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Jul 01 2013

La medicina del caffè

di Grazia Russo

150 ore ed altri guai

Sara, molto vicina ai famigerati “enta” anagrafici, studia medicina e chirurgia a Ferrara. Pugliese d’origine si è subito trovata dei “lavoretti” nella città estense per gestire al meglio le spese che la vita universitaria le ha da subito presentato. Tra i primi lavori svolti ci sono state le 150 ore presso la portineria di una delle facoltà presenti in città, che le hanno aperto le porte sul magico mondo del lavoro. Oggi conosciute come le 200 ore che uno studente può richiedere di svolgere rientrando in una graduatoria basata sul reddito della famiglia e sui punti di credito maturati con gli esami sostenuti; sono lavori da roulette russa perché in base alla destinazione, ti può andare bene, ma ti può andare anche molto male e puoi essere pagato 5,16 o 6,00 € in base al posto che ti viene assegnato.

chicchi caffè

Sara si è trovata ad avere a che fare con dipendenti universitari che “pensavano io dovessi sottostare ai loro capricci: mi chiedevano di arrivare con mezzora o un’ora d’anticipo, perché loro dovevano uscire a far la spesa, o di trattenermi un’ora in più per i motivi più vari, lasciando loro liberi di andar via prima. Non era pensabile avanzare delle richieste simili da parte mia, perché io dovevo recuperare ogni ora persa”. Le 150 ore sono lavoro, discussioni, tentativi di studio nelle pause morte, soldi facili per molti studenti, ma spesso anche mansioni non previste. A Sara veniva per esempio richiesto di “sistemare la carta igienica nei bagni della facoltà, caricare e scaricare sedie da trasportare in aule diverse, in collaborazione con una ditta di traslochi”.
Per chi si rifiutava di svolgerle, considerandole umilianti e non pertinenti al compito per cui si era stati chiamati, la strada indicata era il trasferimento di sede. Porta sul naso e avanti il prossimo.
Ad essere sabotati erano anche i momenti di studio che cercava di ritagliarsi quando non c’era nulla da fare, cosa inammissibile per molti dei dipendenti con cui aveva a che fare che “interrompevano il loro solitario al computer pur di darmi qualche incarico chiaramente inutile”. Come se studiare fosse una colpa e venisse lesa la produzione della grande fabbrica “Univeristà”.

un medico

Dall’università al bar poi è un attimo e non perché si beva per dimenticare, che avete capito?! Ma perché per una ragazza è sempre piuttosto semplice ritrovarsi a fare la cameriera per pochi euro durante il week end. Sara è entrata a far parte dello staff di un bar della centralissima via Mazzini, che ben presto si è trasformato in un vero e proprio consultorio per aitanti vecchiette che tra un caffè e una pasta alla crema si lamentavano di diabete e pressioni alte (sic!) con la futura dottoressa assunta con un contratto a chiamata. Il contratto: questo sconosciuto. I patti erano chiari “un part-time con contratto a chiamata pagato a 5 euro l’ora in busta, se lavoravo di più il resto era fuori busta”. Traduciamo: lavoro in nero, frode fiscale, sfruttamento, cattive abitudini, così fan tutti, prassi.
Sono tutti sinonimi di un mal costume radicato, che chiunque abbia avuto a che fare con gestori di locali o negozi – ahinoi! – conosce fin troppo bene.

La cura? Respiri profondi e regolari e l’amarezza scende, con difficoltà perché è viscosa, si aggrappa alle pareti della gola, ti disturba lo stomaco, fa spuntare chiazze rosse di rabbia sul corpo e spesso produce lacrime. Con i soldi guadagnati almeno “ho comprato i libri dell’università, domani mi ripagherà di tutto ciò il sorriso di una persona che avrò fatto stare meglio”.

Scritto da: Grazia Russo

Data: 01-07-2013

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Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.

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