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Oct 08 2013

Ciak, si gira... la vita del migrante irregolare

Scoop! The Truman sans-papiers Show

di Lisa Viola Rossi

Tele-Reality segue tre camerunensi dalla Libia alla Francia, passando per Lampedusa



La mediatizzazione della tragedia che si sta consumando nel Mare Nostrum sotto l’egida della Bossi-Fini sta assumendo da tempo tratti grotteschi, tipici di quel giornalismo paracadutato che invia i propri reporter ad accendere i riflettori, per due giorni contati, filmando “la realtà” come da un oblò, attraverso la rete del centro di prima accoglienza di Lampedusa; pretendendo che sparino due battute “di colore”, senza concedere il tempo di una dovuta contestualizzazione. Così la “tragedia del mare” rimane tale, i problemi di ordine civile e politico vengono archiviati in fondo all’agenda, per finire ben presto rimossi dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Sarebbe tuttavia agghiacciante la vicenda narrata da Le Nouvel Observateur, domenica 6 ottobre (http://goo.gl/AU7wtp). Fin dal titolo appare chiaro si tratti di una notizia talmente “viscida”, che il condizionale è d’obbligo. Eppure, nonostante il fatto non sia dato per certo, vi si annuncia la questione centrale: “Degli immigrati camerunensi truffati da dei giornalisti televisivi francesi?”.
Sul piatto (è proprio il caso di dirlo, in questo lampante e disastroso esempio di media fagocitanti dignità e immagine altrui), ci troviamo da una parte il destino di tre immigrati camerunensi, dall’altra la credibilità di Tony Comiti, patron di una delle più note agenzie di stampa indipendenti.
“The Truman Show” in chiave immigrazione sans-papiers, avrebbe avuto luogo su M6, canale caratterizzato da un palinsesto all’insegna dei reality: ovvero personalizzazione delle storie, telecamere (apparentemente) nascoste e, soprattutto, immancabile e massiccia dose di pornografia del dolore.

Stando a quanto narrato dal Nouvel Obs, la vicenda si sarebbe consumata a partire dal dicembre dello scorso anno fino all’estate di quest’anno. Protagonisti, tre giovani originari del Camerun: Joseph, 28 anni, Elie, 25 anni, e Emile, 19 anni. "Da nove mesi non mando del denaro a mio figlio che è rimasto in Camerun”, dice Elie.
Senza risorse, nè titolo di soggiorno, vivono ora tutti e tre a Parigi, grazie alla solidarietà dei loro cari. “E non potrà durare”, viene sottolineato. “I tre uomini non avevano veramente immaginato un tale epilogo al loro incredibile viaggio”, si legge nell’articolo a firma di Vincent Monnier.
Dal sud della Libia alla Francia, in compagnia di una troupe televisiva francese che ha filmato la loro odissea per produrre – ora è in fase di montaggio - quello che doveva essere un documentario eccezionale, mai visto prima. Talmente eccezionale che avrebbe già un seguito. Di ordine giudiziario.

I tre migranti si sono infatti opposti alla diffusione del documentario prodotto da Tony Comiti Productions, accusando: “Mentre eravamo in Libia, i giornalisti ci hanno incoraggiato a presentarci in modo irregolare in Francia, promettendoci mari e monti: alloggio, regolarizzazione, formazione per Joseph, l’ingresso nella Legione per me e Emile – racconta Elie -. Ci hanno detto che tutti avrebbero parlato della nostra storia. Hanno anche sostenuto economicamente una parte del viaggio. Al nostro arrivo a Parigi, a metà luglio, ci hanno abbandonato”.

È così che a metà agosto, i tre uomini si sono rivolti ad un avvocato dei diritti degli immigrati che, dopo aver inviato una lettera alla produzione senza ottenere risposta, ha preferito trasmettere il fascicolo a Jérémie Assous. Assous è un giovane avvocato di successo salito alle cronache per diverse vittorie ottenute contro la PAF, società di produzione televisiva francese, che lo scorso mercoledì ha presentato denuncia; nello specifico per aver messo in pericolo la vita altrui, per assistenza diretta e indiretta all’ingresso e al soggiorno irregolare. “Il diritto all’informazione è stato travisato”, avrebbe affermato senza mezzi termini l'avvocato.
Dall’altra parte, Comiti respinge le accuse con forza: “Tutto ciò è un danno al diritto all'immagine. Non so da chi siano manipolati. Erano candidati alla partenza e non abbiamo pagato nulla, niente è stato promesso!”. Negli uffici della sua società di produzione, “Comiti vuole dimostrare la sua buona fede”, riferisce Monnier, che lo descrive circondato dal suo staff, desideroso di mostrare i pezzi del film dove si vedono chiaramente Elie e Emile parlare della Francia come di “un sogno d'infanzia”, nonché “la fine delle [loro] sofferenze”. Uno dei collaboratori di Comiti argomenterebbe: “Come giustificare un viaggio della durata di ben nove mesi, se i trafficanti fossero stati effettivamente pagati da parte nostra?”.

