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Mondovisioni a occhiaperti e in Technicolor

di Matteo Pernini, del 02-10-2013

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----Il nostro esperto cinematografico racconta la rassegna del Boldini----

The Golden Cage (La Jacula de Oro), di Diego Quemada-Dìez, 110’
Decisi a riscattare le proprie fantasie giovanili e fuggire dallo squallore di un’esistenza senza prospettive, tre adolescenti guatemaltechi affrontano un cammino di speranza attraverso il Messico per raggiungere gli Stati Uniti d’America. L’esperienza clandestina si rivelerà irta di insidie e costringerà i piccoli protagonisti a fare i conti con l’amara realtà di un mondo che cerca solo di respingerli.
Alla sua opera prima Diego Quemada-Dìez ci regala un film che comincia come “Stand by me”, accenna simpatiche divagazioni romantiche alla “Jules e Jim” e alla fine si abbandona, spossato, su un doloroso paesaggio di frontiera che sarebbe piaciuto ad Iñárritu. Non è un caso, visto che del regista di “Babel” Quemada-Dìez è stato operatore di macchina; senza contare le numerose collaborazioni con Loach, Oliver Stone, Spike Lee e Tony Scott, a segnare le impronte di un eclettico percorso interamente riversato in questo splendido esordio. “The Golden Cage” è anzitutto grande cinema, per la scioltezza che dimostra nel mescolare i generi, rimbalzando senza sosta tra commedia intimista e dramma sociale, per la sua capacità di inglobare nel tessuto narrativo le tracce di un citazionismo, che non è mai gratuita esibizione di una cinefilia nutrita di se stessa, ma il correlativo oggettivo delle suggestioni depositate sul fondo della nostra memoria di spettatori e pronte a riaccendersi al minimo accenno. Una poetica del dettaglio ben nota agli amanti di Loach, la cui lezione si intravede nell’approccio semidocumentaristico che attraversa l’intero film e sa restituire con forza il dramma personale dei tre adolescenti, preda dei soprusi criminali di chi è disposto, senza remore, a mercificarne i corpi. Colpisce, in particolare, la vicenda della sedicenne Sara, costretta a celare il proprio aspetto femminile sotto una garza, come Hilary Swank in “Boys Don’t Cry”, per motivi che la pellicola non esita a rivelarci in una delle sequenze più disperate.
Con lo sguardo in bilico tra oggettività e partecipazione, il film di Quemada-Dìez ripiomba la nostra coscienza collettiva nel dramma dell’attualità, più di quanto il regista non avesse previsto. La coincidenza con la tragedia lampedusana inocula nei fotogrammi l’urgenza di un grido, che travalica i confini statali e ci ricorda quanto i flussi migratori non siano un problema di poche, singole nazioni, ma un aspetto della contemporaneità che riguarda tutti. Più rapidamente se ne prenderà coscienza, più efficaci potranno essere le soluzioni adottate, al di là del pavido cinismo e delle facili condanne. Con buona pace di Strasburgo.

