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Mook: i tempi lunghi del nuovo giornalismo online

di Licia Vignotto, del 05-10-2013
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Fare giornalismo in modo differente, senza rincorrere forzatamente la breaking news, senza bombardare il lettore di informazioni svuotate di senso, senza voler per forza piacere a tutti, senza arrendersi al conformismo e al generalismo. Si può? La risposta per fortuna è affermativa e, dal palco allestito all’interno dell’affascinante cornice di Piazza Castello, Marino Sinibaldi di Rai Radio3 ha provato a capire come.

Durante l’incontro intitolato “Piccole riviste crescono” – sottotitolato esplicitamente “Modelli di successo editoriale nell’era del digitale” – il giornalista ha intervistato Laurent Beccaria e Patrick de Saint-Exupéry, rispettivamente direttore e caporedattore della francese “XXI”, assieme al direttore dell’argentina “Orsai”, Hernàn Casciari. «Entrambe queste testate chiedono tempo, ma in cambio offrono qualità. Sono fenomeni nati nel web e sostenuti in modo privato, senza pubblicità» ha introdotto Sinibaldi , non esitando a definire “XXI” una specie di ufo nell’attuale panorama editoriale: «ha un formato molto grande, la copertina orizzontale, una grafica strana, è piena di immagini ma soprattutto pubblica degli articoli molto lunghi. Potrebbe essere definita un mook, l’incrocio tra un magazine e un libro».

Beccaria ha esordito spiegando come a suo parere sia fondamentale cambiare l’approccio alla notizia: «quando i giornali venivano stampati su carta la lettura era un appuntamento quotidiano. Adesso che l’informazione è passata sul web viviamo costantemente proiettati nel presente, il giornale ci sta davanti agli occhi tutto il giorno, sugli schermi dei nostri pc. Oggi una cosa è importante, domani non si sa. Oggi si parla solo della tragedia di Lampedusa, domani si passerà ad altro. Il concetto di quotidiano o di mensile è stato sorpassato. Il nostro atteggiamento nei confronti degli eventi da trattare è diverso: vogliamo eliminare l’effimero, tutto ciò che è superficiale, per analizzare la realtà».

Che tipo di filosofia esiste dietro un progetto così lontano dagli altri siti di informazione? «Abbiamo cercato di unire il meglio dell’editoria al meglio del giornalismo – ha spiegato il direttore -. Negli ultimi anni il giornalismo si è ridotto ad essere composto unicamente di schiuma, resta in superficie, non guarda a quello che sta sotto: la potenza dell’onda. Si occupa solo di ciò che tutti i giorni si forma e poi sparisce. Noi invece abbiamo voluto scendere in profondità, recuperare la profondità di campo, raccontare storie vere con scrittori veri, giornalisti veri, fotografi veri. Restituire al lettore una diversa percezione del tempo e dello spazio».

La questione del tempo è un nodo cruciale per entrambe le testate presentate. Anche Casciari, per parlare dell’ironica e spiritosa “Orsai”, ha cominciato proprio da questo elemento: «sulla home page del nostro sito, per chi ancora non ci conosce, è a disposizione un video esplicativo di 18 minuti. Lo affianca una didascalia: “se non puoi perdere 18 minuti del tuo tempo per capire cos’è questo giornale, forse questo giornale non fa per te”. È una provocazione che lanciamo al lettore, una sfida. Un filtro necessario per capire chi è dalla nostra parte e chi no. L’idea alla base della rivista è lunga e difficile da illustrare, necessitava di una lunga ed estesa spiegazione».

La redazione di “Orsai” è abbastanza particolare: Casciari vive in Spagna, tutti gli altri collaboratori invece vivono e lavorano in Argentina. «Il nome della rivista è una parola tipicamente argentina, usata per definire il fuorigioco calcistico. Orsai deriva da off side. È stata scelta per dei motivi che tragicamente incrociano i fatti recenti di Lampedusa. Sono immigrato in Spagna undici anni fa, involontariamente, e sentivo l’esigenza di comunicare i miei compatrioti, li cercavo in internet. Una delle metafore più personali che mi sono venute in mente relativamente all’immigrazione è questa: l’immigrato è come il giocatore che tira e fa gol, e gioisce, esulta, ma non si rende conto che alle sue spalle il giudice ha fischiato il fuorigioco, sta già sventolando la bandierina. L’immigrato arrivato nel nuovo Paese crede di aver fatto gol, non sa che dietro di lui qualcuno scuote la testa, la rete non è valida».

05-10-2013 - visite: 13296

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