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Oct 03 2013

Storia di un viaggio...

Ferrara-Parigi. Emigrata nel mondo di tutti

di Lisa Viola Rossi

...dal giornalismo italiano a quello della Maison des Journalistes

A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d'impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
(Tiziano Terzani, “Lettere contro la guerra”, 2002)


PARTIRE, PER RESTARE. Tutto è nato da una navigazione online. Il motore di ricerca? Google, nonché il desiderio di rivoluzionare la mia attività di giornalista. Lasciando l’Italia, per provare altrove. Partire, per poter restare giornalista. Una scelta quasi imposta, preso atto che la famosa “gavetta” per i giovani giornalisti in Italia prevede un contratto, non scritto, a tempo indeterminato e indeterminabile. Con una clausola: mai pretendere, mai rivendicare. Editare articoli, uno dopo l’altro, a ritmi industriali. E al diavolo la cura, l’approfondimento. Devi essere il primo a pubblicare per garantirti il massimo livello di indicizzazione del pezzo, nonché il livello di “curiosità” da generare nei lettori: ecco perché cade sempre a pennello il titolo “notizia-choc”. Perché l’importante sta nei numeri: nel numero di visitatori che hai portato alla testata, nel numero di pezzi che hai prodotto rispettando il limite massimo di battute che ti è stato assegnato, in modo da garantire all’editore di doverti pagare con la tariffa più bassa possibile.

La qualità, è chiaro, non conta: “O diventi produttivo, o vaffanculo”, per citare Paz!.

Guadagni pure una cifra, seppur irrisoria? Ritieniti fortunato, continua a editare e taci: anzi, scrivi, produci, sempre più veloce. “Produci”. Un giorno il tuo capo ti confessa, amareggiato, che “avrebbe notato” che non hai più l’entusiasmo dei primi tempi. Dài, produci, più veloce, produci. “Hai quattro minuti per questo pezzo, non di più”. Te lo dirà dopo 12 ore di lavoro consecutivo, mentre stai scrivendo delle lamentele presentate al Sindaco da parte di un gruppo di cittadini impegnati per la salvaguardia del buon costume, il cui portavoce ti ha fatto sapere che “comunque non si nota che sei di quel piccolo paese, sarà che abiti già da un po’ a Ferrara”. Produci, più veloce, che è un pezzo che porta visite e tanti commenti.

DI SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE. Per lasciarmi al più presto indietro questo fardello made in Italy, ho varcato le frontiere. Dalla rete web alla rete metropolitana della capitale francese. Per intraprendere un nuovo viaggio, professionale ed umano. La destinazione è stata dettata da motivi personali: Francia, solo andata.

Mi sono lasciata alle spalle il primo articolo della Costituzione italiana che ci ricorda che “l’Italia è un Repubblica fondata sul lavoro”, per abbracciare la corrispondente voce francese, che riconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Dal diritto al lavoro al diritto all’uguaglianza. Dal diritto al lavoro a quello allo sciopero: una delle prime cose che mi ha colpito appena ho messo piede a Parigi, è stata la quantità di scioperi attuati dai francesi. Ne ho trovato conferma online: una ricerca su Google associata al termine “Sciopero” rintraccia 5.010.000 risultati contro i 26.400.000 legati al corrispondente francese, “Grève”. Mi sono detta che qui, i due diritti - al lavoro e allo sciopero – sono davvero sostanziali: i francesi hanno ancora la certezza che la loro voce possa contare nella costruzione di un futuro migliore.

NEL RIFUGIO DEI GIORNALISTI. Una volta a Parigi, mi sono rivolta alla Maison des Journalistes, luogo simbolo della libertà di espressione. Nata nel 2002 a Bobigny, questa associazione, che dal maggio 2003 ha sede nel XV arrondissement, poco distante dalla Tour Eiffel, ha un solo obiettivo: accogliere e sostenere i giornalisti esiliati da tutto il mondo, offrendogli un luogo dove vivere per sei mesi. Sei mesi, poiché è il tempo standard per ottenere – purtroppo non sempre è così ridotto – lo status di rifugiato politico.