La mia classe, di Daniele Gaglianone, 86’
Valerio Mastandrea interpreta un professore di italiano in una classe di veri immigrati, che vogliono imparare la lingua al fine di integrarsi e trovare un lavoro. Un giorno, però, uno degli extracomunitari si vede concretamente negato il rinnovo del permesso di soggiorno e così la realtà irrompe sul set, mentre lo stesso regista e i tecnici entrano nell’inquadratura per discutere il da farsi. È davvero possibile raccontare il dramma di una vita attraverso la finzione cinematografica?
Da sempre il cinema di Gaglianone parla a se stesso, ma non è affatto un dialogo per iniziati, sintomo di un ripiegamento narcisista dell’autore. In questo film, più che altrove, l’urgenza di una riflessione teorica sul mezzo si fa irrinunciabile movente dello sguardo e l’idea di una narrazione pronta a sfaldarsi in itinere, nel momento topico in cui la finzione va a coincidere con la realtà generando un corto circuito, ben descrive quell’aderenza alla vita, ai corpi, alle lacrime dei personaggi che Gaglianone ha inteso rappresentare. Non è la prima volta che il problema della visione cinematografica sconfina nei territori dell’etica (già Kubrick si chiedeva come si potesse fingere una tragedia quale l’Olocausto), ma rimane difficile intuire dove vadano sistemate le barriere. Volendo credere al regista (e chi abbia frequentato a lungo il suo bellissimo cinema non può che fare voto di fiducia) l’originario progetto di un film di finzione è venuto a crollare nel momento in cui un frammento di realtà si è insinuato con forza dirompente nelle pieghe del racconto, quando cioè a Issa, uno dei protagonisti, scade realmente quel permesso di soggiorno, cui avrebbe dovuto rinunciare da copione. Lo spazio cinematografico crolla sotto questa irruenza e viene invaso dai microfoni, le macchine da presa, i fonici, i tecnici. Lo stesso regista emerge dal backstage e interroga gli attori sul proprio ruolo, mentre il set si spoglia dell’artificiosità e in un groviglio di aste, cavi e microfoni si tramuta in un limbo in bilico tra realtà e finzione. Indispensabile, a questo punto, la magistrale prova di Valerio Mastandrea; forse esagera il regista quando lo definisce l’unico attore capace di interpretare un ruolo così instabile e precario, ma è probabile che pochi altri avrebbero saputo aderire a se stessi con una tale forza e sincerità senza lasciarsi travolgere dagli afflati retorici, che fanno ogni tanto capolino nel film. È lecito chiedersi, però, quanto vera possa essere una realtà filmata, tradita dalla prospettiva dello sguardo, restituita in forma di frammenti, commentata, sottotitolata, manipolata in fase di montaggio. Non è qui in dubbio (e lo si diceva all’inizio) la sincerità di Gaglianone, ma la possibilità stessa del cinema di svincolarsi dalla seduzione di un mondo rappresentato. Forse non è abbastanza netto lo scarto tra i momenti narrativi e i brandelli di realtà sottratti al mondo degli immigrati; al punto che invece di sedurre il pubblico con la forza dell’empatia l’irruzione del mondo nel racconto ne rende più incerto lo sviluppo. Quel che in Kiarostami era dichiaratamente falso, ma vero (come in “Close-Up”, dove la finzione imitava il reale) e in Grifi dichiaratamente vero, ma falso (come in “Anna”, dove il reale veniva trasfigurato dalla prospettiva dell’autore), in Gaglianone rimane solo confuso. E non basta la presenza in scena del regista per riscattare del tutto un film che si dimostra coraggioso sulla carta, ma incapace di controllare le proprie ambizioni fino ad essere, talvolta, preda di inutili forzature drammatiche.

Fatal assistance, di Raoul Peck, 99’
Nel 2010 un terremoto di magnitudo 7 nella scala Richter si abbatte su Haiti, schiacciando sotto le macerie duecentocinquantamila persone, ferendone trecentomila e lasciando un milione e duecentomila haitiani senza casa. La comunità internazionale si mobilita, ma oltre il velo delle intenzioni umanitarie si cela lo spettro di spietati interessi economici.
Raoul Peck, ex ministro della cultura e della comunicazione di Haiti, torna ad interrogarsi, dopo “Moloch Tropical”, sulle perversioni del potere, lasciando da parte la catastrofe e concentrandosi sui lavori di ricostruzione. Attraverso un immaginario scambio epistolare con una attivista, il regista denuncia con fervore la condizione di stallo in cui versano i progetti di aiuto, regolati e gestiti come fossero un business dalle potenze straniere. Le interviste ai protagonisti scandiscono il ritmo di una narrazione consapevolmente improntata ad uno stile giornalistico, che attenua le potenzialità della macchina cinematografica. Paradossalmente non si tratta di un limite: in questa scelta emerge ancor più l’impellenza della nuda denuncia, che rinuncia agli orpelli, alla seduzione estetica del mezzo cinema e preferisce inseguire le voci piuttosto che i corpi dei protagonisti.
Ancora una volta, dopo “The Golden Cage”, la selezione del Festival propone un film che, pur occupandosi di una specifica realtà, riesce a travalicare i confini nazionali, raccontando come l’omertà e gli interessi economici abbiano sopraffatto la qualità delle relazioni umane. Inquietante, ma indispensabile il parallelo con il nostrano “Draquila, l’Italia che trema”.