Ma ripercorriamo la storia così come ci viene raccontata dal Nouvel Obs. Avendo cura di non parlare di clandestini, ma di migranti irregolari.
«Tutto è cominciato il 25 dicembre 2012 a Mourzouk, nel sud della Libia. Joseph, Emile e Elie vi sono arrivati un anno prima, sperando fosse solo una breve sosta per poi raggiungere il vecchio continente. Ma la situazione è instabile, pericolosa. Perciò si stabiliscono in questa roccaforte della tribù dei Toubous, che accoglie molti migranti dell'Africa occidentale. Intonacatore, Joseph lavora in cantiere. È anche diventato centrocampista sinistro della squadra di calcio locale. Si affitta un appartamento, ha un computer portatile, un iPad, una collezione di abbigliamento e scarpe, che pubblica regolarmente su Facebook. Elie e Emile, che lavorano come muratori, vivono in modo più frugale. Hanno investito i loro risparmi e non poca speranza nel salone di acconciature che hanno aperto il 23 dicembre. "Volevamo lavorare duro, risparmiare e tornare in Camerun per poi viaggiare in modo legale", spiegano. Eppure, quando uno dei loro amici, Yvan [il nome è stato cambiato, come precisa il giornalista del Nouvel Obs, ndr], li chiama un giorno per dire loro che dei giornalisti francesi cercano dei migranti da accompagnare nel loro viaggio, accettano l’appuntamento.
Questo sarà il loro primo incontro con Paul Comiti, 42 anni, e Olivier Azpitarte, 35 anni. Il primo è il figlio di Tony Comiti. Intrattiene una relazione burrascosa con il padre, da cui ha ereditato lo stesso gusto per la telecamera e il rischio. Premio Bayeux 2009, ha coperto gli ultimi grandi conflitti: in Afghanistan, in Iraq, in Siria. Il secondo è un ex responsabile alla comunicazione della Legione Straniera, riconvertito da tre anni in giornalista-cameramen. Tra giornalisti e camerunensi, scocca da subito la scintilla.
“Di solito, non ci fidiamo dei francesi – ricorda Elie -. Ma loro ci sono sembrati molto gentili, compassionevoli. Ci hanno parlato del progetto con grande entusiasmo, facendoci molte promesse, assicurandoci che avrebbero usato le loro relazioni una volta a Parigi”. I tre amici restano impressionati. Ma non hanno i soldi per finanziare il viaggio. Elie ed Emile si sono indebitati di 1.000 dinari (585 euro) per aprire il salone di acconciature. Per paura di estorsioni, inviano i loro risparmi a casa.
I due giornalisti pensano che i tre camerunensi siano perfetti: sono francofoni, si esprimono chiaramente, sembrano avere la testa sulle spalle. E poi hanno fretta. Il loro reportage, iniziato in Niger, registra una falsa partenza.
“Il Quai d'Orsay [il Ministero degli Esteri, ndr] ha avvertito Tony Comiti Productions e M6 che una persona che accompagnavamo contava di consegnarci a Aqmi [Al-Qaida del Maghreb islamico, ndr] – racconta Paul Comiti -. All’ultimo abbiamo quindi ripiegato sul sud della Libia”. Per raccogliere fondi, i giornalisti chiedono ai tre camerunensi di contattare le loro famiglie a casa. Senza risultato. Elie e Emile non riescono neppure a vendere il loro salone. Nonostante queste difficoltà finanziarie, la piccola troupe si mette in strada il 28 dicembre, appena tre giorni dopo il loro incontro.
Perché i tre uomini hanno accettato di lasciare tutto così in fretta?
“Erano bloccati là, non attendevano che un’occasione”, afferma Tony Comiti. A sostegno delle sue affermazioni, ci mostra le immagini delle abitazioni di Elie e Emile, una camera dov’erano stipati, a seconda del giorno, tra le sei e le dieci persone. “Avevano paura del deserto, del mare, dei trafficanti. La nostra presenza era per loro una garanzia di sicurezza”, dice Olivier Azpitarte. Una sorta di assicurazione sulla vita, quindi, nella Libia occidentale. "Senza promesse da parte dei giornalisti, non avrebbero corso un tale rischio”, considera Mabrouck Jomode Elie Getty, Direttore generale della Mourzouk Oil and Gas, che assicurava la protezione dei giornalisti sul posto e dice di aver condotto la sua piccola indagine.
Un’altra domanda: dove hanno trovato i soldi alla fine?
“Hanno pagato il viaggio verso Zouara vendendo del materiale informatico” afferma Paul Comiti. Quando lo si chiede a Olivier Azpitarte, il giornalista si mostra più evasivo: “Credo abbiano venduto degli apparecchi informatici ma non ero che l’assistente regista, non sono io che mi occupo di questo aspetto”. Una certa ambiguità circonda la questione del finanziamento. I tre africani negano di aver pagato i trafficanti in questa prima tappa. Se avessero cercato di vendere del materiale informatico al cosidetto Yvan, quest’ultimo avrebbe confiscato i beni, credendo che si trattasse della commissione per averli messi in contatto con i due giornalisti. Una versione confermata da Mabrouck Jomode Elie Getty.
La prima tappa porta i giornalisti e i migranti a Sehba, seconda città del paese, da dove partono i trafficanti verso Tripoli. Un viaggio portato a termine sotto scorta - pagata 4.500 euro, secondo i tre camerunensi -, che ha fatto loro coprire 120 km in poche ore. Una volta a Sehba, la troupe vede infuriare i combattimenti tra fazioni rivali. Si ritrovano rintanati in una casa di periferia. Una granata esplode a poche centinaia di metri. Ci vuole una settimana per trovare un mezzo di trasporto. Dove però le telecamere non sono le benvenute. I due reporter raggiungono quindi la capitale in taxi. Il 2 gennaio, i tre amici partono insieme a 200 migranti a bordo di pick-up. Ci metteranno quasi sette giorni per raggiungere Tripoli attraverso il deserto, nel freddo inverno, rannicchiati l’uno contro l'altro, nascosti sotto dei teloni, bastonati quando alzavano la testa. Gli ultimi 50 km vengono percorsi a piedi.
Durante la marcia, due compagni di prigionia, nigeriani, troveranno la morte. Emile porterà uno di loro, ancora in vita, sulla schiena, fino a che i trafficanti gli chiedono di abbandonarlo nel deserto. Derubati delle loro borse, maltrattati, dimagriti: è in uno stato pietoso che i due giornalisti li recuperano e saldano l'importo del viaggio con i trafficanti, 2.100 dinari per tutti e tre (1.230 euro):
“Con i soldi che ci avevano dato loro”, assicurano i giornalisti. Cosa che i camerunensi smentiscono.
