sue spalle, «bufera di parole», mentre pronunciate a metà, lo confondono, «soffriamo nelle / nostre mezze parole». Egli ardisce l’ambivalenza dello stato ghiacciato, compatto nel preservarsi dal calore umano che scotta, sebbene nella sua immobilità stia una «felicità fragile», e davanti al distacco dello specchio «ogni movimento è [in] equilibrio» nel desiderio di ciò egli che teme, del suo contrario in lei, che gli consente al contempo di definire i suoi limiti, affinandosi.

Nella tormenta

Siamo della tormenta
ogni fiocco differente
ogni me e ogni te
diseguali e discontinui
distorti e distratti.
Incuranti scendiamo
sulla strada nera
a cucire il nostro
bianco mantello
di compromessi.

Attrazione degli opposti è l’ingiustificabile istinto che da dentro lo esorta ad «amare il suo diniego/ e risplendere l’oscuro, / fermare e congelare / ciò che non può sperare» dell’amata, e razionalmente compensa gridando: «Se fossi ghiaccio / non temerei nulla…», così l’autore fa il verso al S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri, benché con gravità, «forse il passo / è più greve / lungo questa / strada di neve». Quasi a scongiurare la paura di mettere un «punto fermo», quello «del ghiaccio sul fiume» che scorre, alle decisioni sul domani tra lui e lei; futuro incerto – ovviamente – e l’assenza di punteggiatura, la pulizia della tormenta, ne è la prova.

L’attacco di tutte le liriche sottolinea il corpus del volume sia stato scritto di getto, piovuto, poi ricreato poco a poco dall’autore all’occorrenza, come fosse già «un’altra mano ispirata». Un’occasione d’urgenza – mi raccontava Amorelli – fu quella notte versificata per intero, giacché non finisse statua di ghiaccio.



Scritto da: Matteo Bianchi

Data: 29-05-2013

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