Fire in the blood, Dylan Mohan Grey, 84’
La storia del blocco dei medicinali generici in Sudafrica da parte delle compagnie farmaceutiche statunitensi, interessate a mantenere l’assoluto monopolio sulla distribuzione. Questo sbarramento provocò senza sosta nel Continente Nero la morte di milioni di persone, finché un gruppo di medici e attivisti decise di sfidare il potere delle multinazionali.
Mohan Grey racconta il tutto con sentita partecipazione, svelando i retroscena di una tragedia silenziosa, consapevolmente esiliata dal novero dei problemi che attanagliano l’Occidente con la scusa dell’invisibilità mediatica. In questo senso la struttura del film si adatta meglio alla forma del pamphlet che ad una vera inchiesta, ma il regista gioca a carte scoperte e svela senza remore la partigianeria sin dalle prime sequenze. Quel che ne esce è un documentario sorprendentemente classico nel suo affastellare interviste, sequenze girate sul posto, materiali di repertorio, fotografie e fumetti nel tentativo di ricomporre per frammenti la continuità della storia. L’esito è un prodotto composito, che non sa rinunciare ad alcuni semplicismi dell’arte cinematografica, all’enfasi di immagini che non sempre riescono a forzare il nostro immaginario; eppure vi si riscontra una capacità di raccontare non comune nel cinema documentario, un ritmo sostenuto e ricco di suspense che non lascia un attimo di tregua e cede, appena, nel finale, quando bisogna tirare le conclusioni e la parzialità dell’approccio si fa più evidente. Se, poi, il messaggio non fosse chiaro, Mohan Grey aggiunge un appello finale: “Aiutaci ad evitare un sequel”.

Powerless, Deepti Kakkar e Farhad Mustafa, 78’
Vi è mai capitato di premere l’interruttore della luce e scoprire con disappunto che la lampadina rifiuta di accendersi? Si tratta, in fondo, di una situazione comune, generalmente imputabile alla consunzione dei filamenti di tungsteno e risolvibile con l’acquisto di una nuova lampadina. Provate, ora, ad immaginare che questa complicazione si ripeta quotidianamente, addirittura più volte nello stesso giorno; converrete che la circostanza rischierebbe ben presto di diventare insostenibile. Eppure, per i protagonisti di “Powerless” si tratta di un problema all’ordine del giorno. Il documentario (che vero documentario non è) racconta le vicissitudini degli abitanti dei quartieri periferici di Kanpur, città indiana che conta tre milioni di abitanti e di cui quasi quattrocentomila non dispongono di una sicura fonte di energia elettrica. Non che manchino i generatori, ma sono pochi e spesso mal funzionanti, senza contare l’elevato costo delle bollette, che i miseri stipendi spesso non consentono di coprire. La storia vede contrapposti in un gioco inconsapevolmente manicheo l’elettricista Loha Singh, specializzato nell’allacciare illegalmente cavi volanti (katiya) alle linee ufficiali e l’austera amministratrice della compagnia elettrica, Ritu Maheshwari, decisa ad arrestare il deficit verso cui rischia di piombare l’azienda a causa delle bollette non pagate. Un gioco manicheo, si diceva, perché risulta evidente sin dall’inizio per chi parteggino i due registi, ma con minor buon senso di Raoul Peck (autore di “Fatal Assistance”, visto in questa rassegna) Kappar e Mustafa fingono una posizione equilibrata, dando spazio alle ragioni di Loha quanto a quelle di Ritu in un monologo spezzettato che accompagna l’intero film. Alla resa dei conti, però, la simpatia dello spettatore non può che abbracciare lo spirito goffamente anarchico di Loha, che porta sul proprio corpo i segni dei rischi cui si espone quotidianamente.
L’aspetto più interessante del film riguarda, però, lo stile, capace di mescolare documentario (la vicenda è reale) e finzione scenica (basta vedere l’accurata disposizione delle luci) con lo scopo di sedurre il pubblico indiano attraverso un’estetica riconoscibile e non lontana dagli influssi di Bollywood. Se in Italia abbiamo dovuto attendere la vittoria veneziana per veder regolarmente distribuito in (quasi) tutte le sale Sacro GRA di Rosi, in India la sorte del cinema documentario è, se possibile, ancor peggiore. Da qui la necessità, per aiutare la diffusione, di ricorrere ad una veste attraente, capace di affascinare il pubblico attraverso una fotografia curata e scene girate ad hoc per sostenere la narrazione.
Straordinaria, poi, la chiosa finale, che menziona il celebre blackout del 2012, che, di fronte allo stupore mondiale, lasciò senza corrente seicento milioni di indiani. A Kanpur fu, in effetti, un giorno come gli altri.