Per i tre immigrati, non c'è tempo per riposare. Il giorno dopo, il gruppo prende la strada per Zouara, da dove partono i battelli per Lampedusa. Attraversano i posti di blocco grazie a un trafficante che dichiara che i tre africani sono imbianchini venuti per lavorare a casa sua. Sul posto, sono ospitati da un uomo di nome Shukri, che è assistente delle televisioni straniere. In quel momento, il mare è mosso. Sono poche le barche dei trafficanti che si arrischiano a partire. Dopo diversi tentativi falliti di imbarco illecito, i giornalisti avrebbero promesso di tornare dopo tre mesi, secondo gli africani.
“Questo è ciò che è stato concordato, in via preliminare - rettifica Paul Comiti -. Dovevano lavorare in cantiere per finanziare il loro viaggio, come fanno i migranti irregolari”. Per guadagnare, lavorano dunque alla costruzione di una casa di proprietà di Shukri. Che promette davanti alla telecamera 5.500 dinari (3.200 euro), di cui un anticipo di 1.000 dinari dopo dieci giorni. Essi non riceveranno un centesimo. A Zouara, i tre migranti incontrano un razzismo violento. Spesso dormono nei cantieri edili, temono i raid della polizia. Regolarmente in contatto con loro per telefono o Facebook, i due giornalisti cercano di mantenere loro alto il morale. Di pari passo rimandano costantemente il loro ritorno. Per vari motivi: Paul Comiti si è rotto il braccio, Olivier Azpitarte è partito per un altro reportage, i tre amici non hanno raccolto l’importo necessario... per pagare la loro traversata, i giornalisti consigliano anche ai camerunensi di lavorare direttamente per i trafficanti.
È a questo punto che vengono fatte le promesse? Che c’è stato un malinteso tra le due parti? A leggere i loro scambi su internet, nessun impegno concreto sembra essere stato preso dai giornalisti. Ma l’ambiguità può essere sorta nella mente dei tre uomini. Dopo una discussione con Shukri, Olivier Azpitarte ha scritto, il 13 aprile, ad Elie:
“Digli che lui morirà nella polvere a Tripoli, quando tu avrai una vita ben consolidata in Europa, in un posto pulito”. Precisa: “In Francia, i camerunensi sono ben alloggiati”. La Legione straniera è presentata come una scappatoia. “Ho detto loro che era la soluzione più veloce ai loro problemi amministrativi e per inviare denaro ai loro figli - si giustifica Olivier Azpitarte –. Ho detto loro che potevo preparali all’esame. Mai che io li avrei reclutati”. Un’altra volta , per incoraggiare Elie, gli invia anche delle foto di Lampedusa. Nessun centro di accoglienza, ma “spiagge di sabbia bianca” e un “piccolo albergo carino”. Luoghi che i migranti irregolari hanno tuttavia poche chances di frequentare...
La troupe televisiva arriva finalmente a Zouara, il 13 giugno. Paul Comiti non si sarebbe messo in viaggio. Sarebbe stato respinto dalla produzione per divergenze finanziarie. Viene sostituito da Camille Courcy, una giornalista di 22 anni, giovane ma agguerrita: è partita da sola per Aleppo, in Siria, e ha venduto le sue immagini alla AFP e ad Arte. A Zouara gli servono diciassette giorni per trovare una barca per Lampedusa, che accetti i giornalisti a bordo.
“Questo passaggio è l’unica volta in cui abbiamo pagato”, affermano i tre amici. Avrebbero versato 2.400 dinari (1.400 euro) per tre. Meno del prezzo generalmente praticato, che ruota intorno a 1.500 dinari a persona. I giornalisti hanno pagato la differenza? “Niente affatto. Il traghettatore li ha presi in simpatia. Ha fatto loro un buon prezzo”, risponde Olivier Azpitarte. Esisterebbero dunque dei traghettatori sensibili.
La partenza è fissata per il 2 luglio alle 4 del mattino. Il giorno prima, il mare aveva restituito centinaia di corpi di migranti irregolari sulla spiaggia. E il fatidico giorno, 220 persone vengono stipate tra il ponte e la stiva di una barca destinata ad una ventina di passeggeri. C’è una donna incinta, bambini, anziani. Un somalo è stato formato in tutta fretta ai rudimenti della navigazione.
“Prendono dei somali perché è il popolo dell’acqua – spiega Joseph -. Ma quello non aveva mai navigato”. Gli scafisti lasciano loro un navigatore GPS la cui durata non supera le 72 ore e solo due taniche di benzina. Una tanica in più, avrebbe voluto dire passeggeri in meno.
Essi saranno individuati dopo tredici ore dalla Marina Militare Italiana e portati a Lampedusa. I soldati sono sorpresi dall’incontrare i due giornalisti, che hanno appena fatto uno scoop: nessuna troupe televisiva ha mai girato prima la traversata tra la Libia e Lampedusa. E se da una parte lasciano andare i giornalisti, dall’altra interrogheranno a lungo i tre camerunensi, dichiarati viaggiatori insieme ai francesi. Quindi saranno rilasciati.
Il gruppo non ha il tempo di attardarsi a Lampedusa. Una visita di Papa Francesco è attesa nei prossimi giorni. Deve essere svuotata una parte del campo. Destinazione Cara Mineo, vicino a Catania. Previsto per 1.500 persone, questo ex centro di alloggiamento militare accoglie oltre 5.000 migranti. Una città nella città, con i suoi bar clandestini, i suoi traffici, le sue rivolte.
“Per calmare gli animi, hanno messo dei sonniferi nel cibo”, spiega Emile. Anche in questo caso, nessuna troupe televisiva ha mai girato prima. Raggiunti da Camille, i tre camerunensi riescono a introdurre nel campo una telecamera nascosta e quindi la giornalista. Ma Camille viene notata dalla polizia. Mentre riesce a fuggire insieme a Emile, Elie e Joseph vengono denunciati. La loro domanda di asilo in Italia è compromessa. La situazione diventa tesa. Su Facebook, Olivier Azpitarte chiede loro di presentare domanda di alloggio nella città, presso la prefettura, e poi di “smammare”. Ma Elie risponde: “Io non ho un soldo, sono senza telefono, senza macchina!”. “La macchina ce l’ha Camille. Il telefono anche. Non hai bisogno di soldi”, gli risponde il giornalista.
Il 12 luglio lasciano il campo e in compagnia della giornalista raggiungono Catania in auto e poi Parigi in autobus e treno. I biglietti sono pagati dalla giornalista.
“Con l’accordo della produzione - dice -. Ho chiesto loro di imbrogliare (non pagare il biglietto, ndr), perché è quello che fanno i clandestini. Hanno rifiutato per paura di entrare nell’illegalità. Così ho pagato per i biglietti. Non credo che sia sbagliato per il nostro documentario”. Pressata dalle scadenze, dato che il reportage era iniziato da quasi otto mesi, la produzione avrebbe voluto affrettare la fine del reportage, a costo di sviluppare una sceneggiatura? O la giovane giornalista, non volendo abbandonare i suoi tre compagni a Roma, è crollata?

