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Aristotele
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Jun 12 2013

Recensione di Matteo Bianchi per Bestiario dell'estate

di Matteo Bianchi




Il bestiario estivo di Pazzi: un sogno che non teme incubi
Recensione di Matteo Bianchi



Lo sdraio

Posizionavamo lo sdraio in verticale
e immaginavamo che fosse una barricata
o una palizzata di un fortino –
oltre la barricata
il mondo intero,
fuori dal fortino
l’esercito americano, i coloni e gli esploratori.
Eravamo sulla barricata
perché stavamo
dalla parte del futuro.
Eravamo nel fortino
perché stavamo dalla parte
degli Indiani.
Prendi una moneta,
lanciala in aria,
noi eravamo quelli
che pensavano
che oltre «la testa» o «la croce»
ci fosse molto di più.

Matteo Pazzi, trentacinquenne di Voghiera, ha pubblicato di recente la sua quarta raccolta in versi, Bestiario dell’estate (Edizioni Kolibris, 2013), unita all’Elegia dell’inverno di Alberto Amorelli, con il quale le ha presentate mercoledì 29 maggio nella Sala Agnelli della Biblioteca Comunale Ariostea, insieme a Eleonora Rossi e all’editrice Chiara De Luca. Alla maniera di quella speculare dell’amico, imposta un dialogo, un confronto serrato con l’emisfero femminino in tutte le sue accezioni, spesso percepito agli antipodi, e i versi suddetti ne sono la dimostrazione. Altresì l’esposizione della luce è regolata parimenti: da un assolato panorama battuto dai raggi solari, a un’aria ovattata dal manto nevoso che amplifica la luminosità e il contrasto. A differenza del lirismo di Amorelli, però, Pazzi è prosastico e concettuale, impostando una sintassi ipotattica, ricca di subordinate e di virgole, le pause della mente che rielabora gli impulsi della pancia. Alle situazioni abitudinarie, ai gesti usuali di Amorelli, si sostituiscono gli oggetti scabrosi, condannati dal poeta alla bassezza, benché priva di disperazione; mentre nell’Elegia la penna aspira a salvare dallo sfacelo di una memoria che non può trattenere ogni particolare, per limite fisiologico. È una raccolta che non tradisce le aspettative, anzi: egli esprime un’orfica solitudine mansueta e garbata, ritratta bene dallo scatto di Chiara Galloni, che trascina nel quotidiano i più illustri topoi lirici, «la luna come una tassa da pagare». «Nel suo sogno» estivo il bestiario si compone dei tanti incubi de «la stagione della superficialità»; difatti la dannata svestizione manifesta le brutture del corpo, ciò che durante i mesi invernali è nascosto sotto gli strati dell’apparenza, condizione subita e sofferta dall’Io poetico di Amorelli che, paradossalmente, desidererebbe un inverno più “spoglio”. Qui la condizione del poeta è quella di un «semieterno inciampare», che ha perduto l’inconscia convinzione di essere eterno, propria della giovinezza, e canta dalla penombra di un «sole solo», riparato dalla bolgia infernale sotto l’ombrellone, cercando senza sosta «qualcosa da riempire / o di oscurità da scacciare».

Sole!

Sole solo
gridano
entrambi da soli
si strappano i capelli
e allora albeggia
e allora le pareti della casa
tremano di silenzio,
sole solo,
da sole loro,
inutilmente picchiare la testa
contro una gomma da masticare,
da solo il sole
nessuno gli può stare vicino
senza finire arso vivo,
da sole loro,
le ragazze
sulle labbra il primo vero rossetto
e nel cuore il falso documento d’identità
di un ragazzo vuoto
come un po’ di catarro
sputato sull’asfalto bollente

Una poesia posseduta dal demone di Tanizaki, materica per necessità e con ironia trincerata, che vuole rapportarsi ai grandi del Novecento, nel sopracitato scambio divertito tra il “sole” sostantivo, l’omonimo aggettivo e l’avverbio “solo”, riproducendo a suo modo il Campana di Batte botte, oppure ne Il castello di sabbia, citando con sagacia il Buzzati de Il deserto dei Tartari. Lo scopo di Pazzi è quello di andare oltre una tradizione che ha dato e tolto molto, spostando l’obiettivo dall’individuo, pericolosa invenzione del secolo scorso, dall’ottica del “chi sono?”, all’umano collettivo, al “dove sono?”, in un’ottica relazionale.
Tra le cronache di una spiaggia, intorno a lo stabilimento balneare, l’estate parla il linguaggio del «corpo nudo», nei seni, nelle gambe, nei fianchi e nelle spalle scoperte, che egli riporta attraverso una cruda espressività, con intonazioni sfrontate e a tratti gergali, ma conservando sul fondo il sapore dolce di una favola amorosa che non svela. Lo sdraio e la paletta, nelle loro personificazioni, testimoniano quanto la fantasia di un bimbo, immerso nei giochi in riva della villeggiatura, arricchiscano la realtà che lo circonda,

perché quando un bambino
mi prende in mano
io non posso proprio fare a meno
di trasformarmi
in una spada
o in uno scettro
o in una bacchetta magica.

In conclusione Pazzi si accorge di anelare, «nonostante tutto, / che questa giostra faccia un altro giro», poiché egli è rimasto «zolletta di zucchero / nella bocca di un cavallo», tra le labbra del suo sogno, ed esso è ancora a portata, «cavallo che porta / lontano».


Scritto da: Matteo Bianchi

Data: 12-06-2013

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