Marta’s suitcase, Gunter Schwaiger, 76’
Marta è una donna spagnola che ha subito terribili violenze da parte del marito, cui, dopo anni di carcere per il tentato omicidio della moglie, è stata concessa la libertà vigilata. Parallelamente ci viene raccontata la storia di un uomo senza nome, ricoverato presso una clinica austriaca che offre aiuto alle persone incapaci di controllare la propria aggressività.
Se il film di Schwaiger ha un merito, è anzitutto quello di affrontare un tema che da qualche mese invade ostinatamente le pagine dei quotidiani e lo schermo dei televisori rifiutando l’ammorbante retorica dei talk-show. Diversi spunti interessanti attraversano l’opera, in primo luogo il fatto che la protagonista abbia una buona estrazione sociale e che, prima dell’aggressione rivelatasi quasi fatale, non avesse mai subito violenze da parte del marito. Impossibile, suggerisce Marta, disegnare un profilo univoco, tanto delle vittime quanto dei carnefici. Attraverso lunghe interviste e dolenti monologhi raccontati in camera fissa il film allontana lo spettro delle soluzioni semplicistiche, che vorrebbero scovare i prodromi della brutalità domestica nella mancanza di cultura delle classi inferiori, e non teme di saltare la sbarra per sviluppare una riflessione su due distinti fronti, coniugando il racconto di Marta alla confessione di un uomo, che, scopertosi capace di aggredire la moglie dopo un banale litigio familiare, ha deciso di affrontare un programma di recupero per controllare le proprie pulsioni. In questo fitto intreccio di temi (tra cui trova posto la denuncia delle scarse misure di prevenzione messe in atto dalle forze dell’ordine) i momenti più interessanti sono quelli in cui lo sguardo dei protagonisti interroga il nostro, sfidandoci sul terreno delle responsabilità comuni. Peccato che troppo spesso la regia di Schwaiger si conceda inutili divagazioni, quasi intenzionata a correggere l’immobilità di una storia, che non ha bisogno di alcun corollario. E l’incipit, in cui la voce fuori campo di Marta racconta la sua storia su sfondo nero, è forse l’immagine più eloquente ed emblematica dell’intero film.

The defector: escape from North Corea, Ann Shin, 71’
La regista Ann Shin insegue la coraggiosa avventura di cinque donne, disposte a mettere a rischio la propria vita pur di fuggire dagli orrori e le violente repressioni che si consumano ordinariamente nel loro paese, la Corea del Nord. Ad aiutarle il trafficante Dragon, fuggito lui stesso nel 2001 dalla dittatura di Kim Jong-il e ora impegnato nel lucroso affare di condurre i profughi coreani dalla Cina alla Thailandia, primo paese nelle vicinanze ad offrire loro rifugio politico e, di conseguenza, una speranza di salvezza. La disperazione che si indovina nelle parole di questi “disertori” (defectors, appunto) è tale da spingerli ad affrontare qualunque disagio, privazione o pericolo, dato che in ogni momento potrebbero essere scoperti dal governo cinese e rispediti direttamente nella sanguinaria Corea del Nord, dove non occorre molta immaginazione per capire quel che accadrebbe loro.
È singolare, per noi italiani abituati a vedere soprattutto profughi di sesso maschile, il fatto che ci siano più donne che uomini intenzionate ad intraprendere questo temerario e turbolento viaggio della speranza, ma la stessa regista, in videoconferenza, ne chiarisce il motivo: in Cina, date le recenti politiche demografiche, le donne sono diventate una preziosa merce di scambio, cosicché, in caso si venga scoperti (ipotesi tutt’altro che peregrina), risulta più semplice evitare il rimpatrio se si accetta di sposare un possibile acquirente (pardon, pretendente) cinese. È la sorte toccata a Yong-Hee, costretta a convolare a nozze per evitare la pena capitale e rimbalzata, dunque, da una prigionia all’altra, che ora cerca disperatamente di conquistare la propria libertà assieme a Sook-Ja, tuffatasi coraggiosamente nelle gelide acque del fiume Tumen per raggiungere la Cinea e sfuggire così all’oppressione nordcoreana. Ma il loro cammino è appena all’inizio.
Nonostante le indubbie potenzialità “The defector” rimane un film confuso, fuori fuoco e traballante quanto le inquadrature sbilenche che lo caratterizzano. Non bastano immagini “improvvisate” e camera (necessariamente) a mano per creare coinvolgimento e se alla fine non possiamo esimerci dal provare una sincera empatia per le protagoniste, ciò è dovuto unicamente all’afflato umano che la vicenda porta con sé. Quel che manca è soprattutto una chiave di lettura che non si limiti a documentare pedissequamente l’odissea di queste donne, ma riesca a restituire con passione la loro personalità. Nonostante la breve durata, più di qualche sbadiglio è sfuggito agli spettatori, mentre si veda come paradossalmente Mohan Grey, che aveva a disposizione un materiale ben più povero di suspense, sia riuscito, grazie alla cura del montaggio, ad innestare una tensione narrativa sorprendente nel suo “Fire in the Blood”. L’unico aspetto davvero interessante è la cangiante personalità di Dragon, personaggio inquieto, in cui prendono vita quelle sfumature della morale che ben caratterizzano il mondo dei trafficanti.