Una volta arrivati a Parigi, il 13 luglio i tre camerunensi si disilluderanno presto. I membri della produzione risultano assenti, sono già partiti in vacanza per molto tempo.
“Ci avevano promesso una festa quando saremmo arrivati!” dice Elie. Nessuna soluzione sembra essere stato considerata per il loro alloggio. “Ma quale produzione alloggia i suoi testimoni? Io vivo con mia moglie e mio figlio in 34 metri quadrati”, si difende Olivier Azpitarte. “Prima di arrivare, ci avevano chiesto i numeri dei nostri cari in Francia - dice Elie -. Avevamo chiesto loro un piano B, perché sappiamo cosa succede con i nostri connazionali in Francia. Dicono di sì fino a quando una persona non si presenta alla loro porta. Non c’era nessun piano B. Non abbiamo chiesto soldi, ma un aiuto, il tempo di trovare un appiglio”.
Quando uno dei giornalisti offre a Elie di accompagnarlo a cercare del lavoro in nero, lo fa a condizione che sia filmato con una telecamera nascosta.
“Ho pagato due notti all’hotel a Elie e a Emile - si difende Camille Courcy -. Ho dato loro una scheda telefonica. Gli ho fornito i numeri di emergenza. Ho chiamato per loro. Ma non volevano andare con i senza tetto e non volevano nemmeno più entrare nella Legione straniera”. Elie e Emile rispondono che per presentarsi alla Legione, avrebbero dovuto pagare 100 euro per rifare il passaporto camerunense. “Ma io non sono che una sostituta in questa produzione” ha scritto loro Camille -. Non sono io che vi ha promesso il paradiso”.
Ma allora? Dal lato della produzione, si accusano ai camerunensi di essersi rivolti ad un avvocato. Forse hanno semplicemente capito come funziona la nostra società .... »
.