L’Italia è una democrazia malata, tuttavia la libertà di espressione è ancora garantita: seppur con tutti i limiti dettati da un sistema precario e perverso. Gravi violazioni sono raccolte dall’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione. Diversi giornalisti come Saviano, Abbate, Capacchione vivono sotto scorta. La legge bavaglio viene ribadita a cadenza ciclica. Senza dimenticare l’anomalia, tutta italiana, che riguarda il servizio radiotelevisivo nazionale. Eppure il nostro Bel Paese è da considerarsi “piuttosto libero”, secondo i canoni di Reporters sans frontières, organizzazione internazionale di origine francese che si occupa di monitorare la situazione della libertà dell’informazione e della sicurezza dei giornalisti in tutto il mondo.
Pertanto mi sono presentata alla MDJ non come richiedente asilo, bensì come stagista. Ho messo in campo tutte le mie competenze acquisite in dieci anni di gavetta in diverse redazioni, ma soprattutto tutta la mia buona volontà. È così che nel rifugio bianco ed imponente di questa ex fabbrica di spazzole mi si è rivelato un mondo. Ho toccato con mano il coraggio, la tenacia, la fede in un futuro migliore. Ma anche la sofferenza e l’impotenza di fronte a situazioni che difficilmente possono essere cambiate dal basso. “I have a dream” è un’espressione alla quale ho potuto dare un significato concreto. Ho conosciuto “giornalisti giornalisti”, come diceva Siani. Giornalisti che non si definiscono tali, bensì “combattenti”. La loro arma è la penna, la china, il computer, la telecamera, la macchina fotografica. Le loro storie sono spesso permeate da sofferenze talmente profonde da non poter essere raccontate. Patimenti indicibili, che possono essere solamente letti negli occhi, nelle cicatrici, nelle insicurezze di chi li ha vissuti. Sono giornalisti combattenti e come tali soffrono di quella sindrome post traumatica tipica dei reduci. Tuttavia, nè le sofferenze patite, nè le inimmaginabili difficoltà che si presentano di giorno in giorno sul cammino a cui forza l’esilio, fanno venir meno una lotta comune: perseguire la chiamata imposta dalla loro “professione”, da intendersi in tutto e per tutto, come teorizzò Weber, quale “vocazione”.

TEHERAN-PARIGI, STORIA DI UNA REPORTER CURDA. Di recente una giornalista iraniana accolta alla MDJ all’indomani della fallita rivoluzione verde ha fatto il suo ingresso in Italia per partecipare ad un importante appuntamento del giornalismo italiano. Nata nel 1979, anno della rivoluzione islamica, questa giovane donna, di cui non rivelerò il nome a causa della diffidenza che prova tuttora a parlare di sé, ci tiene a ricordarmi: “Sono curda d’Iran”. In un Paese molto spesso relegato sotto la categoria “minaccia nucleare”, si cela infatti un luogo unico per la sua storia, la sua cultura, la sua arte e la sua letteratura. Un luogo che, a partire dalla rivoluzione iraniana del ‘79, ha visto crescere una sistematica e sistemica violazione dei diritti umani dagli effetti devastanti. Lei è donna, in Iran. Per intenderci: la sua testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo. Lei è giornalista. Il suo stipendio, in Iran, era pari a quello del costo di un paio di scarpe economiche. Ma non per questo si è mai fermata, anzi. Si è occupata di diritti dei curdi, degli omosessuali, nonché di politica, seguendo la drammatica repressione seguita alla riconferma al potere di Ahmadinejad del 2009. Ha lavorato sotto un regime non solo dittatoriale, ma anche teocratico: la religione, una volta al potere, regola ogni sfera della vita dei suoi cittadini. Esprimere opinioni diverse da quelle imposte dal regime, comporta l’arresto e la condanna per “offesa all’Islam”, punibile con la pena di morte. Questa giovane giornalista è curda, e me lo ricorda. Essere parte di una minoranza etnica, come tutte le minoranze presenti nel Paese, siano etniche o religiose, è percepita come minaccia da parte del regime centrale. E lei, a causa del suo attivismo civile e professionale, è stata minacciata, interrogata, imprigionata, picchiata, torturata. La sua casa è stata violata, la sua famiglia è stata intimidita. La sua parola è stata ritenuta “attività contraria alla sicurezza nazionale”. Ora vive in Francia e spera di poter intraprendere un nuovo percorso formativo e professionale.

“IL MONDO È CAMBIATO”. Come questa giovane giornalista curda, ad oggi, sono oltre 260 i giornalisti che hanno trovato rifugio alla MDJ. Professionisti dell’informazione arrivati a Parigi da oltre 54 Paesi del mondo. Oggi, l’occhio di bue dell’attenzione internazionale è puntato sulla Siria, ma nel mondo si consumano ogni giorno continue violazioni della libertà dell’informazione. Ogni giorno, la sicurezza di chi lavora in nome della verità, viene messa in discussione nel più totale silenzio ed indifferenza dei media mainstream. Tuttavia grazie ad internet è sotto gli occhi di tutti un dato: viviamo in un villaggio globale. Su questo la MDJ mi ha permesso non solo di aprire gli occhi, ma di vedere. Leggere negli occhi di chi ha reso onore alla professione di giornalista, in nome dei valori imprenscindibili di giustizia, uguaglianza, libertà e dignità umana, mi ha permesso di prendere coscienza che il mio è un viaggio di sola andata. È successo oltre frontiera. E ho compreso che le frontiere non esistono più. Perché “il mondo è di tutti” ed è cambiato e dobbiamo cambiare. Proprio come diceva Tiziano Terzani:
Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Innanzitutto non facendo più finta che tutto è come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve, essere normale. Di questa normalità dovremmo avere vergogna. (“Lettere contro la guerra”, 2002)




Scritto da: Lisa Viola Rossi

Data: 03-10-2013

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