When bubbles burst, Hans Petter Moland, 90’
Chi avesse intenzione di schivare il nuovo film di Petter Moland con la scusa che di documentari sulla crisi se ne sono fatti e visti sin troppi (senza che ciò muovesse realmente le coscienze dei responsabili), farebbe bene a ricredersi. A meno che questa persona non sia un tifoso delle teorie complottiste e si auguri di veder corroborata l’ipotesi depravata di un organismo “paragovernativo” che guiderebbe la crisi economica con lo scopo di conquistare il mondo (neanche fossimo nel laboratorio dei topini “Mignolo e Prof.”). Per tutti gli altri si tratta di una visione consigliata, sebbene nulla aggiunga a quanto una persona mediamente interessata all’attualità dovrebbe ormai aver assimilato. In effetti, il buon risultato raggiunto da Petter Moland è quello di dire meglio cose già dette da altri: il risultato è un film che riesce a fare chiarezza su alcuni punti cardine del moderno intreccio tra politica e finanza, senza rivelazioni sorprendenti, ma con una prospettiva sufficientemente ampia da abbracciare buona parte dello spettro della modernità.
Partendo da un’inchiesta legata agli effetti catastrofici che l’economia globale ha avuto sul piccolo paesino norvegese di Vik, il regista allarga lo sguardo ad un orizzonte mondiale, per indagare il laccio sotterraneo che unisce le due anime della nuova economia: quella reale e quella finanziaria. In questo viaggio al termine della notte veniamo catapultati nei meandri di un sistema spaventosamente vulnerabile ed interconnesso, in cui la relazione tra tecnologia e capitale ha prodotto un progressivo scollamento dalla “real economy”; l’esito sono le bolle speculative che danno il titolo al film, quelle fragili realtà di mercato pronte a cedere al minimo assalto o pretesto. Di particolare interesse, poi, l’inserimento dell’attuale crollo finanziario nei confini di una prospettiva storica, che, in una breve carrellata delle principali crisi del capitalismo occidentale, fa emergere un’inquietante (o rassicurante?) ciclicità dei periodi di recessione. Che ci attenda, a breve, una nuova età dell’oro?
Come si è detto, nulla di nuovo sotto il Sole, ma il film ha la capacità di fare chiarezza su questioni molto complesse e spesso troppo tecniche per interessare i non addetti ai lavori. Al netto di alcuni semplicismi, come quando, in riferimento al New Deal, si lascia intendere che il merito della ripresa degli Usa a seguito della crisi del ’29 sia da attribuire alle politiche di Roosvelt; una prospettiva piuttosto limitata, che esilia, ad esempio, dal novero dei fattori di ripresa il ruolo fondamentale della spesa militare. Da non perdere il finale, in cui il regista pone a dei professori di Harvard, premi Nobel ed esperti di economia globale alcune domande sull’immediato futuro che ci attende. All’uscita dalla sala, è difficile allontanare l’impressione di camminare già sulle macerie.


08-10-2013 - visite: 17128

Credits

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