Queste le amare parole finali dell’autore del pezzo.
Appare dunque meno evidente l’urgenza di stabilire di chi sia la versione più affidabile, tra le parti: urgente è comprendere come si possa arrivare ad un punto tale.
Occorre comprendere chi siano gli attori in campo, con quali responsabilità: stando a quanto riportato, sarebbe addirittura coinvolto in qualche misura il Ministero degli Affari Esteri francese.
È il paradosso del reality: quando la realtà viene messa in scena, viene svuotata di senso. Nulla ha più valore, se non la performance in diretta. La ricerca forzata dell’empatia, porta inevitabilmente a perdere la capacità di riconoscersi nell’altro, poiché occorre renderlo maneggevole a una realtà creata ad hoc, adeguata a sponsor ed inserzionisti. Perché la mercificazione del dolore altrui porta ad una angosciante oggettivizzazione dell’altrui esistenza. Perché “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, per citare George Orwell.

In tutta questa assurda vicenda, in cui non ci sono né perdenti né vincitori (a proposito, il processo è alle porte), mi sorge una domanda. A che punto ci si può spingere per uno scoop? Che cosa ci permette di discernere tra inconsapevolezza e banalità del male?
“La mia opinione è che il male non possa mai essere ‘radicale’, ma soltanto estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che si interessa al male, è frustrato, perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”... solo il bene ha profondità e può essere radicale.”
Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963)

Didascalia per immagini:
Foto: © Eric Garault/Pasco per le Nouvel Obs Photo Eric Garault/Pasco
Vignetta: Plantu, Afrique-Europe, 2006, Musée national de l'histoire et des cultures de l'immigration, CNHI


Scritto da: Lisa Viola Rossi

Data: 08-10-2013

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